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La più amata di Teresa Ciabatti

L’ossessione dell’infanzia, una piscina, la paura di sprofondare, la caduta, e poi lo sgambettio, una sforbiciata veloce per risalire dall’acqua.
Il sequestro lampo del padre che apre nello stesso giorno una nuova finestra.
I contorni di questa finestra nel tempo si arricchiscono, crescono e non spariscono, si compenetrano nella vita di una figlia, dietro la scia del Professore, il padre con i suoi adepti, gli apostoli, come lei stessa dirà, un lungo corteo di dottori e infermieri che segue il primario chirurgo nell’ospedale di un piccolo centro toscano, il San Giovanni di Dio a Orbetello, vicino Grosseto.
C’era stata un’epoca in cui lì comandava solo lui.

Inizia qui il vortice di una narrazione, che è poi già dentro il titolo, “La più amata”, il romanzo di Teresa Ciabatti edito da Mondadori, arrivato secondo al Premio Strega del 2017 con una candidatura sostenuta da Edoardo Nesi e Stefano Bartezzaghi.
Inizia qui la narrazione e la decostruzione di un mito, creato nello specchio di una famiglia, guardando un anello d’oro con zaffiro di quattro carati, quello del padre, quello dell’università americana.

Proprio dentro questi particolari di vita accanto a una laguna, di ponente e di levante, quella di Orbetello, si arriva a captare il modello di scrittura, annodata in un memoir, con uno specifico registro, l’uso di sé definito “ai posteri”, di una bambina che ha appena quattro anni, di una giovane ragazza, Teresa Ciabatti, che, di nascosto, ascoltava i racconti del padre, dell’America, dell’Andrea Doria, di Marilyn Monroe, di Raquel Welch, del Rockefeller Center, del bunker, e vedeva e una gallina che scorrazzava in ospedale, quella di Presicci, cassaintegrato Montecatini, come prezzo, come dono.
E poi, lei, la figlia, diventa capace di infilarsi nell’indice, nel medio, e nel pollice l’anello del potere. Il simbolo di un amore filiale esclusivo, assoluto cercato ovunque, più che del potere terreno.

La frequenza dei due punti consacra la necessità di arrivare a una conseguenza degli eventi e negli eventi, dei particolari, quelli intimi, con una lingua asciutta, essenziale.
Fino a quando lo splendore di una bambina che vuole essere tenuta per mano da suo padre, davanti a tutti, si scontra con il primo riassestamento, dettato dalla interruzione, brusca, del sogno di una ragazza ingenua.

Mi odiate.”

A soli sette anni ruzzola via la prima certezza, e avviene proprio nell’unico terreno eletto, dentro la famiglia, con le urla che si accavallano, con l’accusa, a lei, la più amata di sempre, di essere diventata una bambina viziata, egoista. Di non essere lei quella prescelta, come prima ballerina nella scuola di danza.
Teresa si strapperà con foga il tutù, nello spogliatoio.

Il memoriale, però, finisce qui, perche la scrittura inserisce elementi immaginari, diventa autofiction, togliendo terreno all’investigazione su una famiglia ricchissima, borghese, la sua, pestando i piedi al vero Io, in un dialogo tra finzione e realtà, tra date e luoghi reali, attaccate a oggetti, disposti nella catena dei ricordi che fanno brillare pezzi di storia, tra affezione e distanza, tra presa di coscienza e intervallo dalle stesse cose che erano il centro dell’infanzia.

Alla fine è successo davvero, le mie paure hanno preso corpo: lo sconosciuto con la pistola. Unica differenza: non è arrivato da sotto, ma da sopra. Sogno cose che succedono. Sogno cose che succedono. Ho sognato mio padre e madre morire. Li ho sognati fin da bambina, sarebbero morti giovani. Siete morti.
Oggi, a quarantaquattro anni, sogno quello che è già successo: io che trovo i lingotti d’oro nel cassetto di papà, - che meraviglia! - e ci costruisco il castello di Barbie, mio padre che mi porta a casa di Licio Gelli, qui si può volare! Sogno mia madre che ci trascina giù per i gradini del giardino, apre la porta dei rampicanti, e ci spinge dentro. Abbiamo tredici anni, mio padre è stato appena rapito, e noi siamo nel bunker.


La ricomposizione dei ricordi gioca poi su un secondo binario. Quello di avvicinare il lettore al romanzo, assottigliando la distanza dalla domanda fondamentale che Teresa Ciabatti propone, in vari punti, sul padre,

Mi chiamo Teresa Ciabatti, ho quarantaquattro anni, e a ventisei dalla sua morte decido di scoprire chi fosse davvero mio padre.

La domanda sul padre diventa l’espediente letterario per cementificare il patto con il lettore.
E come se dicesse, “anche tu devi scoprire chi era mio padre”, “non distoglierti da questo punto. Mai.”

Se la forma è semplice, la voce narrante è tutto.
Il punto di forza di questo romanzo ruota intorno a una voce ben riconoscibile.
Riconoscibile nell’ossessione di un interrogativo che non si risolverà mai.
Un’ossessione che si dipana attraverso uno sguardo impietoso. Anche del suo universo femminile.

Si ha l’impressione che questo mettersi a nudo navighi accanto alla domanda principale come catarsi, liberazione, tentativo di prendere le distanze. Ma nel mescolarsi a tutte le voci, che ricompongono come un unicum il filo della matassa, e che scorrono come un fiume nei ricordi, il passato sembra ancora ingombrare tutta la sua scrittura.
Le notazioni storiche, talvolta ricordate anche a piè di pagina, appaiono ancora secondarie.
Il dubbio che rimane è che a un certo punto l’incantesimo della vita si sia spezzato.
Il dubbio si tramuta in confessione, che si allarga. E proprio questa scomoda confessione va presa come elemento che tiene viva la stessa scrittura, perché non salva nessuno.

Crollo, di nuovo bambina. Per quanti istanti sono stata grande, papà.

Il merito di questa scrittura è quello di arrivare con una lente particolare a far toccare davvero ciò di cui si parla, la ricchezza borghese, le relazioni, l’intreccio con il potere, la coscienza di una bambina che vive lì dentro, tra le ville dell’Argentario, senza aver mai posto in essere il minimo tentativo di strizzare l’occhio, ma anzi, non coprendo la gelosia, la spasmodica affettività, i tentennamenti, la falsa convinzione di essere l’unica, l’orgoglio del padre e quello di lei, accanto a una madre che vive l’adulta prepotenza del marito, dentro frasi e pensieri rapidi, spezzati, avviluppati nella loro cronicità.

Se i ricordi arrivano di getto e spiazzano, la scrittura con periodi brevi fa ritrovare l’ordine, il tempo che non c’è.
La credibilità dell’atto linguistico sta nel proporre la propria ossessione con un ripetersi dell’Io, che racchiude, in fondo la finitezza dell’essere. Ciabatti quando scrive “Io”, lo pronuncia, lo ripete a sé, introita tutta la sua storia.

Qualche tempo fa Vittorio Giacopini, in uno suo articolo apparso sulla rivista “Lo Straniero” scrisse che

Se la molla dell’arte è il narcisismo, l’artista deve farsi critico di se stesso e ogni opera consapevole deve contenere dentro di sé i criteri dialettici della sua contestazione ragionevole.

Tutto questo arriva, forse, a una non marginale conclusione: sono i segni, sono i solchi e la rapidità di movimento del pennello su una tela del dipinto che lasciano la traccia inconsapevole della famiglia di Teresa Ciabatti, delle persone.
E qui della famiglia borghese. Della fuga continua, dell’inciampo, fuori dal romanzo e dentro:

La prima stesura del romanzo non funziona. C’è un problema. La voce, troppo infantile – dice l’editor, non è la voce di una donna.

Il quadro, quello di Teresa Ciabatti, ha molti colori, con ferite a bruciapelo evidenziate in superficie, accanto a oggetti che compongono la forza narrativa di tutto, di una felicità non sempre possibile, ma che urla, anche nell’orecchio.
Alberto Sagna
21-11-2017


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