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Pyongyang, Roma e il diplomatico scomparso

Ormai non è più uno scoop il fatto che l’ambasciatore o, meglio, l’incaricato d’affari dell’ambasciata della DPRK, della Repubblica Democratica Popolare di Corea – ossia della Corea del Nord – in Italia si sia dato alla macchia, insieme alla sua famiglia. Il rilievo della notizia, diffusa da fonti giornalistiche sudcoreane (il giornale JoonAng Ilbo) e statunitensi (Associated Press) alcuni giorni fa, starebbe proprio nel fatto che la fonte ha affermato che il diplomatico, il 48enne Jo Song-gil, si stia rifugiando nel nostro Paese, in luogo sicuro o, come si dice in gergo, in località protetta. La Farnesina, opportunamente interpellata da alcuni organi di stampa nazionali, ha comunicato di non essere a conoscenza di domande di asilo di questo tipo, che siano state rivolte al Ministero degli Esteri. Questa espressione, come più di qualcuno ha rilevato, è suscettibile di mille interpretazioni perché è chiaro che il diplomatico può aver seguito altre mille strade per trovare rifugio in Europa, non esclusa la via delle agenzie di intelligence nazionali o straniere.

Ma andiamo con ordine: il diplomatico, di cui si sono perse notizie dalla fine di novembre, era un incaricato d’affari perché, nel 2017, l’Italia – attraverso il prode Ministro degli Affari esteri e della Cooperazione Internazionale dell’epoca, Angelino Alfano – aveva chiesto l’allontanamento da Roma dell’ambasciatore titolare di Pyoongyang. Questo per unirsi idealmente al coro di proteste più o meno intense che si erano levate dalla comunità internazionale, dall’ONU e dall’Unione Europea, riguardo i lanci missilistici e gli esperimenti nucleari che il Paese asiatico stava continuando ad operare, in barba ad ogni risoluzione ONU ed a dispetto delle sanzioni imposte da diverse organizzazioni internazionali contro la DPRK, e contro alcune sue persone giuridiche e fisiche. Ovviamente questo provvedimento sposava in pieno analoghi anatemi lanciati dagli Stati Uniti di cui, talvolta, per necessità o per convinzione, la nostra diplomazia è stata fida ancella. Ebbene, il termine allontanamento è quello più adatto: l’ambasciatore non è stato propriamente espulso, perché l’Italia ha comunque mantenuto aperte le relazioni diplomatiche con il Paese socialista, limitandosi a definire il capo delegazione “persona non grata”, ossia non gradita nel nostro Paese. Pertanto, il diplomatico di cui in questi giorni si parla era quello più alto in grado che fosse residente in Italia. Probabilmente il suo rango era anche molto elevato nella società nordcoreana, perché aveva ottenuto il privilegio di soggiornale nel Belpaese con la sua famiglia (composta da moglie e figlio). Molte fonti giornalistiche affermano come questa circistanza sia un privilegio, perché ai diplomatici nordcoreani in missione non è normalmente consentito portare con sé i familiari: questo, molto probabilmente, per scoraggiare simili forme di tradimento del regime o di diserzione, come qualcuno ama dire. Probabilmente è il figlio o il genero di qualche importante personalità del governo. Il caso ha ricordato quello già occorso in Gran Bretagna nel 2016: il viceambasciatore della DPRK a Londra si era dato alla fuga asseritamente, per assicurare un futuro dignitoso ai suoi figli. Ora è in Corea del Sud e pare stia conducendo una vita più che dignitosa, ma silente: questo è un momento delicato per i rapporti – in fase di dialogo e di distinzione – tra le due Coree e, anche secondo Seul, non è opportuno che il diplomatico in esilio pronunci discorsi mediaticamente sfavorevoli alla sua nazione d’origine. Per esempio, come riporta IlPost.it, proprio l’ex diplomatico in UK avrebbe riferito di aver lavorato in passato con il collega in servizio in Italia: secondo quanto affermato dalla stampa sudcoreana Jo Sun-gil avrebbe avuto, fra i tanti incarichi, quello di far arrivare in madre patria beni di consumo e di lusso destinati ai vertici del regime, come avverrebbe anche in molte altre ambasciate DPRK all’estero. In più, però, Jo Sung-gil sarebbe a conoscenza di particolari importanti riguardo i programmi nucleari del suo Paese. Sulla sua situazione attuale, comunque non si è pronunciato nessuno. Né il nostro governo (anche il sito della Farnesina, nelle news ne fa menzione), né il governo americano, né quello sudcoreano, che comunque di norma accoglie tutti i disertori. Né, ovviamente, nessuna agenzia di intelligence.

Nel mondo dell'intelligence, si sa, non esistono regole: quindi è lecito domandarsi quale interesse potrebbe avere l'Italia a dare ospitalità ad un diplomatico nordcoreano, che rappresenta sicuramente una fonte privilegiata di informazioni. Molto probabilmente irrilevanti pe ril nostro Paese, ma verosimilmente utili a qualche Paese amico a cui chiedere altre informazioni o sostegno di natura politica o internazionale. Questo potrebbe valere per nostra intelligence, come per qualunque altra intelligence di un Paese che non abbia interessi diretti in Corea del Nord. Discorso diverso, ovviamente, varrebbe se a gestire questa nuova importante pedina fossero gli Stati Uniti o la Corea del Sud. Ma come sono, almeno formalmente, i rapporti dell'Italia con la DPRK?

L’ambasciata della Corea del Nord Italia fu voluta fortemente nel 2000 dal governo Dini, che aveva in animo di avviare dei piccoli ma efficaci progetti di cooperazione con quel Paese così lontano dal Belpaese, sotto molti punti di vista. L'Italia fu il primo dei paesi del G7 a riconoscere la DPRK. L’ambasciata in Italia è di sicuro una delle più importanti per la DPRK, perché attraverso essa è possibile curare le relazioni oltre che con l’Italia, anche con le agenzie “alimentari” dell’ONU, che sono presenti nella Capitale: l’IFAD, la FAO ed il WFP (Programma Alimentare Mondiale). Queste relazioni assumono ancora più valore, alla luce delle carestie da cui la Corea del Nord è stata afflitta negli anni scorsi. Inoltre a Roma c’è anche la Santa Sede. E tra i rumors riportati dall’Associated Press emerge il fatto che il diplomatico transfuga stesse pianificando – in via molto ipotetica – una visita di Papa Francesco in DPRK, proprio nell’ottica di una maggiore distensione diplomatica generale della Corea del Nord nel mondo e con il mondo. L’incaricato d’affari inoltre era stato a marzo in Veneto, in zona di coltivazioni vitivinicole, forse con l’idea di realizzare qualche minimo progetto di esportazione, sanzioni permettendo.

Il fatto che le due Coree siano in guerra e non si riconoscano reciprocamente con delle rappresentanze diplomatiche fa sì che ciascun coreano, del Nord o del Sud, sia potenzialmente cittadino dello Stato rivale: tutti i nordcoreani che scappano hanno di diritto la cittadinanza sudcoreana (ma devono sottoporsi ad un mese circa di addestramento per conoscere e comprendere la cultura e la tecnologia in uso a Seul). Altrettanto, vicino al confine tra le due Coree esiste, nel Nord, una città (da molti definita “città fantasma” o finta, perché sembrerebbe inabitata) che sarebbe stata fondata proprio per accogliere i sudcoreani che vogliano unirsi alla vera Patria del nord. Aldilà del confine, in questa città, campeggia una bandiera nordcoreana enorme e da quella direzione provengono proclami radiofonici che invitano i sudcoreani a disertare a loro volta. C’è da dire che oltre che per la situazione dei diritti umani, su cui non ci soffermiamo (ma vi invitiamo e leggere quanto riferito da Amnesty International), e probabilmente per le tipologie di diritto sicuramente diverse, nelle due Coree, divise dal 1951, si parlano ormai anche due lingue diverse: il coreano del nord sarebbe ovviamente quello più antico e meno contaminato da espressioni americane o straniere, di cui è invece imbevuto l’idioma parlato al sud. Ovviamente ciascuna delle due Coree si definisce l’unica ed autentica Corea. Gli altri, sia per il Sud che per il Nord, sono dei fratelli dispersi, che non hanno capito nulla o che, poveretti, sono costretti dai rispettivi governi a non potersi unire alla vera Patria.
C’è da dire, in effetti, che la maggior parte dei defectors che riescono a fuggire indenni dalla DPRK si rifugiano poi in Corea del Sud, passando magari dalla Cina. Chi scappa in Cina vive da irregolare e rischia di essere rimpatriato dal governo di Pechino. Su Youtube alcuni filmati e documentari sudcoreani ritraggono disertori che raccontano come sia prevista la pena di morte per i fuggitivi che vengano scoperti per la terza volta. Ovviamente, stando a quanto molti riferiscono, ogni volta che si viene sorpresi si deve poi scontare qualche mese di permanenza in campi di rieducazione. Sempre secondo alcune fonti sudcoreane o statunitensi, i disertori che riescono a scappare sanno comunque di condannare i loro discendenti ed i loro ascendenti e affini ad analoga sorte di sofferenza o di prigionia. Purtroppo non è possibile né smentire né confermare quanto riportato dai defectors, perché le versioni fornite sono inevitabilmente faziose. E non sarebbe possibile diversamente.

I documentari più recenti sulla Corea del Nord, tra cui spicca quello di Michael Palin della BBC, dipingono un Paese sicuramente strano e particolare, a tratti anche bello, ma non possono raccontare parti più oscure della vita in DPRK perché è impossibile per i giornalisti – e per i turisti – compiere viaggi e fare riprese liberamente in quel Paese. Tutti i viaggi sono organizzati e gestiti da alcuni tour operator accreditati con enti governativi preposti alla gestione del turismo ed all’ingresso degli stranieri. I turisti sono accompagnati da almeno due guide che – pare – ricoprano quelle che da noi chiameremmo qualifiche di polizia.
C’è un bell’articolo de IlPost.it che ripercorre la storia del turismo italiano in Corea del Nord: un turismo di nicchia, fatto di un massimo di 200 persone all’anno, di tutte le ideologie (non necessariamente comunisti nostalgici). I primi tour operator sorsero intorno agli anni 2000 in Toscana e furono dei veri pionieri che dapprima cercarono contatti con l’unico ufficio nordcoreano presente nel nostro continente, con sede in Svizzera. Poi, piano piano, i contatti si sono intensificati, le procedure per il rilascio dei visti da parte della Corea si sono semplificate – anche con l’apertura dell’ambasciata – e adesso viaggiare per motivi di turismo in Corea del Nord è sicuramente più facile.

Ma il viaggio rimane comunque abbastanza difficile, non perché ci siano problemi di delinquenza o di terrorismo, ma perché effettivamente non tutti i turisti sono opportunamente preparati sul tipo di visite che andranno ad effettuare: molti atteggiamenti per noi scontati, lì sono considerati offensivi del leader o dei suoi predecessori o, comunque, del popolo coreano in genere. I viaggi sono pianificati nel dettaglio, non è possibile deviare dall’itinerario – se non diversamente deciso dall’agenzia che si occupa del turismo in loco – non è possibile avere contatti con i cittadini non deputati alle attività turistica, non c’è internet e solo da poco si possono portare al seguito le proprie apparecchiature elettroniche. Al rientro in Patria si potrebbe essere soggetti a controlli sulle foto che sono state effettuate. Da qualc tempo, all'Università di Pyongyang si insegna anche l'italiano, ed alcune guide oggi parlano la nostra lingua. In passato, riporta sempre IlPost.it, alcuni turisti italiani hanno avuto problemi per essersi fatti fotografare in un atteggiamento poco rispettoso, nei paraggi delle statue dei due leader storici, Kim Il-Sung e Kim Jong-Il. Le agenzie di viaggio in questo caso hanno il dovere di istruire al meglio i loro clienti: cosa che non capitò al giovane 22enne americano Otto Warmbier, che - evidentemente poco sensibilizzato – si intrufolò nell'area riservata di un albergo per turisti e tafugò un manifesto di propaganda. Arrestato, fu condannato a 15 anni di lavori forzati, salvo rientrare negli States in stato comatoso, morendo dopo pochi giorni: i nordcoreani non avrebbero voluto la responsabilità di farlo morire lì. La cosa fu anche abbastanza strana, perché di solito i prigionieri stranieri vengono trattati molto bene, poiché si ritiene costituiscano una merce di scambio preziosa per ottenere benefici diplomatici o politici da parte degli stati di appartenenza dei loro detenuti. I manfiesti di progpagan non si possono né fotografare, né ovviamente portare via...

In Corea del Nord non c'è l'ambasciata d'Italia, ma su quel territorio è competente la nostra sede diplomatica di Seul. I cittadini italiani che si trovino in difficoltà possono rivolgersi all'ambasciata svedese (preferibilmente) o quellla di qualunque altro stato dell'UE ivi presente. La Svezia intrattiene un rapporto privilegiato con DPRK, e la sua ambasciata curerebbe anche gli interessi degli USA che, ufficialmente, non hanno alcuna relaizone con i nordcoreani.
Ma esiste anche un’altra faccia della medaglia, ed è doveroso parlarne perché il lavoro del cronista deve essere sempre improntato alla verità. Esistono degli italiani che ammirano la Corea del Nord e non per motivi turistici. Sono i soci della sezione italiana della KFA.

La KFA – Korean Friendship Association, o Associazione di Amicizia con la Corea – è un’associazione incaricata di migliorare i rapporti e l’immagine della DPRK nel mondo, il turismo, la conoscenza generale di quel Paese e facilitare i soci nei viaggi verso la Corea del Nord. Sul suo sito riusciamo ad apprendere parecchie cose oltre che sull’associazione, anche sulla nazione nordcoreana stessa. La KFA ha anche una sezione italiana che, attraverso il suo sito web, fornisce indicazioni ufficiali su quanto avviane in Corea del Nord e su attività culturali filo-nordcoreane in Italia, principalmente a Roma. Aldilà di quanto si possa pensare della Corea del Nord e del suo leader, è giusto ed importante ascoltare anche quest’altra campana. Sicuramente a questi nostri connazionali va riconosciuta una notevole coerenza ideologica proprio perché ammirano una nazione che ovunque nel mondo è osteggiata e, dai tempi di Bush senior, considerata nel mondo uno stato canaglia. Poi, ovviamente, ognuno può farsi l'idea che vuole.

Ma l'interesse per la DPRK non è riservato solo a pochi curiosi della materia. Anche i nostri politici in un passato abbastanza recente si sono interessati alla Corea del Nord. Primo tra tutti è il senatore forzista Antonio Razzi, che ama intrattenere rapporti privilegiati con alcuni dei leader più discussi del pianeta: oltre a Kim Jong-Un, conosce anche il siriano Assad. Episodio che saltò alla ribalta della cronoaca accadde nel 2017, quando Razzi, invitato ad una cerimonia, rimase bloccato per più di qualche ora all'aeroporto di Pyongyang per carenza di aeri verso la Cina. Ma anche Matteo Salvini, l'attuale vicepremier, nel 2014, da europarlamentare e segretario della allora Lega Nord si recò in Corea, sempre accompagnato da Razzi. L'impressione che ne trasse fu sostanzialmente positiva ed al rientro in Italia non intese demonizzare il regime dei Kim, perché, a suo dire, non si poteva giudicare a priori un mondo completamente diverso dal nostro.
Non escludiamo che nei prossimi giorni possano emergere altre novità sulla fuga del diplomatico dall'Italia.
Domenico Martinelli
09-01-2019


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