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La città incantata

“Quello che cerco è un mondo che non sia mai stato visto prima”. E Hayao Miyazaki di universi fantastici ne ha creati eccome. Una dichiarazione, la sua, che trova pieno riscontro nei lungometraggi di animazione che ha diretto: da “Il mio vicino Totoro” (1988) a “Porco rosso” (1992), da “Il castello errante di Howl” a “Ponyo sulla scogliera”, rispettivamente del 2004 e 2008.

È del 2001, invece, una delle opere-capolavoro del regista, sceneggiatore, animatore, fumettista e produttore cinematografico nato a Tokyo nel 1941. Il riferimento, neppure tanto velato, è a “La città incantata”, film d’animazione scritto e diretto da Miyazaki, prodotto dallo Studio Ghibli. Un lavoro incredibile, che ha conquistato il premio Oscar come miglior film d’animazione e l’Orso d’oro al festival di Berlino, in grado – oltre alla critica – di conquistare il pubblico. Ed ecco che, a poco meno di vent’anni di distanza, la giornalista e scrittrice Valeria Arnaldi dedica al lungometraggio un saggio più che approfondito.

Pubblicato da Ultra edizioni all’interno della collana Shibuya, “La città incantata” (192 pagine, 23,50 euro) guida – anzi, fa immergere – il lettore nel mondo affascinante del film – liberamente ispirato al romanzo fantastico “Il meraviglioso paese oltre la nebbia” del 1987 firmato dalla scrittrice Sachiko Kashiwaba –, spaziando dalla sua progettazione ai significati celati e, perché no, intrinsecamente oscuri. Ricco di immagini a colori, il volume – scorrevole e accattivante – ripercorre la storia della giovanissima Chihiro, che si introduce (ignara), insieme ai genitori, in una città incantata popolata da yōkai (tipo di creature soprannaturali appartenenti alla mitologia giapponese). Qui i genitori della ragazzina vengono mutati in maiali dalla maga Yubaba, ragione per cui Chihiro decide di non abbandonare il regno fatato per cercare di liberare i genitori dal sortilegio.

Dalla magia al mistero, dall’amore all’ambiguità, ma ad essere affrontate sono anche le tematiche del lavoro, nonché del consumismo e dello sfruttamento. La piccola protagonista si troverà, suo malgrado, a vivere una serie interminabile di avventure che la porteranno a diventare grande senza perdere, però, lo spirito della sognatrice. Sogni e fanciullezza. Un binomio indissolubile, come ammette lo stesso Miyazaki guardandosi (molto) indietro: “Ho compreso solo ora che, per noi, il paradiso risiede nei ricordi della nostra infanzia. In quei giorni eravamo protetti dai nostri genitori ed eravamo innocentemente incoscienti dei tanti problemi che ci circondavano. Pertanto, quando si cerca il paradiso, è necessario tornare con la memoria alla propria infanzia”.

Ieri come oggi, l’esponente dell’animazione del Sol Levante più noto oltreconfine, non intende donare “semplici” sogni al suo (vasto) pubblico, bensì insegnare ai piccoli e rammentare ai più grandi la capacità di sognare (“e ora cercate di sognare, solo chi sogna può volare”, afferma Peter Pan, il personaggio letterario nato dalla fantasia dallo scrittore scozzese James Matthew Barrie nel 1902). Appunto, quasi il “dovere” di “andare oltre”, tenendosi però ben saldi per fare in modo che i propri desideri si tramutino in realtà, lasciandosi alle spalle qualsivoglia dimensione astratta. La capacità di far evadere con la mente e, al contempo, di far conoscere (non scadendo in alcun pragmatismo di maniera) fa dell’autrice del volume, Arnaldi – che all’icona nipponica, sempre per Ultra, ha dedicato i saggi “Hayao Miyazaki, un mondo incantato”, “Il castello errante di Howl, magia, mistero e bellezza nel film cult di Hayao Miyazaki”, “Il mio vicino Totoro, il film icona di Hayao Miyazaki” – una guida ideale tanto per i cultori quanto per chi vuole avvicinarsi, con curiosità, all’arte del maestro nipponico.

I capitoli che compongono il saggio – da “eroine nello specchio” a “tra mito ed economia”, da “la città incantata nell’arte” a “Giappone antico e contemporaneo” ben percorrono questo doppio binario. Crescere facendo leva sulla fantasia, sì, ma senza esagerare, evitando voli pindarici. Perché, come ammette – indirettamente – lo stesso autore giapponese: “I bambini capiscono da soli, intuitivamente, che il mondo in cui sono nati non è un luogo facile e benedetto”.
M. C.
04-05-2020

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