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Vi chiederete cos’hanno in comune questi tre argomenti.
Certo, a prima vista, non sembrerebbero così vicini da poterci
costruire sopra un ragionamento univoco.
Eppure un filo conduttore c’è.
Nell’anno del Signore 2002, nel mese di novembre, il giorno 17,
con l’Italia spazzata da giorni da un forte vento di
scirocco che ha
fatto salire la temperatura di oltre 10 gradi, la Corte di
Assise di Appello di Perugia, ribaltando quella di primo
grado, ha emesso e letto il dispositivo nel processo per
l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli: 24 anni di
reclusione per il Sen. Giulio Andreotti e per il boss Gaetano
Badalamenti - ritenuti mandanti – con il pagamento delle
spese processuali e centinaia di migliaia di euro a titolo di
provvisionali immediatamente esecutive in favore delle parti
civili Stefano, Rosina e Andrea Pecorelli per il risarcimento
dei danni subiti; assoluzione per Pippo Calò, Claudio
Vitalone e i presunti esecutori materiali Angelo Carminati e
Michelangelo La Barbera.
Termine per il deposito delle motivazioni della sentenza fissato in
90 giorni.
Disapprovazione, sconcerto e sgomento sono stati i primi commenti a
caldo espressi dagli uomini politici, compreso il Presidente
del Consiglio Berlusconi, riportati da tutte le televisioni.
Contro i magistrati che hanno emesso tale verdetto.
Difesa e conferma di fiducia nell’operato e nell’indipendenza
dei giudici è stata espressa dal Capo dello Stato Ciampi, che
ha però invitato a rispettare il principio di non
colpevolezza fino a sentenza irrevocabile.
Conferma di fiducia
nella giustizia è stata espressa con stile addirittura da
parte dello stesso Giulio Andreotti, “anche se con fatica
rispetto ad una cosa così assurda”, ha comunicato
all’Ansa non appena appresa la notizia dalla sua nota
abitazione di Corso Vittorio Emanuele II.
Venerdì 15 novembre 2002, su richiesta della Procura di Cosenza,
con un ordinanza di custodia cautelare in carcere di 359
pagine emessa dal Gip della città calabrese, vengono
arrestati una ventina di no global, tra cui Francesco Caruso,
leader dell’omonimo movimento nel sud Italia, accusati di
associazione sovversiva finalizzata al sovvertimento
dell'ordinamento costituzionale ed economico, turbativa
dell'attività di governo, propaganda sovversiva.
Accuse pesantissime, che rievocano gli spettri
del terrorismo – non così lontani visti i recenti omicidi
D’Antona e Biagi – tanto da comportare la traduzione degli
indagati nei noti supercarceri di Trani, per gli uomini, e
Latina, per le donne.
Incredulità, proteste e manifestazioni da parte dei no global, di
politici e militanti di sinistra hanno subito invaso le piazze
con striscioni inneggianti alla libertà degli arrestati ed
alla libertà di manifestazione del pensiero.
Contro i magistrati che hanno richiesto ed emesso tale
provvedimento.
Sabato 16 e domenica 17 novembre 2002, abbiamo assistito ad una
sequela di tumulti, proteste, pugni e schiaffi in faccia, a
seguito delle “belle” partite di calcio nostrano (Roma –
Inter, Cagliari – Messina ecc.).
Uno schifo di calcio, come ha detto Preziosi, che non piace a
Capello, a Del Piero, a Cragnotti - “svendo tutto e vado
via”, ha detto – a Sensi, secondo cui è dominato da
un’associazione a delinquere, ai tifosi che, oltre ad essere
infuriati con gli arbitri, invadono i campi e bruciano spalti
ed auto.
Contro gli arbitri, ritenuti non all’altezza di presiedere partite
così importanti (intorno alle quali girano centinaia di
milioni di euro, ndr).
Come dice giustamente Zucconi, “per favore,
risparmiateci almeno le paternali sulla violenza; dagli stadi
rigurgita quello che dentro gli stadi viene buttato”. Non
siamo certo ad Oxford!
Avete capito adesso qual è il filo conduttore?
Ancora non vi è chiaro?
Allora ve lo diciamo noi.
Ciò che accomuna questi eventi è il giudizio
di persone, siano magistrati, arbitri o giudici sportivi, che
devono giudicare altre persone.
Giudizio che può essere giusto, ma essendo
uomini (in senso lato) può essere anche fallace, ed anzi
molto spesso è così.
Giudizio comunque emesso da persone, che per
quanto indipendenti possano essere, hanno pur sempre le loro
opinioni, i loro credo religiosi, le loro idee politiche,
oltre a quelle delle loro mogli o mariti.
Da lungo tempo, tutto il nostro sistema
giudiziario è informato ad un criterio totalmente centralista
ed assolutista: il giudizio del giudice, che seduto sul suo
alto scranno pone e dispone della vita della gente, corazzato
dai propri privilegi e garanzie, senza minimamente rispondere
del proprio operato in caso di sua responsabilità.
Stendiamo infatti un velo pietoso sulla legge
per la responsabilità civile dei magistrati e su quella per
gli infimi risarcimenti per ingiusta detenzione, in base alle
quali, nell’ipotetico quanto raro caso di fondatezza, pagano
i cittadini italiani con le loro tasse e non i giudici.
Principio fondamentale di ogni ordinamento è
invece il concetto di responsabilità, sia civile che penale,
alla quale tutti devono essere assoggettati.
I politici, la pubblica amministrazione, i
cittadini.
Sarebbe ormai opportuno che anche i magistrati,
così come gli arbitri ed i giudici sportivi, vengano in
proprio assoggettati, per
legge, a questo principio e vengano giudicati non dai loro
colleghi, ma da collegi speciali di avvocati nominati dai loro
Ordini di appartenenza, essendo anch’essi uomini di legge
tanto quanto i magistrati, visto il loro attuale utilizzo come
Giudici di Pace, come GOA (Giudici Ordinari Aggiunti di
Tribunale), come Vice Procuratori della Repubblica ecc.
In questo modo si rispetterebbe anche il dettato
costituzionale secondo il quale i giudici, autonomi ed
indipendenti, sono soggetti solo alla legge (artt. 101 e 104 Cost.)
Altro che separazioni di carriere.
Se così fosse, sono sicuro che le cose
cambierebbero molto rapidamente, perché prima di emettere un
provvedimento ci si pensa non una, non due, ma dieci volte.
Perché in quel momento il giudice, che ha
scelto di diventare giudice, nell’applicare la legge,
disponendo della vita o degli interessi delle persone, non può
e non deve sbagliare.
Ma se sbaglia paga, come tutti.
Roma,
18
novembre 2002
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