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ART.18:MENO PROPAGANDA E PIU' TESTA !
di Luigi P
iccarozzi


Il quarto stato"
(1901), olio su tela,
293x545 cm, 
Milano, Civica Galleria d'Arte Moderna".
 

 

 

Testo integrale dell'art.18
 

 

 

 

 

 

 

"Oscar Savio (1912), Veduta della Rinascente e di
Piazza Fiume in Roma, 1960-65, gelatina bromuro d'argento su lastra di
vetro, 90x120 mm, Museo di Roma, Palazzo Braschi".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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...a proposito di girotondi

 
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Ecco un altro argomento sul quale, in questo periodo, si è scatenata la macchina propagandista.

Questa volta, però, al contrario delle sterili ed inutili questioni sulle quali si è recentemente dovuto soffermare il Parlamento, abbiamo a che fare con un argomento fondamentale: il lavoro e le norme che ne regolano il funzionamento.

Non a caso, gli italiani mettono al primo posto della graduatoria proprio il lavoro.

Senza di esso, infatti, niente reddito, niente consumi, niente famiglia, niente casa, niente vita, almeno nel senso civile del termine.

Senza di esso non c'è economia, né di produzione né di scambio, non c'è PIL che tenga. Non c'è sviluppo.

Nel corso degli anni '90, sia l'Europa che gli Usa se ne sono accorti ed hanno iniziato a porre rimedi, tranne ovviamente l'Italia.    

Ci hanno fatto galleggiare come sempre, rimandando la risoluzione dei problemi. Ma adesso i nodi sono venuti al pettine.

Il PIL arranca, le vendite di auto - settore prima ritenuto volano dell'economia - precipitano, il Salone di Torino chiude, i consumi si riducono drasticamente insieme alla capacità di acquisto della moneta.

Che adesso si chiama Euro, con tutte le conseguenze che comporta: concorrenza dei prezzi, confronto degli stipendi, abbattimento delle frontiere economiche.

In questo scenario, è indubbio che il mondo del lavoro debba necessariamente fare un grosso salto in avanti, se non vogliamo sprofondare agli ultimi posti.

E per far questo c'è bisogno di nuove norme che non solo ne regolamentino l'aderenza ai nuovi tempi, ma soprattutto li prevedano.

L'attuale Governo, secondo il programma votato dalla maggioranza degli italiani, ha infatti presentato nell'autunno scorso il Libro bianco sulla riforma del mondo del lavoro, tra cui la modifica del famigerato art. 18 della Legge n. 300 del 1970, lo Statuto dei lavoratori.

Apriti cielo!

Puntuali come un orologio svizzero, ecco arrivare le sobillazioni di massa e i rulli di tamburo, seguiti dai cortei, dalle manifestazioni, dai girotondi, dai comizi.

Come da copione, "L'art. 18 non si tocca", tuonano CGIL, CISL e UIL, "altrimenti sarà sciopero generale !".

Per favore, fatela finita con la "giurassica" storiella del padrone cattivo e del lavoratore sfruttato e senza tutela.

Siamo nel 2002, non ci crede più nessuno, neanche i lavoratori!

Con tutto il rispetto per il bellissimo dipinto, "Il quarto stato", dipinto nel 1901 da Giuseppe Pellizza da Volpedo (1868 - 1907), sta bene ormai solo dove si trova, alla Civica Galleria d'Arte Moderna di Milano.

Lo volete capire una volta per tutte che i cittadini non sono fessi, hanno un loro cervello che ragiona, nonostante i tentativi di disinformazione architettati ad arte.

Non ci vuole molto a capire che la finta battaglia per il mantenimento dell'art. 18 è uno specchietto per le allodole, un falso problema.

Diciamoci le cose come stanno.

L'art. 18 è stato ideato nel 1968 e promulgato nel 1970, nel clima sociale - noto a tutti - che contraddistingueva quei tempi.

Sono passati oltre 30 anni e il mondo, compreso quello del lavoro, è totalmente cambiato.

Globalizzazione, internet, euro, concorrenza, centralità del sapere e della conoscenza.

O forse il centro - sinistra ed i loro sindacati pensano che gli italiani siano ciechi?

E' stato detto a chiare note: il posto fisso non esiste più!

Il mondo del lavoro è dinamico, non può rimanere una foresta pietrificata.

E le imprese non utilizzano certo l'art. 18, qualora debbano licenziare.

Hanno altri mezzi, pur legali e meno conflittuali, in caso debbano procedere a ristrutturazioni aziendali.

Le cause in Tribunale per violazione dell'art. 18 sono ormai pochissime.

Lo vogliamo capire che l'unico modo per sviluppare l'Italia passa attraverso lo sviluppo delle imprese!

Le imprese producono reddito, producono PIL, e sono costituite dai lavoratori - operai, impiegati, quadri e dirigenti - che producono consumi.

Le imprese sono i lavoratori e viceversa.

Infatti, quando un'impresa non produce reddito, non produce utili, non produce, è costretta a chiudere ed i lavoratori si ritrovano senza lavoro.

Questa è la realtà, il resto sono chiacchiere.

"L'art. 18 non è un totem", ha detto Il Vice Presidente del Consiglio, Gianfranco Fini, intervenendo sabato 8 marzo al Congresso della Confederazione italiana Unionquadri.

"La mondializzazione dell'economia è una realtà. Ormai ci dobbiamo confrontare contemporaneamente sia nel rapporto Stato - Europa, sia nel rapporto Stato - Regioni, alla luce della riforma delle attribuzioni e competenze regionali stabilite dalla recente approvazione della Legge costituzionale n. 3 del 2001, che ha modificato il Titolo quinto della Costituzione italiana", ha proseguito Fini.

"E' cambiato tutto, le modalità di impiego sono totalmente diverse da ieri. Non si pone più come questione quella di garantire l'occupazione, ma "l'occupabilità", intesa come valore.

L'occupabilità garantisce l'occupazione come punto di arrivo, attraverso i necessari investimenti strutturali e per la formazione.

Il Governo, pur dovendo inevitabilmente porre mano alla riforma del mondo del lavoro in uno scenario europeo più competitivo, di certo non vuole lo scontro sociale", ha concluso il Vice Presidente del Consiglio, di ritorno da Bruxelles dov'è impegnato alla stesura della costituenda Convenzione europea.

E allora a che serve tutta questa bagarre sull'art. 18 ? Tutto questo rumore che promana dal centro - sinistra e dai loro sindacati che hanno sfoderato l'ascia di guerra, ben sapendo che l'art. 18 serve ormai a ben poco?

Siamo alle solite. Non facendo una vera, corretta e propositiva opposizione - anomalia solo italiana - cercano di confondere le acque, sobillando le masse con l'obiettivo di cercare di ottenere il loro sogno impossibile: lo scontro sociale e la caduta del Governo Berlusconi!

Ma, fortunatamente, i cittadini sanno che, se ci troviamo in questa situazione, lo dobbiamo a cinque anni di inerzia e di giochetti di potere, giudicati di conseguenza il 13 maggio 2001 dalla maggioranza degli italiani.

Attenzione, però, perché questo gioco sta diventando pericoloso.

Non aizzate le masse, nel tentativo di riacquistare il consenso perduto.

La Storia insegna che i rivoluzionanti sono stati a loro volta rivoluzionati.

Servono riforme strutturali, altrimenti rimaniamo indietro.

Fatela finita e lasciate lavorare il Governo voluto dalla maggioranza degli italiani, ai quali esclusivamente, fra quattro anni, spetterà il compito di giudicare.

Nessuna libertà è in pericolo nel nostro paese, se non quella di sovvertire di nuovo il voto degli italiani.

Ma questa volta gli italiani non lo permetteranno!

Per fare vera opposizione serve meno propaganda e più testa.

E i girotondi purtroppo la fanno solo girare.

 Avv. Luigi Piccarozzi, 10 marzo 2002