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Ecco
un altro argomento sul quale, in questo periodo, si è
scatenata la macchina propagandista.
Questa
volta, però, al contrario delle sterili ed inutili questioni
sulle quali si è recentemente dovuto soffermare il
Parlamento, abbiamo a che fare con un argomento fondamentale:
il lavoro e le norme che ne regolano il funzionamento.
Non
a caso, gli italiani mettono al primo posto della graduatoria
proprio il lavoro.
Senza
di esso, infatti, niente reddito, niente consumi, niente
famiglia, niente casa, niente vita, almeno nel senso civile
del termine.
Senza
di esso non c'è economia, né di produzione né di scambio,
non c'è PIL che tenga. Non c'è sviluppo.
Nel
corso degli anni '90, sia l'Europa che gli Usa se ne sono
accorti ed hanno iniziato a porre rimedi, tranne ovviamente
l'Italia.
Ci
hanno fatto galleggiare come sempre, rimandando la risoluzione
dei problemi. Ma adesso i nodi sono venuti al pettine.
Il
PIL arranca, le vendite di auto - settore prima ritenuto
volano dell'economia - precipitano, il Salone di Torino
chiude, i consumi si riducono drasticamente insieme alla
capacità di acquisto della moneta.
Che
adesso si chiama Euro, con tutte le conseguenze che comporta:
concorrenza dei prezzi, confronto degli stipendi, abbattimento
delle frontiere economiche.
In
questo scenario, è indubbio che il mondo del lavoro debba
necessariamente fare un grosso salto in avanti, se non
vogliamo sprofondare agli ultimi posti.
E
per far questo c'è bisogno di nuove norme che non solo ne
regolamentino l'aderenza ai nuovi tempi, ma soprattutto li
prevedano.
L'attuale
Governo, secondo il programma votato dalla maggioranza degli
italiani, ha infatti presentato nell'autunno scorso il Libro
bianco sulla riforma del mondo del lavoro, tra cui la modifica
del famigerato art. 18 della Legge n. 300 del 1970, lo Statuto
dei lavoratori.
Apriti
cielo!
Puntuali
come un orologio svizzero, ecco arrivare le sobillazioni di
massa e i rulli di tamburo, seguiti dai cortei, dalle
manifestazioni, dai girotondi, dai comizi.
Come
da copione, "L'art. 18 non si tocca", tuonano CGIL,
CISL e UIL, "altrimenti sarà sciopero generale !".
Per
favore, fatela finita con la "giurassica" storiella
del padrone cattivo e del lavoratore sfruttato e senza tutela.
Siamo
nel 2002, non ci crede più nessuno, neanche i lavoratori!
Con
tutto il rispetto per il bellissimo dipinto, "Il quarto
stato", dipinto nel 1901 da Giuseppe Pellizza da Volpedo
(1868 - 1907), sta bene ormai solo dove si trova, alla Civica
Galleria d'Arte Moderna di Milano.
Lo
volete capire una volta per tutte che i cittadini non sono
fessi, hanno un loro cervello che ragiona, nonostante i
tentativi di disinformazione architettati ad arte.
Non
ci vuole molto a capire che la finta battaglia per il
mantenimento dell'art. 18 è uno specchietto per le allodole,
un falso problema.
Diciamoci
le cose come stanno.
L'art.
18 è stato ideato nel 1968 e promulgato nel 1970, nel clima
sociale - noto a tutti - che contraddistingueva quei tempi.
Sono
passati oltre 30 anni e il mondo, compreso quello del lavoro,
è totalmente cambiato.
Globalizzazione,
internet, euro, concorrenza, centralità del sapere e della
conoscenza.
O
forse il centro - sinistra ed i loro sindacati pensano che gli
italiani siano ciechi?
E'
stato detto a chiare note: il posto fisso non esiste più!
Il
mondo del lavoro è dinamico, non può rimanere una foresta
pietrificata.
E
le imprese non utilizzano certo l'art. 18, qualora debbano
licenziare.
Hanno
altri mezzi, pur legali e meno conflittuali, in caso debbano
procedere a ristrutturazioni aziendali.
Le
cause in Tribunale per violazione dell'art. 18 sono ormai
pochissime.
Lo
vogliamo capire che l'unico modo per sviluppare l'Italia passa
attraverso lo sviluppo delle imprese!
Le
imprese producono reddito, producono PIL, e sono costituite
dai lavoratori - operai, impiegati, quadri e dirigenti - che
producono consumi.
Le
imprese sono i lavoratori e viceversa.
Infatti,
quando un'impresa non produce reddito, non produce utili, non
produce, è costretta a chiudere ed i lavoratori si ritrovano
senza lavoro.
Questa
è la realtà, il resto sono chiacchiere.
"L'art.
18 non è un totem", ha detto Il Vice Presidente del
Consiglio, Gianfranco Fini,
intervenendo sabato 8 marzo al
Congresso della Confederazione italiana Unionquadri.
"La
mondializzazione dell'economia è una realtà. Ormai ci
dobbiamo confrontare contemporaneamente sia nel rapporto Stato
- Europa, sia nel rapporto Stato - Regioni, alla luce della
riforma delle attribuzioni e competenze regionali stabilite
dalla recente approvazione della Legge costituzionale n. 3 del
2001, che ha modificato il Titolo quinto della Costituzione
italiana", ha proseguito Fini.
"E'
cambiato tutto, le modalità di impiego sono totalmente
diverse da ieri. Non si pone più come questione quella di
garantire l'occupazione, ma "l'occupabilità",
intesa come valore.
L'occupabilità
garantisce l'occupazione come punto di arrivo, attraverso i
necessari investimenti strutturali e per la formazione.
Il
Governo, pur dovendo inevitabilmente porre mano alla riforma
del mondo del lavoro in uno scenario europeo più competitivo,
di certo non vuole lo scontro sociale", ha concluso il
Vice Presidente del Consiglio, di ritorno da Bruxelles dov'è
impegnato alla stesura della costituenda Convenzione europea.
E
allora a che serve tutta questa bagarre sull'art. 18 ? Tutto
questo rumore che promana dal centro - sinistra e dai loro
sindacati che hanno sfoderato l'ascia di guerra, ben sapendo
che l'art. 18 serve ormai a ben poco?
Siamo
alle solite. Non facendo una vera, corretta e propositiva
opposizione - anomalia solo italiana - cercano di confondere
le acque, sobillando le masse con l'obiettivo di cercare di
ottenere il loro sogno impossibile: lo scontro sociale e la
caduta del Governo Berlusconi!
Ma,
fortunatamente, i cittadini sanno che, se ci troviamo in
questa situazione, lo dobbiamo a cinque anni di inerzia e di
giochetti di potere, giudicati di conseguenza il 13 maggio
2001 dalla maggioranza degli italiani.
Attenzione,
però, perché questo gioco sta diventando pericoloso.
Non
aizzate le masse, nel tentativo di riacquistare il consenso
perduto.
La
Storia insegna che i rivoluzionanti sono stati a loro volta
rivoluzionati.
Servono
riforme strutturali, altrimenti rimaniamo indietro.
Fatela
finita e lasciate lavorare il Governo voluto dalla maggioranza
degli italiani, ai quali esclusivamente, fra quattro anni,
spetterà il compito di giudicare.
Nessuna
libertà è in pericolo nel nostro paese, se non quella di
sovvertire di nuovo il voto degli italiani.
Ma
questa volta gli italiani non lo permetteranno!
Per
fare vera opposizione serve meno propaganda e più testa.
E
i girotondi purtroppo la fanno solo girare.
Avv.
Luigi Piccarozzi, 10 marzo 2002
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