|
“In
nome del Popolo italiano”, la Corte d’Assise di Appello di
Roma…..condanna Scattone Giovanni alla pena di anni 6 di
reclusione per omicidio colposo, Ferraro Salvatore alla pena
di anni 4 e mesi 6 di reclusione per favoreggiamento e
Liparota Francesco alla pena di anni 2 e mesi 2 di reclusione
per favoreggiamento.
Ma
non finisce qui, perché gli imputati hanno già annunciato
ricorso alla Corte di Cassazione, a cui spetterà per la
seconda volta l’ultima parola.
Cosa
succederà se la Suprema Corte dovesse, fra circa un anno,
respingere i ricorsi degli imputati, confermando queste ultime
condanne?
Scattone,
con la condanna a sei anni di reclusione, quasi sicuramente
vedrebbe riaprirsi le porte del carcere, non potendo avvalersi
dei benefici previsti dall'art. 47 dell’ordinamento
penitenziario. Per cui, avendo già scontato 18 mesi di
custodia cautelare in carcere, dovrebbe scontare un residuo
pena di quattro anni e sei mesi.
Ferraro
(che ha già scontato 16 mesi di carcerazione preventiva) e
Liparota, invece, potrebbero ottenere l'affidamento in prova
ai
servizi sociali, poiché la pena residua da scontare non
supera i tre anni.
Staremo
a vedere.
In
attesa, non posso non continuare su quella linea che aveva
visto fortemente impegnato il nostro ex direttore, Vittorio
Lojacono, venuto a mancare l’11 settembre 2001.
E
con Vittorio, giornalista di vecchio stampo e di grande
esperienza, che aveva seguito tutte le fasi di questa
importante vicenda di cronaca giudiziaria del nostro Paese,
dalle indagini ai vari processi tenutisi, assistendo persino a
tutte le udienze, ne avevamo parlato a lungo.
Lungi
dal sostituirci alla giustizia italiana, eravamo arrivati ad
una nostra personalissima conclusione: che senso avevano
queste condanne per omicidio colposo che non appagavano niente
e nessuno? Come si può pensare di condannare per un simile
omicidio a pene così miti?
Se
le prove acquisite al processo avessero dimostrato la
colpevolezza di Scattone e Ferraro fuori da ogni ragionevole
dubbio, andavano condannati a pene molto più severe,
giustificate da condanne non per omicidio colposo, ma per
omicidio volontario, con l’elemento soggettivo del dolo
eventuale (poiché quando si spara in mezzo alla gente si è
consapevoli che si può colpire qualcuno).
Se
invece le prove non fossero state così certe ed univoche,
andavano sicuramente assolti.
Ma
non è avvenuto né l’una né l’altra. Come mai?
Non
entrando nel merito, in questa sede, della famigerata nonché
contestata testimonianza di Gabriella Alletto, la segretaria
dell’Istituto di Filosofia del Diritto alla Sapienza, su cui
sono stati scritti fiumi di parole e sulla quale si sono
praticamente basati tutti e tre i processi, il fatto aveva
scosso fortemente l’opinione pubblica, i mass media si erano
gettati a pesce nella vicenda ed i cittadini si dividevano fra
colpevolisti (“Sono loro, ce l’hanno scritto in
faccia!”) e innocentisti (“Sono due bravi ragazzi! Che
motivo avevano di commettere una tale sciocchezza?”).
“Ma
non c’era l’arma del delitto, le prove a carico di
Scattone e Ferraro non erano poi così certe ed univoche,
qualche testimonianza non era così attendibile”, mi diceva
Vittorio.
Serviva
comunque una sentenza che mettesse la parola fine
e…magicamente, come uscita da un cilindro, ecco trovata la
soluzione “salomonica”: omicidio colposo, ossia condanne
più miti!
“Dura
lex, sed lex!”
E
la storia continua.
Roma,
1
dicembre 2002
|