Quella raccontata da Steven Spielberg in The
terminal è una gradevole storia che si assesta tra la commedia
romantica di stampo hollywoodiano più classico e quel cinema velato di
impegno sociale dove quel che c’è da dire viene detto con un sorriso
cinicamente gustoso.
Viktor Navorski (Tom Hanks) ha un problema che è molo più serio di quello che
potrebbe sembrare a prima vista: è prigioniero dell’aeroporto di New
York. Incastrato come un topo in trappola (dove la trappola, enorme e
schiacciante, è una burocrazia ai limiti del delirio), Viktor approda a New
York, da sempre la Terra Promessa, lasciando la sua natia Krakhosia. Peccato
che non appena arriva sul suolo americano a Viktor viene ritirato il
passaporto, perché nel suo Paese d’origine c’è in atto un colpo di
Stato, quindi l’uomo non può certo tornarsene indietro, ma d’altronde
non può nemmeno essere accolto negli States perché non appartiene a nessun
governo riconosciuto. A questo punto la soluzione è di rimanere in quella
sorta di zona franca che è l’aeroporto, così come viene in mente al
funzionario Frank Dixon (Stanley
Tucci), facendo di Viktor un residente fisso di un luogo dove, per
antonomasia, si passa solo ed esclusivamente in transito. Deciso a non
arrendersi, in attesa di prendere il volo (in ogni senso possibile ed
immaginabile), Viktor trova il modo di non subire quell’insolito destino
ma di girarlo alla fine a suo favore, conquistandosi un suo spazio ed una
sua dignità, divenendo quasi un’attrazione dell’aeroporto stesso, fino
a quando non arriva la conturbante hostess, Catherine
Zeta-Jones, a ricordare all’esule che il senso di appartenenza non
risiede affatto in un libretto che con dei timbri sopra.
Nell’alternanza di commedie (come Prova
a prendermi) con filmoni spacca-timpani (da Hollywood arriva la
notizia che Spielberg abbia in
preparazione un remake de La
guerra dei mondi), il regista più acclamato della storia trova
il suo personalissimo modo di dimostrare dove risiede la propria grandezza:
nel riuscire a non rendere dozzinale una storia che in altre mani sarebbe
affondata dopo un quarto d’ora. Spielberg
invece trova nel suo feticcio recitativo - quel Tom Hanks che andrebbe visto sempre in lingua originale, nonostante
l’ottimo doppiaggio - la via per raccontare una storia che è in parte
vera (ispirata al rifugiato Merhan Nasseri, costretto a rimanere nella zona
franca del Charles de Gaulle di Parigi perché aveva smarrito i documenti),
non tralasciando il risvolto sociale, denunciando una burocrazia che è
incapace di adattarsi alle esigenze di coloro a cui dovrebbe facilitare il
compito di vivere con meno preoccupazioni possibili: noi.
Il tema scottante trattato in Mare
dentro è quello dell’eutanasia, trattato con delicatezza e
senso della misura da un grandissimo Alejandro
Amenabar (suo The
others), che cuce addosso al volto sofferente di Javier
Bardem (ma capace anche di un sorriso illuminante), la storia, il
travaglio vissuto da un uomo, Ramon Sampedro, tetraplegico costretto a letto
da un malattia quasi trentennale. Ramon vuole andarsene a tutti i costi,
lasciandosi per sempre alle spalle quella sua non-vita fatta di immobilità.
Deciso ad andare fino in fondo, Ramon ingaggia una serrata battaglia legale
con lo Stato spagnolo affinchè gli venga concessa la possibilità della
dolce morte, scatenando reazioni incomprensibilmente furiose in diversi
ambienti della cattolicissima Spagna. Il tutto solo perché l’uomo ha
deciso di morire con dignità, scavalcando quello stato di inerzia che gli
vieta perfino di prepararsi da solo ciò che è necessario per raggiungere
il tanto sospirato traguardo, osservato da chi lo ama e vorrebbe aiutarlo,
ma anche da chi lo ama e vorrebbe impedirgli quel gesto.
Mare dentro non è tanto un film sull’eutanasia, né sotto
l’aspetto puramente sociale né sotto quello politico, bensì è un film
sul dolore, su quell’immenso dolore che una vita monca arreca dentro di sé.
Amenabar è ormai a buon titolo
tra i registi più importanti del panorama europeo e non solo, capace di
riprese mai stucchevoli e scontate che rendono giustizia ad un senso
dell’inquadratura notevole. Dal canto suo Bardem
offre un’interpretazione da ricordare, utilizzando la sola voce e
impercettibili movimenti del volto quale emblema di una sofferenza che
diventa tangibile, coinvolgente.
Nel week-end il film per i più piccoli è
Mucche alla
riscossa, variopinto ritorno disneyiano che usa gli animali di
una fattoria (“L’Angolo di Paradiso”, nel bel mezzo del selvaggio
West) per imbastire una divertente favola sulla crescita e sulla tolleranza.
Tra gli animali che popolano la fattoria gestita dall’arzilla e gentile
signora Pearl vi sono i pulcini che ambiscono a divenire galli prepotenti ed
i maiali che fanno di tutto per infastidire la scorbutica capra Jeb,
tuttavia l’ordine è gestito da Mrs. Calloway, una mucca inglese
dall’irresistibile cappellino, coadiuvata dalla mucca Grace, infatuata dal
new-age. A sconvolgere (involontariamente) quel piccolo microcosmo ci penserà
la mucca Maggie, campionessa di fiere, che aiuterà le colleghe che
muggiscono a recuperare i 750 dollari che servono alla signora Pearl per
evitare che la banca si prenda la sua terra con tutti gli animali,
coinvolgendole in un’avventura che prima le porta in città, poi sulle
tracce di un pericoloso malvivente che ruba le mandrie in giro per le
vallati.
Nel fine settimana un solo nuovo film
italiano: Te
lo leggo negli occhi di Velia
Santella, regista napoletana che in questo caso ha trovato nella Sacher
film di Nanni Moretti ed Angelo
Barbagallo la fiducia produttiva necessaria per approdare in sala.
Presentato alla 61esima Mostra del Cinema di Venezia nella sezione
“Orizzonti”, il film racconta l’introspettiva storia di Chiara (Teresa
Saponangelo), giovanissima madre che accudisce una bambina, Lucia, con
una salute talmente cagionevole da renderla perennemente preoccupata, che ha
anche il suo bel da fare nello stare dietro alla madre, Margherita (Stefania Sandrelli), una famosa cantante in declino che a sua volta
soffre di una malattia che mette in pericolo la propria carriera.
Chiudiamo infine con 30 anni in un secondo, commedia che
prende in prestito troppe citazioni cinematografiche per risultare in
qualche modo originale. Diretto da Gary
Winick, il fil rouge è quello della repentina crescita tanto agognata
che poi però potrebbe non essere tutta rose e fiori. Così come impara
Jenna (Jennifer Garner),
complessata adolescente, che all’improvviso si ritrova trentenne con una
brillantissima carriera ed un vita sociale pari allo zero, conseguenza
diretta di un caratteraccio insopportabile. E quando anche il più caro
degli amici d’infanzia se la svigna (Mark
Ruffalo), allora forse è proprio il caso di correre ai ripari.
Nell’ultimo week-end d’agosto,
compreso tra il 27 ed il 29, Starsky
& Hutch riesce a spuntarla per un niente su Fahrenheit
9/11: 1.277 milioni di euro contro 1.274. In terza posizione Catwoman,
davanti a The
cronicles of Riddick (quarto), Mean
girls (quinto) ed a Open water (sesto). Un
principe tutto mio scivola in settima posizione, mentre
l’inquietante Two
sisters è ottavo. Chiudono il conto Ore
11:45 – Destino fatale (nono) e Laws
of attraction – Matrimonio in appello (decimo).
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