Terzo anno di corso all’Accademia di
Hogwarts per Harry Potter (il sempre meno adolescente Daniel Radcliffe) e terzo film della saga ideata dalla scrittrice
inglese J. K. Rowling, dal titolo
Harry Potter
e il prigioniero di Azkaban.
Stavolta l’occhialuto maghetto avrà il suo bel da fare a sfuggire al
cattivone Sirius Black (riuscite a riconoscere Gary
Oldman?) evaso dal carcere di Azkaban, a quanto pare, proprio per
cercare Harry. Tuttavia non tutto è quel che sembra e il nostro prode Eroe,
aiutato dai fedeli amici di sempre - la petulante Hermione (Emma Watson) e il fifone Ron (Rupert
Grint) - ancora una volta viene a capo della situazione bacchetta magica
alla mano.
Diretto dal messicano Alfonso Cuaròn
(nomination all’Oscar per la miglior sceneggiatura dello splendido Y tu mama tambien), con la
supervisone di Chris Columbus,
autore dei primi due capitoli, Harry
Potter e il prigioniero di Azkaban tracima di bizzarrie e
notevoli effetti di regia. Incrociando visionario grottesco gotico in puro
stile Tim Burton e flash visivi
da Il
signore degli anelli, Cuaròn
trova il giusto mix per far divertire i più grandi ed ammaliare i più
piccoli (risate a scena aperta per le stralunate lezioni di Divinazione
della professoressa Sibilla Cooman, l’arruffata Emma
Thompson, e per il corso di Difesa contro le Arti Oscure del professor
Lupin, David Thewlis). Quel che
colpisce, in quest’ultima avventura, è la capacità del film di
normalizzare la magia, rendendola quasi come un contorno, uno sfondo nemmeno
tanto ben definito, ponendo invece al centro la naturale crescita emotiva
dei ragazzi e dei loro bisogni affettivi. Cuaròn
può dire di aver vinto la scommessa proprio su questo terreno, dove invece Columbus
aveva fallito cercando solo l’effetto speciale ad oltranza. E tra
l’ingresso di nuovi personaggi (come la già citata Thompson)
e il ridimensionamento di altri (come il professor Severus Piton, Alan
Rickman, e la professoressa McGonagall, quella Maggie Smith che avremmo voluto vedere in scena più a lungo) il
campo è già pronto per il quarto atto della serie, facendoci chiedere però
fino a che punto gli attuali protagonisti potranno ancora passare per
quattordicenni.
L’ormai miliardaria Rowling sforna un best-seller dietro l’altro e il cinema se ne
approfitta sbancando nei botteghini di tutto il mondo (Harry vanta il terzo
e il settimo posto nella classifica di tutti i tempi grazie ai film del 2001
e del 2002), permettono al piccolo mago di Hogwarts di ritagliarsi un suo
spazio nel mondo fantastico dei ragazzi, tra Peter Pan e l’hobbit Frodo
dell’inarrivabile Tolkien (ma
il suo, di mondo fantastico, è ben altra cosa). E per i nostalgici del buon
vecchio abracadabra non rimane che
farsene una ragione ed aspettare in trepidante attesa un’inevitabile
revival.
Atmosfere cupe sono pure quelle de Il
tempo dei lupi, ma le motivazioni sono del tutto differenti. In
una landa che potrebbe essere in qualunque parte del mondo (che siamo in
Francia lo si capisce solo dai nomi dei protagonisti), una famiglia si
aggira cercando cibo e acqua, sfuggendo da qualcosa di imperscrutabile.
Quando il capofamiglia viene ucciso, la madre (Isabelle
Huppert, sempre radiosa e capace di catalizzare l’attenzione con un
solo sguardo) rimane da sola con i suoi due figli e trova riparo nel
deposito di una stazione ferroviaria. Qui la piccola comitiva di fuggiaschi
impianta una piccola colonia dedita alla sopravvivenza, aspettando con
impazienza un tra neo che dovrebbe passare da un momento all’altro e che
dovrebbe condurli verso la salvezza.
Michael
Haneke gira un film che si avvale di pochissimi orpelli (totalmente assente la
colonna sonora, fotografia inesistente che rende il tutto drammatico nelle
scene notturne perchè in alcuni momenti non si riescono nemmeno a
distinguere gli attori), cercando una vena di realismo eccessiva e gestita
male. Avvitandosi su se stesso senza trovare uno sbocco ben definito verso
il quale dirigersi, il film si pianta a metà strada di una credibilità a
cui non arriverà mai.
Diretto da Alessandro Coalizzi, la storia raccontata in Fino a farti male è di quelle che
possono traumatizzare qualunque uomo. Tornato prima da un viaggio
all’estero che doveva durare più giorni, Marc (Christopher
Bucholz) intuisce che la moglie Martina (Agnese Nano) possa averlo tradito. Deciso a venire a capo del perché
la sua vita affettiva e di tutti giorni è andata sgretolarsi via via senza
che se accorgesse, Marc non fa sapere del suo rientro ed inizia a pedinare
la moglie per scoprire una realtà sconcertante. In tre giorni l’uomo si
rende conto di quanto poco conosca Martina, che meditando il suicidio ha
abbandonato da più di due mesi ormai il lavoro e vive una torrida relazione
omosessuale nell’ambito di una vita parallela che si è costruita sul
silenzio ed il totale disinteresse da parte del marito. Marc allora intuisce
la necessità che entrambi hanno di entrare in contatto con questa donna
misconosciuta e che avrà così una seconda scelta alla quale aggrapparsi.
Film decisamente intimista tuttavia non del tutto riuscito. I protagonisti
sono bravi a rendere l’immagine di una coppia in cui lui si accorge troppo
tardi che sta andando - da solo - alla deriva, mentre la Nano
riesce col suo sguardo tenero e profondo a comunicare inquietudine e
malessere, ma i dialoghi sono da fiction pomeridiana e nel complesso il
ritmo è troppo blando.
Chiudiamo lo scarno elenco delle uscite
del fine settimana con Benvenuto
Mr. President. La trama prende il via da un incipt geniale: nella
piccola città di Tesanj, in Bosnia, il fermento è palpabile a causa del
presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton, che da lì ad una settimana
arriverà per essere insignito della cittadinanza onoraria. Sono passati due
anni dalla fine della guerra, tuttavia il senso generale di sfacelo è
ancora ben evidente, con l’intolleranza etnica sempre pronta a saltare
fuori, il crimine e prostituzione che si incontrano ad ogni angolo di
strada, la corruzione dilagante ad ogni livello in una burocrazia ai limiti
del demenziale. La piccola Tesanj, fermamente decisa a non farsi sfuggire
l’occasione di assurgere a gloria nazionale con l’arrivo di Clinton,
pensa bene che l’unico modo di uscirne a testa alta è quello di darsi una
ripulita alla svelta ed inventarsi nell’arco di una settimana una
democrazia che funzioni. I risultati saranno esilaranti, con ogni cittadino
di Tesanj che darà il suo singolare contributo affinché la partizione del
regista 39enne Pjer Valica riesca
al meglio in un film divertente e carico di ironia.
A L’Alba
del giorno dopo riesce il colpaccio nella classifica del week-end
compreso tra il 28 ed il 30 maggio: è primo con 3 milioni di euro, davanti
a Troy che
perde così la vetta dopo solo una settimana. I diari della motocicletta risale al
terzo posto, mentre Van
Helsing scende così al quarto. Phone
è quinto, davanti a Monster
(sesto) ed alla nuova entrata El
abrazo partido (settimo). Chiudono Dopo
mezzanotte (ottavo), Pontormo
– Un amore eretico (nono al debutto) e Kill
Bill Vol. 2 (decimo).
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