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I FILMS DELLA SETTIMANA

a cura di Ross Di Gioia

                       

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Pronto a raccontare un capitolo della propria storia personale - quindi pronto a dare scandalo e non lasciare via di fuga a chi lo ama incondizionatamente: “o così o niente” - Pedro Almodòvar affronta in La mala educaciòn (il film d’apertura della 57esima edizione del Festival di Cannes) una catarsi liberatrice, purificandosi a suo modo da uno spettro che per troppo tempo ha albergato dentro di sé.
La storia è di quelle costruite su cerchi concentrici che si allargano via via, ma che poi alla fine trovano la strada per ricongiungersi in un unico punto focale. Divisa in parti che corrono parallelamente, il tutto parte da due amici di vecchia data, Ignacio ed Enrique, i quali frequentano insieme da bambini un collegio gestito da preti. Crescendo dentro quelle quattro cattoliche mura, Ignacio (Gael Garcìa Bernal) ed Enrique vedono nascere tra loro un rapporto particolare, un legame che trascende l’amicizia. Tuttavia il mondo dei due ragazzi crolla quando la loro relazione viene scoperta da padre Manolo, il quale porta all’allontanamento dal collegio di Enrique. Rimasto solo, pensando e ripensando a quanto successo e all’Enrique perso, Ignacio cresce dovendo fare i conti con l’accettazione sociale inevitabilmente agognata e mai veramente raggiunta, con un pensiero ad Enrique e l’altro al suo passato nel collegio che alla fine lo instraderà verso la ricerca di padre Manolo per riuscire nell’impresa di zittire almeno una delle voci che troppo fortemente urlano.
Non è mai semplice raccontare un film di Pedro Almodòvar - ed è splendido così, perché vuol dire che il regista spagnolo sa fare il suo mestiere, lasciando allo schermo il compito di dirci chi sia veramente - e non racconteremo certo qui le sorprese (in modo particolare una nel finale) che costellano quest’opera carica di nostalgia, dove l’introspezione almodòvariana è più accentuata che mai. La mala educaciòn contiene dentro di sé tutte le anime più caratteristiche dell’autore di Tutto su mia madre e Parla con lei, dove i variopinti mondi omosessuali trovano mondo di fondersi con la storia della nascente democrazia spagnola ed un senso di libertà che iniziava a farsi strada nelle coscienze della società. Gael Garcìa Bernal (dopo I diari della motocicletta) dimostra di essere un talento puro, capace di calarsi nei panni di una donna senza risultare ridicolo o ridondante, offrendo (insieme al sempre bravissimo Javier Càmara) una prova d’eccellenza. 

In Hero viene narrata una pagina della storia cinese risalente al III secolo a. C., quando l'attuale Cina era divisa in sette regioni, le quali vivevano tra la continua contrapposizione tra loro stesse e la fioritura del grande pensiero classico che gli avrebbe permesso di raggiungere livelli d'eccellenza. Ma lo scopo principe di ogni regione era sopraffare e dominare le altre per creare il primo Impero Cinese. Il regno di Qin era il più determinato e allo steso tempo più spietato di tutti, quello che perseguiva in maniera indefessa il progetto di conquista e creazione dell’Impero. Quando arriva al Palazzo Reale del regno di Qin Senza Nome (Jet Li), uno sceriffo che asserisce di aver ucciso i tre killer - Spada Spezzata (Tony Leung Chiu Wai), Neve che vola (Maggie Cheung Man Yuk) e Cielo (Donnie) - assoldati dalle altre regioni per assassinare il Re, viene accolto senza indugi e ottiene udienza dalla distanza minima concessa: dieci passi dal Re. Tuttavia il racconto dello sceriffo non convince il Re, che a sua volta gli racconta invece il vero motivo per cui, secondo lui, lo sceriffo se ne sta lì a sciorinare quella fantomatica storia. E il loro incontro diviene così una sfida lessicale (e di rimembranze) che viene smontata e rimontata più volte.
Basato su avvenimenti accaduti nella Cina del III Secolo a. C., Hero è l’ultima fatica di Zhang Yimou, uno dei più grandi registi in circolazione, autore di Lanterne rosse e La storia di Qiu Ju. E messa da parte la sua attrice feticcio di sempre, Gong Li, questa volta l’acclamato regista ci riporta con efficacia in un'epoca dove violenza e onore la facevano da padrona. Tra poesia e violenza, con il beneplacito di Quentin Tarantino, Hero regala uno spettacolo scintillante capace di ammagliare. Tra splendidi duelli - da cineteca quello sul pelo dell’acqua di un lago -, effetti speciali che oggi permettono ai maestri orientali di rimbalzarsi le gocce d’acqua come se fossero biglie, e una fotografia sontuosa, Yimou giganteggia registicamente permettendo ai suoi attori di regalare con un semplice movimento del corpo quel che, avvolte, ore di dialogo non rendono. La storia di Senza Nome è quella fatalmente tragica di ogni Eroe, dove amore, onore e dovere si fondono in una miscela misteriosa e devastante.

C’è un solo italiano in uscita nel fine settimana ed è Se devo essere sincera, dove Adelaide (Luciana Littizetto) è una professoressa di italiano con amica confidente (Donatella Finocchiaro) ed un marito, Renzo (Dino Abbrescia), istruttore in una scuola giuda. Quando una supplente, collega di Adelaide, viene trovata morta, la voglia di indagare della professoressa incontra le indagini vere condotte dall’ispettore della polizia Gaetano (Neri Marcorè), mettendo i due sulla stessa strada, quella strada fatta d attrazione ed attenzioni che Adelaide non riesce più ad avere dal marito. Sarà il vino ad avvicinare definitivamente ispettore e detective “fai da te”, facendo precipitare così i due in una spirale di bugie ed arrampicamenti sugli specchi che troppo somigliano a quelle di Renzo, che tanto i fatti suoi se li è sempre fatti senza starci su a pensare tanto. Intanto le indagini vanno avanti, portando gli indizi sempre più vicini ad Adelaide ed alla sua amica, mentre Renzo supplica la moglie di non dirgli mai nulla se lei dovesse tradirlo, inchiodando alla fine il loro matrimonio col maglio più comodo: meglio una bugia che ci tenga vicini che non una verità che ci allontani. 

Segnaliamo l’uscita anche di Hellboy, che racconta le gesta dell’ultimo baluardo del Bene contro il Male, Hellboy appunto, il quale 60 anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale vede tornare dal passato Rasputin ed i suoi accoliti in cerca di vendetta; ma c’è anche La profezia delle ranocchie, cartone animato del francese Jacques-Rémy Girerd, la storia di una famiglia dei tempi moderni - figlio adottivo, mamma africana e padre anziano - che devono affrontare l’arrivo di un nuovo diluvio universale; infine Una canzone per Bobby Long, con John Travolta e Scarlett Johansson, dove un disincantato ubriacone si ritrova a dover condividere la casa, a New Orleans, con un’adolescente dallo sguardo triste che torna in città per seppellire la madre.

Con 1.8 milioni di euro King Arthur debutta in testa alla classifica degli incassi nel week-end compreso tra l’1 ed il 03 di ottobre, facendo scendere di un gradino Spider-Man 2 (secondo, ma vicino per incasso: 1.7 milioni). Garfield: Il film mantiene il terzo gradino del podio, mentre perde due posti (ora è quarto) The Bourne supremacy. Il migliore degli italiani in classifica è Giuseppe Piccioni con L’amore che vorrei (quinto), davanti a The terminal (sesto) e Due fratelli (settimo). Le chiavi di casa scivola in ottava posizione, appena meglio di FBI protezione testimoni 2 (nono) e L’amore ritrovato (decimo).

 

(r.digioia@momentosera.com)

Roma, 08 ottobre 2004