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I FILMS DELLA SETTIMANA

a cura di Ross Di Gioia

                      

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Che ne pensereste se foste un tranquillo tassista di Los Angeles, tutto casa e taxi - dedito sì ad un lavoro anonimo, ma che vi permetterà di accumulare un gruzzolo necessario per realizzare il sogno di una vita e creare un’impresa di noleggio limousine - e una bella sera sul vostro sedile posteriore si accomoda un distinto signore dai capelli brizzolati che si rivelerà essere un assassino capace di trascinarvi nella più sconcertante delle notti?
È un po’ questo quel che si chiede Max (Jamie Foxx, già protagonista di Alì e Ogni maledetta domenica) in Collateral quando sul suo taxi sale Vincent (Tom Cruise), che dapprima lo noleggia per scorazzarlo in lungo e in largo per la città dietro una fantomatica operazione immobiliare da concludere prima di prendere un volo alle sei del mattino successivo, poi ben presto gli rivela la vera motivazione di quelle soste: uccidere i cinque testimoni chiave in un processo contro un narcotrafficante. In una scintillante Los Angeles notturna, fatta tutta di luci e freeways, Vincent prende in ostaggio Max e la sua vita, cerca di inculcargli il dogma del “vivi solo secondo le tue regole e vivile ora”, va con lui a trovare la madre malata in ospedale tra un omicidio e l’altro; e trova anche il tempo di fare di Max un eroe quando quest’ultimo salva dalle grinfie di Vincent il quinto agnellino sacrificale della lista. In mezzo le espressioni un po’ statiche di Cruise (perché brizzolato?), l’ottimo Foxx di minuto in minuto sempre più sbigottito per quel che gli sta accadendo, la città degli angeli caduti fotografata in modo sontuoso, una storia che regge costantemente il ritmo (nonostante il finale piuttosto prevedibile), sarcasmo da killer consumato cucito addosso a Cruise e l’ostaggio che ad un certo punto inizia a dispensare citazioni del proprio carceriere come se fossero aforismi di Oscar Wilde.
Diretto da Michael Mann (Insider - Dietro la verità e Alì) con molto mestiere, il film poggia interamente sulle spalle di Cruise e Foxx, lasciando che la tentacolare Los Angeles dapprima li culli, poi li ingurgiti, e permetta ai due protagonisti di ingaggiare un vero e proprio duello di personalità: il cinismo di chi ha saputo arrivare anche se utilizzando mezzi sporchi contro la rassegnazione di chi quei mezzi non li ha mai voluti utilizzare e allora non arriverà mai da nessuna parte. Applauditissimo all’ultima Mostra del Cinema di Venezia e con un incasso superiore ai cento milioni di dollari negli USA, Collateral si aggiunge a pieno titolo alla lista delle pellicole dove, che vogliate o meno, alla fine un pizzico di tifo per il cattivo lo si fa.

La vita di coppia è particolarmente al centro di due titoli in uscita in sala. In Natalie, diretto da Anne Fontiane, l’affascinante Catherine (Fanny Ardant) si trova dinnanzi ad una verità sconcertante: il suo matrimonio è in crisi. Il marito Bernard (Gèrard Depardieu), infatti, intrattiene occasionali rapporti extraconiugali. Sconvolta dalla scoperta (fatta in un modo del tutto accidentale), Catherine una sera finisce in un night-club dove conosce la prostituta Marlene (Emmanuelle Béart). Convinta di riportare il marito verso di lei, Catherine assolda Marlene affinché lei ammagli il marito con i suoi modi seducenti, coinvolgendo così i tre in un piano che ben presto perde di vista il vero obiettivo principale, incuneandosi in un budello pericoloso fatto di autolesionismo (quello di Catherine) e morbosa attrazione (quella tra Marlene e Bernard). Catherine così ritrova l’ardore del marito vivendolo di riflesso nei racconti della spregiudicata Marlene. In un film che vive di attori di razza, la regista riesce a sincopare i sentimenti d’amore e passione con notevole senso cinematografico, escludendo quasi Depardieu dalla narrazione in favore dei racconti che la Béart fa alla Ardant, la più bella delle signore del cinema transalpino.
Coppia sui generis anche quella de La sposa turca di Fatih Akin, con Cahit (Birol Unel) e Sibel (Sibel Kekilli) che si incontrano nella più improbabile delle occasioni: al pronto soccorso, dove entrambi sono scampati ad un tentativo di suicidio (in auto lui, tagliandosi le vene lei), ed allora decidono di lasciare insieme quel posto deprimente. Il rapporto tra i due porta Sibel a credere che l’uomo la sposerà (così lei si libera di una famiglia opprimente), ma a Cahit interessa solo sbronzarsi e tirare di coca, quindi rifiuta, salvo poi cambiare idea quando lei ritenta di tagliarsi le vene. E allora che matrimonio sia. Entrambi così fingono un amore che non esiste, utilizzato solo per far fuggire Sibel dalla casa paterna, ma la farsa dura poco. La sera stessa del matrimonio una lite porta Sibel fuori casa, a letto con altri uomini, mentre Cahit torna dalla sua ex. Da questo in poi succede qualcosa però in questa coppia. Quel sentimento tanto rifiutato inizia in qualche modo a germogliare, tuttavia, per poter dire che sia abbastanza forte da strare sulle proprie gambe, dovrà passare attraverso la galera, una lontananza che poi viene in qualche modo ricucita ed un matrimonio che solo dopo anni verrà consumato.

I biopic (un film che narra la vita e la carriera di un personaggio entrato ormai nella leggenda) è ormai la moda imperante. E se in alcuni casi i risultati sono discutibili, questo non lo si può affermare per De-Lovey con Kevin Kline e Ashley Judd, il racconto della vita di Cole Porter, uno dei più geni che la musica abbia mai avuto, un uomo capace di melodie che sono ancora oggi saccheggiate dagli artisti moderni. Ma allo stesso tempo un uomo che viveva la sua omosessualità con un senso dilaniante del peccato, preferendo dei rapporti carnali e vivendo poi l’amore come qualcosa di ideale che riversava sulla moglie. Diretto da Irwin Winkler, il film mostra come un uomo possa diventare il cardine di un mondo (in questo caso quello musicale) ed allo stesso tempo possa sentirsi come una sorta di apolide di qualunque mondo. La vita di Porter tra la musica (nel film appaiono artisti del calibro di Elvis Costello, Robbie Williams, Alanis Morisette, Sheryl Crow) e l’amore per Linda, le gioie di un successo ancora vivo tutt’oggi ed il dolore per le frustrazioni personali avvolte insostenibili.
C’è un refuso di omosessualità anche in Una casa alla fine del mondo, tratto dall’omonimo romanzo del Premio Pulitzer Michael Cunningham. Ambientato negli anni ’70, Bobby (Colin Farrell) è un ragazzo piuttosto introverso che è cresciuto nei sobborghi di Cleveland insieme all’amico di sempre, Jonathan (Dallas Roberts). Quando quest’ultimo parte per il college, Bobby si ritrova ancora più solo, così dopo diversi lavori approda anni dopo a New York, intenzionato a ritrovare l’amico. Nella Grande Mela ritrova così Jonathan, il quale condivide la casa con un’eccentrica creatrice di cappelli, Claire. Ovviamente ben presto tra i tre nasce qualcosa di più di una semplice convivenza, tuttavia Una casa alla fine del mondo è più che un film sui gay o sulla morbosità del menage a trois, è piuttosto una lucida disamina sulla famiglia e sulle sue diverse forme, dove (almeno così dovrebbe essere) servirebbe solo l’amore per andare avanti.
Chiudiamo con l’unico film italiano della settimana: Volevo solo dormirle addosso di Eugenio Cappuccio, dove a Marco (Giorgio Pasotti) viene conferito dall’azienda per cui lavora il compito di ridimensionare il personale. I turbamenti, il disagio (anche a livello personale) di un ragazzo che sarà costretto a far suo l’orrenda espressione “Ti stimo molto” per venirne in qualche modo a capo.

Nella classifica degli incassi nel week-end compreso tra l’8 ed il 10 ottobre Hero conquista la vetta, facendo retrocedere King Arthur al secondo posto e Spider-Man 2 al terzo. In quarta piazza debutta La mala educaciòn, davanti a Garfield: Il film (quinto) ed altre due new-entry: Se devo essere sincera (sesto) e Hellboy (settimo). A seguire The Bourne supremacy (ottavo), L’amore che vorrei (nono) e l’ultima nuova entrata del fine settimana: Una canzone per Bobby Long (decimo).

(r.digioia@momentosera.com)

Roma, 15 ottobre 2004