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I FILMS DELLA SETTIMANA

a cura di Ross Di Gioia

                                                             

 

 

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Presentato in anteprima al Festival di Cannes fuori dal Concorso Ufficiale, Achille/Brad Pitt (ipervitaminizzato ed incolore), Ettore/Eric Bana (piuttosto efficace), Paride/Orlando Bloom (pessimo) e Priamo/Peter O'Toole (semplicemente nel ruolo che al cinema gli compete di diritto: il Re), sono i protagonisti del roboante Troy, il saccheggio dell'Iliade di Omero da parte del regista Wolfgang Petersen.
Il racconto prende il via da Paride che lascia Sparta, all'insaputa del saggio Ettore, portandosi via - come segno di gratitudine per l’ospitalità ricevuta - Elena (Diane Kruger), la bella moglie di Menelao. Agamennone (Brian Cox), re della Grecia e fratello di Menelao, prende la vicenda a pretesto per invadere Troia. La sete di conquista di Agamennone trova terreno fertile nelle mire di gloria del più grande dei suoi guerrieri, Achille, e con mille navi e cinquantamila uomini i greci sbarcano sulle coste di Troia. Tuttavia la tensione tra il Re e Achille induce quest’ultimo a lasciare l'esercito greco in balia dei troiani che lo decimano. Nella battaglia Ettore uccide per errore Patroclo, cugino di Achille, scatenando così l'ira incontrollata del guerriero greco che si abbatte sul regno di Priamo, portando prima il principe Ettore alla morte, e poi partecipando alla spedizione pianificata utilizzando il cavallo ideato da Ulisse (Sean Bean). Permettendo loro di penetrare all'interno delle invalicabili mura di Troia e radendo al suolo la città, gli invasori verranno consegnati definitivamente alla storia, tuttavia una freccia farà assurgere Paride ad ingiusta gloria quale giustiziere di Achille.
In una sovraesposizione di bicipiti, licenze architettoniche e archeologiche confutabili da qualunque nostro studente delle scuole medie - dove, vale la pena ricordarlo, l'Iliade figura nei programmi didattici a differenza degli USA - e la ormai solita distesa di guerrieri che avanza decuplicata al computer, Troy va avanti per due ore e mezza accendendo piccole fiammate d'interesse, ma è ben lontano da un vero e proprio incendio di emozioni com'era nelle aspettative. L'intero cast ci crede sul serio, tuttavia i muscoli di Pitt ed i cammei di sicura classe - si vede anche un'irriconoscibile Julie Christie nel ruolo di Teti, madre di Achille - non riescono a risollevare una vicenda che viene trasposta più come una fiction che non come eterno conflitto del lato umano delle vittorie e delle sconfitte, come ci è stato tramandato nei secoli dai racconti di Omero. A Pitt&Co. una punizione esemplare: vedere e rivedere Peter O'Toole nelle sue scene principali (una su tutte: quando va a reclamare il corpo del martoriato figlio Ettore), impareranno molto sulla capacità di impossessarsi dello schermo con silenzioso magnetismo.

Parte nella Buenos Aires del 1952 il viaggio di Alberto Granado (detto il Mi Al) ed Ernesto Geuvara de la Serna (detto El Fuser) raccontato ne I diari della motocicletta. In sella ad una vecchia Norton 500, i due vanno a scoprire l’America Latina in un viaggio polveroso ed illuminante, durato alla fine otto mesi, dove le sorprese si alterano alle traversie più imprevedibili. La coppia di amici rimarrà segnata per sempre da questo evento, permettendo alle proprie personalità ed alle proprie idee di essere plasmate in un modo che gli segnerà inevitabilmente l’esistenza futura. La loro sarà dapprima l’avventura di due giovani uomini (avevano ventitre e ventinove anni a quel tempo) in cerca di paesaggi nuovi, tuttavia ben presto avranno modo di toccare con mano una realtà politica e sociale che la stessa America del Sud all’epoca non conosceva affatto. Percorrendo una quantità immane di chilometri, Alberto ed Ernesto passano per l’Argentina, il Cile, il Perù, il Venezuela e la Colombia, vivendo ed osservando le tradizioni ed i costumi di popoli così vicini tra loro che tuttavia andavano avanti in uno stato di pressoché totale isolamento culturale, popoli che stanno per essere fagocitati da un capitalismo che iniziava a prendere il comando ed a spazzare via i più deboli.
Basato sui diari scritti dallo stesso Alberto Granado ed Ernesto Guevara, il regista Walter Salles ne ricava un film ispirato e gradevole, dove il refuso politico riesce a non essere invadente e dove gli attori protagonisti (Gael Garcia Bernal e Rodrigo De la Serna) si muovono con estrema naturalezza. I paesaggi sono da cartolina illustrata e avvolte si eccede nel liricismo, ciò non toglie che I diari della motocicletta trasmette quel velo di nostalgia e di privato che sono insite nelle manifestazioni di gioia sudamericane, anche in quelle più sinceramente accalorate.

Arriva dall’Australia Garage days, un piccolo film di Alex Proyas piuttosto interessante. I giorni da garage che cita il titolo sono quelli di una band che coltiva delle ambizioni forse al di là dei propri meriti artistici. Con piglio anche autobiografico (il regista ha fatto parte di un gruppo sperimentale di tastieristi quando era più giovane), il film narra di come il gruppo da vittime alle fine si trasformi in carnefice. Tanta è infatti la voglia di arrivare che alla fine riescono a sfondare davvero, anche se a colpi di ricatti e con qualche eccesso di forza. In una commedia gestita bene e portata a termine senza scossoni, oltre ad una notevole colonna sonora anni ’80, il gusto è quello classico della confusione adolescenziale sfogata nella musica e nel bisogno del successo. Con bene in mente l’idea che non si può restare ragazzini a vita, ma allo stesso tempo convinti che la strada che porta a diventare grandi è sempre lì - quindi imboccabile in qualsiasi momento - lo sgangherato insieme degli amici di Proyas si avvia lentamente verso quei ruoli di vita comune su cui si fondano le nostre società odierne, deponendo alla fine i sogni nuovamente in un cassetto che è sempre troppo ingombro.

L’ultimo titolo della settimana è italiano: Il servo ungherese. Diretto da Massimo Piesco e Giorgio Molteni, la trama percorre la via che porta alla conoscenza ed all’ammirazione per l’Arte e la Letteratura intesa come unico viatico capace di condurre alla salvezza ed all’arricchimento dell’animo - anche quando si parla di quello di un gerarca nazista. Con l’Olocausto sullo sfondo, il film racconta di come un ebreo internato in un campo di concentramento possa riuscire ad elevare lo spirito di un capo del regime di Hitler e di sua moglie, disquisendo sui quadri dei grandi pittori contemporanei e sulla poesia degli antichi greci. In vere e proprie lezioni che il servo tiene ai coniugi, i due saranno costretti a meditare sull’orrore di cui sono loro stessi vittime in un luogo oscuro ed impregnato di morte.
Irritante e piuttosto noioso, Il servo ungherese si assesta su livelli di boria che il tema dell’Olocausto non merita assolutamente, in un film che sconsigliamo con vigore.

Nel week-end compreso tra il 14 ed il 16 maggio Van Helsing tiene la testa della classifica, davanti a Phone (secondo) ed alla terza piazza di Monster. Honey è in quarta posizione, mentre risale Identità violate (quinto). Kill Bill Vol. 2 resiste in classifica (è sesto questa settimana), davanti a In my country (settimo) ed a Luther (ottavo ed il leggera risalita). Chiudono Dopo mezzanotte (nono) e Secret window (decimo).

(r.digioia@momentosera.com)

Roma, 21 maggio 2004