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I FILMS DELLA SETTIMANA

a cura di Ross Di Gioia

                      

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In un mondo nemmeno tanto futuribile (nella realtà si favoleggia di marchingegni ben più innovativi), la società americana USR ha un intento ben preciso: quello di creare e mettere sul mercato almeno 1 robot per ogni 5 esseri umani. Le regole da seguire sono tre e sono le leggi su cui si fonda la robotica: 1) un robot non può mai arrecare danno ad un essere umano o far sì che attraverso la sua inattività un essere umano possa restare ferito; 2) un robot deve obbedire agli ordini di un essere umano a meno che non contrastino con la prima legge; 3) un robot deve proteggere la sua esistenza a meno che questo non contrasti con la prima o la seconda legge. Fondando i principi guida su queste tre leggi, gli umani intendono creare delle macchine perfette che possano aiutarli nella vita di tutti i giorni, fabbricando così letteralmente degli alter ego robotizzati che siano affidabili in tutto e per tutto, sia nei lavori più pesanti che anche semplicemente come “robot da compagnia”. In questa euforia generale l’unico che non si fida per niente è Del Spooner (Will Smith), poliziotto ancorato a vecchi metodi di lavoro, uno che crede che la robotizzazione della società sia qualcosa da seguire con più attenzione e senso critico. Subendo non pochi problemi sul lavoro per queste sue idee in fondo ormai razziste, Del è il primo ad essere chiamato quando viene trovato il cadavere di Lanning, un professore che di robotica se ne intendeva davvero, iniziando così una caccia al… robot, affiancato dalla dottoressa Calvin (Bridget Moynahan), che porterà Del ad una parziale conferma delle proprie teorie.
Alex Proyas è il regista di questo convulso Io, Robot, film che intesse la filosofia che ha ispirato tutto il lavoro e la carriera di Asimov con un aurea da thriller che funziona sotto ogni punto di vista. Ambientato nella Chicago del 2035, Smith si muove a suo agio in mezzo ad una selva di effetti speciali digitalizzati che riescono a non essere invasivi o debordanti. Certo, le auto sono da Fiera del futuribile, e magari per entrare in casa si potrebbero trovare sistemi un po’ più accessibili, ma tutto sommato lo sfondo (e qui il merito maggiore è dello scenografo Tatopulos, già con Smith in Indipendence Day) fa giustizia al quadro generale. Spettacolari le scene di azioni e addirittura commoventi quelle in cui il robot Sonny, dotato di una propria personalità, cerca di difendersi in ogni modo dalle accuse, inscenando una reazione del tutto umana. Io, Robot è più un film su quello che siamo e sull’entità stessa della vita che non un giocattolo con robot antropomorfi che scimmiottano stati d’animo, evidenziando al tempo stesso le differenze tra “noi” (emozioni, sentimenti, arbitrio) e “loro” (chip, cavi, programmazione).

Una particolare introspezione è quella anche di Se mi lasci ti cancello, dove Joel (Jin Carrey) e Clementine (Kate Winslet) sono una coppia che è lì lì per scoppiare definitivamente. Vivendo insieme, con una routine che sta devastando l’amore reciproco, i due meditano sul da farsi. E come spesso accade tocca alla donna dare una svolta a tutta la relazione, prendendo il toro per le corna una buona volta e per tutte: così Clementine si reca presso la Lacuna Inc. e chiede di farsi cancellare dalla memoria la sua storia con Joel. Deciso a fare altrettanto per non impazzire definitivamente, Joel va per sottoporsi anche lui alla seduta che gli permetta di cancellare gli anni passati con la sua Clementine. Ma proprio mentre l’operazione è in corso a Joel succede qualcosa che gli fa cambiare idea subitaneamente, e rivivendo a ritroso tutti i bellissimi momenti passati con la sua ormai ex ragazza decide di cercare di interrompere il procedimento…
Se mi lasci ti cancello è diretto da Michel Gondry, ma credeteci, raccontare un film sceneggiato da Charlie Kaufman (quello che, tanto per intenderci, ha scritto Essere John Malkovich e Il ladro di orchidee) è una delle cose più difficili da fare per chi scrive di cinema. Motivo principale perché l’autore è un genio assoluto, capace di costruire in questo caso una storia che vive di una sorta di loop continuo, dove lo spettatore parte e ritorna sempre allo stesso punto narrativo, immerso in un amore che ad un certo punto ha bisogno di far tabula rasa per potersi riprendere e risalire di quota. Ed anche se l’idea della cancellazione è un pretesto scontato se volete - cancellate pure se quello che avete vissuto non vi piace - introdurre letteralmente lo spettatore nella mente di Joel (un Carrey comunque bravissimo come sempre, tuttavia un po’ sottotono), andando a ripescare tutti quei suoi ricordi in fondo meravigliosi che nessuna macchina o stato di alterazione potrà mai cancellare, è il colpo finale a chi pensa che la vita sia fatta solo di riavvii più o meno continui, tralasciando le riflessioni di ognuno di noi sull’amore e la necessità di un passato.

C’è un altro grande autore in sala nel fine settimana, ed è Spike Lee, che reduce da un successo unanime per La 25^ ora torna dinnanzi al pubblico col meno riuscito Lei mi odia, dove John Henry Armstrong (Anthony Mackie) è un giovane in carriera, top-manager di una società farmaceutica. Convinto di avere un futuro brillante davanti a sé, John lavora con la tranquillità di chi sa di essere in una botta di ferro, dove la botte è costituita da una società inattaccabile, rispettata e temuta, pronta a lanciare sul mercato un farmaco che farà schizzare alle stelle le azioni a Wall Street. Tuttavia le sorprese, si sa, sono dietro l’angolo, così (nell’ordine) il farmaco viene messo sul mercato ed è un fallimento colossale, le azioni crollano, John scopre l’insider trading da parte della società stessa e li denuncia, infilandosi così in un panegirico senza fine, fatto di cause e dissanguamento economico che lo porta ad una scelta bizzarra: accettare l’offerta di una ex scopertasi gay (Kerry Washington) che per 10000 dollari (5 suoi e 5 della compagna) vuole farsi fecondare da John. Fatto il primo colpo (sarebbe proprio il caso di dirlo…) John continua questa carriera da fecondatore indefesso per la comunità lesbica della Grande Mela, minando però la sua credibilità come test nel processo contro i cattivi del ramo farmaceutico, cacciandosi anche nei guai con un boss mafioso (John Turturro) e la figlia (Monica Bellucci).
Stavolta Lee esagera sul serio. Le intenzioni sono delle migliori, quelle di raccontare una società americana che ormai è allo sbando, dove la carriera è l’unica cosa che in fondo conta e che merita di essere perseguita con tenacia, dando un’occhiata al conto corrente (se è coperto o meno) e decidere di conseguenza quante culle bisogna comprare. Ma il risultato è piuttosto deludente, col tentativo fallito di innestare quanto sopra con una commedia che vorrebbe essere frizzante e piena di sorprese. Famiglie di nuova concezione, morale agli USA adepti solo del dollaro, Turturro che si crede Brando e Monica Bellucci che annaspa visibilmente sono gli esiti di una mediocrità inattesa.

Di mediocrità ci tocca di parlare anche per Ovunque sei di Michele Placido, il film delle polemiche andato nel Concorso principale alla 61esima Mostra del Cinema di Venezia. Lo spunto nasce dall’incidente stradale avuto da Matteo (Stefano Accorsi), un medico del Pronto Soccorso, che in ambulanza era in compagnia di Elena (Violante Placido), la sua tirocinante. Il tutto accade mentre la moglie di Matteo, Emma (Barbora Bobulova) è la telefono con l’amante Leonardo (Stefano Dionisi). Matteo (il suo spirito? la sua anima? la sue essenza?) torna nella propria casa a rivedere con occhi nuovi quella che era stata la sua vita con Emma, soffermandosi nella camera della figlia Ada, percependo sempre di più la sensazione che, in fondo, quell’incidente non era del tutto occasionale, andando così incontro alla giovane Elena in una dimensione nuova.
Quello di Placido, purtroppo, è un film tanto ambizioso quanto vuoto. I personaggi girano continuamente a vuoto, regalando la sensazione di uno spaesamento continuo, colpa innegabilmente degli sceneggiatori - oltre a Placido vi sono anche le mani di Umberto Contarello, Domenico Starnone e Francesco Piccolo - ma anche di una regia che vorrebbe essere metafisica e che alla fine è soltanto un pò troppo boriosa. Ciò non toglie che sulla laguna i fischi sono stati esagerati nella quantità.

Il week-end in sala si conclude con altri tre titoli: The corporation, documentario che denuncia come le società di capitali siano ormai il vero demonio odierno, elevando al di sopra di tutto i propri interessi economici e di profitto; Jersey girl, commedia sentimentale con Ben Affleck, Liv Tyler e Jennifer Lopez, storia di un uomo e del suo dilemma: scegliere la vita di famiglia (bimba a carico dopo la prematura scomparsa della moglie) o le mille luci di NY?; infine Un onesto commerciante, film belga cupo e teso che vede un commerciante sottoposto ad un interrogatorio da parte di due commissari belgi (tra loro Philippe Noiret) sulle tracce di un trafficante di droga.

Collateral si prende la testa della classifica degli incassi nel week-end compreso tra l’15 ed il 17 ottobre, spedendo Hero al secondo posto. La mala educaciòn di Pedro Almodòvar conquista un posto ed è terzo, mentre ne perde uno King Arthur (quarto). In discesa anche gli altri: Spider-Man 2 (quinto), Garfield: Il film (sesto), Se devo essere sincera (settimo) e Hellboy (ottavo). Nelle retrovie L’amore che vorrei mantiene la nona piazza davanti a The Bourne supremacy che scivola in decima.

 

(r.digioia@momentosera.com)

Roma, 22 ottobre 2004