Il racconto del week-end delle
nuove uscite, una volta tanto, parte da due titoli italiani piuttosto
attesi. Sergio Rubini torna in
Puglia ne La
terra, un noir velato di commedia (o una commedia velata di
noir?) con un cast - nonché lo stesso regista - in grande spolvero. Tornato
nella natia Mesagne dopo decenni di esilio per la sua ribellione ad un padre
oppressivo e manesco, Luigi (Fabrizio
Bentivoglio) è un docente di filosofia dell’università di Milano che
ha ricostruito silenziosamente la propria esistenza. Nel paesino pugliese
vivono i suoi tre fratelli: Michele (Emilio
Solfrizzi), titolare nell’ordine di un mobilificio, di una moglie
insopportabile e di velleità politiche piuttosto mediocri; Mario (Paolo
Briguglia), studente impegnato nel volontariato con la parrocchia ed i
ragazzi disabili; e Aldo (Massimo
Venturiello), l’unico che porta avanti la masseria del padre, e che
dal genitore ha anche preso l’indole violenta. Luigi ha l’improbo
compito di convincere Aldo (che non ne vuole sapere) a firmare la cessione
dell’azienda agricola di famiglia (ormai allo sfascio) a seguito di una
ghiottissima offerta ricevuta. Quel che Luigi non sa è che il fratello
Michele ha bisogno di quella vendita molto più di quanto non dica ed è
allora che salgono a galla rancori sempre vivissimi e fratture mai sanate,
il tutto acuito dall’usuraio Tonino (Sergio
Rubini), che controllando tutto il paese tiene sotto scacco anche
l’indebitato Michele. Quando un fucile uccide Tonino durante la
processione del Venerdì Santo, i fratelli si ritrovano così coinvolti in
un fatto di sangue dove regna il sospetto reciproco. Ognuno di loro aveva un
motivo per uccidere il ripugnante Tonino – ad Aldo impediva di avere la
donna che amava, a Michele lo aveva condotto sull’orlo del collasso
finanziario, a Mario (anche se indirettamente) gli aveva ucciso un ragazzo
disabile a cui teneva molto – ed al “professore” toccherà prendersi
sulle spalle tutto il carico famigliare per districare i fratelli da quella
rete. Rinvigorito e cambiato suo malgrado, Luigi trova dentro di sé rabbie
che credeva del tutto sopite, presentandosi davanti agli occhi della stessa
compagna Laura (Claudia Gerini)
come un uomo diverso. Con un senso della giustizia che via via lo abbandona
sempre più, Luigi riesce a salvare la sua famiglia - aiutato proprio da
un’altra compagine famigliare, la quale ha altrettanto bisogno di rimanere
unita.
I fratelli coltelli di Rubini
stupiscono per lucidità e divertimento, portando a termine un film davvero
ben congegnato e recitato in modo eccellente. Il quartetto Bentivoglio-Briguglia-Solfrizzi-Venturiello è
perfettamente calato nel proprio ruolo, rendendo il senso di una faida
famigliare ambientata in un sud allo stesso tempo solare e vischioso, dove
anche le facce di contorno sono azzeccatissime. Forse come sempre accade nel
cinema di Rubini vi è un eccesso
di carne al fuoco, di situazioni improbabili e meschine, con un finale
lirico sui tetti evitabile e un nodo che viene al pettine in modo troppo
pretestuoso, tuttavia ciò non toglie nulla ad un delitto perfetto made in
Puglia che consigliamo di andare a vedere.
Il secondo italiano della
settimana in sala è Michele Soavi con
Arrivederci
amore, ciao. La strofa di una canzone struggente e bellissima
(per l’occasione reinterpretata da Caterina
Caselli) fa da leit motiv ad un film tratto dall’omonimo best-seller
di Massimo Carlotto, dove il
latitante Giorgio (Alessio Boni),
aiutato dall’Organizzazione dei fuoriusciti, trova modo di tornare in
Italia dalla giungla del Sud America - previa assassinio alle spalle del suo
decennale amico di scorrerie bombarole. Rientrato in patria, Giorgio si
ritrova davanti il corrotto vice questore della Digos Anedda (Michele
Placido, eccessivo e bravo come sempre), che lo tiene in pugno con la
foto di un delitto tuttora impunito, costringendolo a fare i nomi degli
antichi compagni di lotta. Dopo soli due anni Giorgio esce dalla galera ed
inizia la trafila per la riabilitazione, che per il codice penale si ottiene
dopo cinque anni di buona condotta. Tuttavia per il codice di Anedda la
questione è diversa. Costretto un po’ dalla situazione (servono tanti
soldi per “spingere” la riabilitazione verso l’ufficio giusto), un
po’ dall’indole, Giorgio si ritrova ad annaspare nello stesso mondo
malavitoso che aveva lasciato, invischiato anche in una relazione
impossibile con Flora (Isabella Ferrari) che non lo vuole. Stavolta, però, foraggiato ed
istigato da Anedda che non lo molla, l’ex terrorista organizza una rapina
che finisce nel sangue ma che gli dà anche modo di separarsi
definitivamente dal vice questore. Giorgio va nel nord-est, apre un
ristorante, è alla soglia della riabilitazione grazie alle amicizie giuste,
si sposa con la tranquilla Roberta (Alina
Nedelea). Tutto bello, proprio un mulino bianco. Peccato che Anedda si
rifà vivo, costringendo Giorgio a ritirare fuori quello che non aveva mai
veramente sotterrato. Ridondante e sovresposto, con l’assenza di una
spruzzata di normalità che avrebbe reso il tutto decisamente più
credibile, Arrivederci
amore, ciao va a finire in una lista che già straborda: quella
dei “volemo proprio tanto ‘ffà
gli ammericani”.
Candidato come Miglior attore
non protagonista ai prossimi Oscar, George
Clooney - insieme ad una pletora di ottimi colleghi tra cui Matt
Damon, Chris Cooper e Jeffrey Wright
- è interprete di Syriana,
film ispirato al libro “La disfatta della CIA” di Robert
Baer. Partendo dai campi petroliferi del Golfo Persico, la storia si
avvita su per un affare colossale da portare a termine: una fusione tra la
piccola Killen - appena entrata in possesso di vantaggiosi diritti di
trivellazione - e la grande Connex - che i suoi diritti di trivellazione nel
Golfo Persico li ha persi poiché il Principe Nasir (Alexander
Siddig) li ha girati a favore dei cinesi. Il Dipartimento di Giustizia
incarica un potente studio legale di Washington, lo Sloan Whiting, di
valutare la fattibilità della fusione ed ad occuparsene sarà Bennett
Holiday (Wright), il procuratore
che dovrà fare gli equilibrismi tra i loschi trascorsi affaristici della
Killen e la necessità di tutto l’establishment governativo di chiudere la
fusione. Bob Barnes (Clooney),
agente CIA affidabile e convinto ancora di lavorare per il bene del suo
Paese, riceve l’incarico di uccidere il Principe, tuttavia quando la sua
copertura salta e miracolosamente la scampa tornando in patria, solo allora
capirà di essere stato merce di scambio e aprirà gli occhi sul vero valore
delle missioni che aveva condotto nel passato. Intanto l’esperto in
problemi energetici Bryan Woodman (Matt Damon), dopo aver visto il figlio morire nella piscina della
villa di Nasir, accetta la proposta del Principe (che vuole fare ammenda) e
va a lavorare per lui e le sue idee riformiste - pareggiando poi, suo
malgrado, il conto dei figli morti.
La mano dietro Syriana è quella di Stephen
Gaghan (sceneggiatore premio Oscar per Traffic),
il quale affresca un lavoro che mette in evidenza le ragioni del fallimento
dell’Occidente, tra deserti e miliardarie magioni, ispettori governativi e
spie doppiogiochiste, con i giovani accolti nel madrassa e instradati verso
l’immolazione, e dove il senso di qualunque giustizia (della collettività)
non può che andare a cozzare contro gli interessi industriali (dei
singoli).
Se non vi è piaciuta la Charlize
Theron bionda e piagnona di North
Country allora godetevi quella bruna e spietata
dell’indecifrabile Aeon Flux. Proprio il titolo del
film dà il nome al personaggio di una ragazza tormentata e rosa dalla
voglia di vendetta – tratto da una serie animata in onda su MTV. Siamo nel
2415 e la popolazione mondiale è stata quasi del tutto annientata a seguito
di un virus che l’ha colpita, costringendo così i sopravissuti a
confinarsi in una città fortificata. A differenza di quel che sembra, quel
regno incantato diretto da secoli dagli aristocratici Goodchild non è
l’esempio di perfezione che il governo cerca di propinare ad ogni costo.
Dopo aver visto la sua famiglia sterminata dagli agenti governativi, Aeon
Flux diventa il migliore dei superagenti incaricati dai rivoluzionari
(capeggiati da Frances McDormand) di uccidere il capo del congresso, Trevor
Goodchild (Marton Csokas).
Tuttavia la memoria fa strani scherzi e forse quei continui déjà-vu di
Aeon nascondono la chiave di volta di un inganno a cui sono sottoposti da
generazioni gli ultimi umani sulla Terra. Fate un po’ voi: le scollature,
i primi piani e le acrobazie della Theron
meritano più di uno sguardo; l’apologia del governo perfetto (ma che poi
è costretta a crollare sotto i colpi di natura umana incapace ad
accettarla), la condanna della clonazione e del classicismo strisciante
lasciano sinceramente sconcertati.
Scritto e diretto da Eli
Roth, col patrocinio di Quentin
Tarantino, in Hostel
ci si diverte a vedere come degli ignari americani finiscono in una
rete fatta di sangue e squartamenti di cadaveri all’insegna del “ben vi
sta!”. Paxton (Jay Hernandez) e
Josh (Derek Richardson), yankee
fino al midollo – insieme ad un compagno di viaggio islandese incontrato
lungo il tragitto – sono in viaggio per l’Europa zaino in spalla.
Attirati dai mirabolanti racconti di un coetaneo su uno sperduto ostello
slovacco dove le donnine sono facili e piuttosto assetate, i tre partono
alla volta di questo nuovo nirvana trovandolo esattamente come gli era stato
descritto. Tuttavia inizia ben presto a puzzare di bruciato il fatto che
delle statuarie ragazze dell’Est europeo possano farsi ammagliare così
facilmente dai ragazzotti di cui sopra, fino a quando prima l’islandese e
poi Josh non spariscono nel nulla. A questo punto Paxton inizia ad avere dei
sospetti e seguendo le ragazze scopre dove (e soprattutto come…) sono
finiti i suoi amici, finendo a sua volta intrappolato in una sorta di
macello dove danarosi perditempo hanno trovato il modo di spassarsela.
Splatter quanto basta, e a suo modo intrigante, Hostel
si concede un lungo prologo prima di scoppiare in un’orda di orrore
piuttosto scarno ed efficace. Potrebbe intrigare anche chi non è un adepto
del genere.
Il colpaccio della settimana
è quello di Notte
prima degli esami: nel week-end compreso tra il 17 ed il 19
febbraio agguanta la testa della classifica degli incassi, scavalcando Prime (secondo) e facendo meglio di Casanova
(terzo). A seguire scendono Orgoglio
e pregiudizio (quarto) e The
libertine (quinto). Debutta in sesta piazza Jarhead
(sesto), mandando così giù Underworld
Evolution (settimo), Munich
(ottavo), Bambi e il Grande Principe della foresta
(nono), Dick&Jane
– Operazione furto (decimo).
(r.digioia@momentosera.com)