Dopo che la Terra è implosa in The
Core, è stata presa di mira da meteoriti in Deep
Impact e
Armaggedon,
ecco che arriva la volta del clima assassino de L’Alba
del giorno dopo, l’ultima visione catastrofica di Roland
Emmerich (già autore di Indipendence
Day).
Il climatologo Jack Hall (il redivivo Dennis
Quaid), zelante e in simil-Cassandra, scopre dai suoi scavi in Antartide
che l’improvviso surriscaldamento del globo potrebbe portare ad una nuova
glaciazione, esattamente come avvenne circa 10.000 anni fa. Preso dalla foga
di comunicare quelle recenti scoperte, di conseguenza tacciato di
protagonismo esasperante, il suo allarme viene inascoltato dai politici di
turno, fino a quando tutte le città del mondo si ritrovano a fare i conti
con eventi meteorologici drammatici e inconsueti: chicchi di grandine grandi
come ananas su Tokyo, uragani e tornadi su Hawaii e Los Angeles, Nuova Delhi
sotto la neve. Mentre il climatologo è alla Casa Bianca per salvare il
salvabile, riceve conferma dal collega scozzese (Ian
Holm) che si sta andando verso una nuova Era Glaciale e il tutto accadrà
con una sola gigantesca tempesta. Intanto Sam (Jake
Gyllenhaal), il figlio di Hall, rimane intrappolato nella Biblioteca
Pubblica di New York e il padre, racchettoni ai piedi e zainetto da
escursionista, parte alla volta della Grande Mela per ritrovare lo
sfortunato figliolo attraversando un Paese che ormai è intrappolato nella
morsa del ghiaccio e delle temperature polari.
Carico di humour ed effetti speciali in egual misura, L’Alba
del giorno dopo si diverte a sovvertire le regole sociali
cinematografiche precostituite, regalando una delle scene più
“politically scorrect” degli ultimi anni: per trovare scampo
all’avanzata della glaciazione, gli USA sono costretti - ironia della
sorte – ad ammassarsi al confine meridionale, cercando una via di fuga
verso il Messico, vedendosi poi sbattuta la porta in faccia dal governo che
aprirà i valichi solo una volta trattato con Washington la rinegoziazione
del debito dell’intera America Latina. Rumoroso e pieno zeppo di tutte le
scene del caso (Statua della Libertà divelta sotto la neve, grattacieli
scaraventati in aria, onda anomala che spazza via e uccide), scontatissimo
ma allo stesso tempo
divertente e capace di tenere inchiodati alle poltrone, quest’utlimo
filmone-giocattolo di Emmerich si fa perdonare volentieri alcune licenze di sceneggiatura
e soprattutto ci insinua una domanda lungo tutto l’arco delle sue due ore
di durata: uscendo dal cinema che tempo troveremo fuori?
Due le commedie della settimana, anche se
entrambe hanno un animo alquanto diverso. In El abrazo partido Ariel (Daniel
Hendler) è un trentenne ebreo originario di una famiglia emigrata in
Argentina, che ha visto il padre abbandonarlo per andare a combattere una
guerra in Israele e dalla quale non è mai più tornato. Confuso,
invischiato in una relazione sentimentale che di certezze gliene offre ben
poche, Ariel coltiva la parte polacca della sua esistenza chiedendo la
cittadinanza ed osserva con acume e divertimento quanto gli stia girando
vorticosamente intorno: un fratello che ha interessi economici da coltivare
e progetti commerciali da portare a termine (quindi che più ebreo non si può),
una madre che riesce a trovare solo nella danza un motivo per andare avanti,
un amico sessuomane che all’improvviso trova l‘amore in una ragazza
lituana. Lavorando nel negozio di biancheria femminile della madre, che si
trova in una galleria commerciale dove i negozi “vivono” sotto lo stesso
tetto - e di conseguenza i commercianti imparano presto a farsi gli affari
gli uni degli altri - Ariel ricerca quella sensazione di calore, di affetto
che solo un abbraccio perduto gli potrà permettere di sentire come
autentico.
Diretto da Daniel Burman (già vincitore di un Orso d’argento al Festival di
Berlino nel 2004), El
abrazo partido è una sinfonia leggera e ben orchestrata, dove
tutto funziona in modo perfetto e dove i dialoghi (nonché i monologhi) tra
alcuni dei personaggi del microcosmo di Burman rendono il film esilarante e capace di affascinare anche con
mezzi modesti.
Altra commedia è Jagoda: fragole al supermercato del
balcanico Dusan Milic. Fragola (Jagoda,
Brade Katic) lavora al
supermercato. Cassiera ingabbiata in un ruolo alienante, la ragazza sogna
che prima o poi qualcuno passi di lì e se la porti via trascinandola in un
bel mondo fatto di flash fotografici e feste pazze, proprio come quelle che
si vedono sulla riviste di moda più patinate. Essendo di Belgrado, Fragola
ha visto e subito la guerra, un orrore quotidiano che l’ha segnata
definitivamente ma che non le ha fatto perdere il sorriso e la voglia di
andare avanti.
Con un’aurea surreale che è il marchio di fabbrica del produttore del
film (un certo Emir Kusturica), Jagoda:
fragole al supermercato è infarcito da figure bizzarre ai limiti
della pazzia nuda e cruda, con situazioni improbabili ed un senso del
delirio che avanza di minuto in minuto. Metafora di quel che la Serbia subì
in quegl’anni bui della nostra storia più recente, i protagonisti di
questa coinvolgente trama riescono a vivere la loro vita trovando di volta
in volta la chiave di lettura più sentita, che non può che scaturire da un
sorriso, da una carezza.
È tratto da una storia realmente accaduta
Angeli
ribelli di Aisling Walsh,
con protagonista Aidan Quinn nel
ruolo di William Franklin, un insegnate che accetta una cattedra nel
riformatorio di St.Jude, una scuola diretta da cattolici. Sin da subito
William troverà modo di scontrarsi con Fratello John (Iain
Glen), direttore dai modi piuttosto violenti e decisamente fuori dalle
righe. Il professore, reduce dalla Guerra di Spagna che ora si ritrova
coinvolto in un’Irlanda che lo etichetta come socialista, ha comunque una
personalissima missione da portare a termine: insegnare a quei ragazzi -
tutti sull’orlo di essere persi per sempre da una società che non
dimentica errori del passato - la poesia, tentativo ultimo di instillar loro
l’amore per la vita.
È un biopic Pontormo – Un amore eretico
diretto da Giovanni Fago.
Pontormo (Joe Mantegna) è una delle figure più oscure del ‘500 artistico che fecero di
Firenze il centro del mondo artistico. Allievo del Ghirlandaio, Leonardo e
Piero Di Cosimo, esponente illustre della “Maniera Moderna”, Jacopo
Carucci detto Pontormo visse una vita burrascosa e tormentata,
caratterizzata da violentissime crisi personali che lo colpirono in modo
particolare durate la lavorazione degli affreschi del coro di San Lorenzo,
opera commissionatogli dal duca Cosimo dè Medici. Tra isterie e fantasmi
che lo perseguitano, il lavoro non sarà mai portato a termine dal Pontormo
che, ormai anziano, vive prigioniero del proprio dolore e della propria
cagionevolezza fisica.
Infine segnaliamo l’uscita di Oro
rosso dell’iraniano Jafar
Panahi (su sceneggiatura di Abas
Kiarostami), storia di un consegna pizze a domicilio (a Teheran) che con
una coppia di amici riesce a vivere un’avventura che va anche oltre la
loro capacità di immaginazione.
Fin troppo facile prevedere lo scossone
che Troy
avrebbe dato alla classifica nel week-end compreso tra il 21 ed il 23
maggio: primo posto inespugnabile con 4.7 milioni di euro rastrellati. Van
Helsing scende così al secondo posto, posizione tenuta di un
soffio davanti all’altra new-entry:
I diari della motocicletta (terzo). Phone
è quarto, mentre tiene la quinta piazza Monster.
In discesa tutti gli altri: Identità
violate (sesto), Honey (settimo), Kill
Bill Vol. 2 (ottavo), Dopo
mezzanotte (nono) e In
my country (decimo).
(r.digioia@momentosera.com)