Due i titoli di forte richiamo per chi ama
il cinema a stelle e strisce fatto di star e storie improbabili.
Partiamo dal ritorno di Night M
Shyamalan (il celebrato autore de Il
sesto senso), colui che ha ormai innestato un nuovo genere nella
cinematografia mondiale, qualcosa che negli ultimi decenni era riuscita a Spielberg
nel complesso. Stavolta il regista di origini indiane racconta di una
comunità che vive nel più totale isolamento nell’America del nord, in un
periodo non ben precisato, in The
village. Circondata da un bosco impenetrabile che incute timore,
che secondo i racconti degli anziani ospiterebbe creature terribili e da
temere, la popolazione del villaggio conosce bene il divieto che è imposto
loro di non addentrarsi nella boscaglia, conducendo una vita tranquilla e
pacifica. C’è persino il divieto di indossare il colore rosso, quello che
in teoria dovrebbe far irritare le creature, e se si evitasse di parlarne
sarebbe il modo migliore per stare ancora più tranquilli. In questo clima
austero e che non può che aizzare l’animo di qualche ardimentoso che ha
voglia di scavalcarlo quel limite sempre davanti agli occhi, alla fine
l’ardimentoso salta fuori: è Lucius (Joaquin
Phoenix), giovane ragazzo che vorrebbe fuggire solo per qualche ora dal
villaggio per andare a comprare medicine e viveri che iniziano ad esaurirsi.
Gli anziani ovviamente negano il permesso a Lucius di avventurarsi
attraverso il bosco ed al ragazzo non resta altro che cercare di adeguarsi
ad una vita di castrazione e con un chiodo fisso nella mente: cosa c’è
oltre quel bosco scuro-scuro? A Lucius rimane solo la consolazione del suo
amore per Ivy (Bryce Dallas Howard,
la figlia di Ron), che in qualche
modo riesce a mitigare il senso di frustrazione che lo accompagna. Tuttavia,
quando nel villaggio avviene un incidente per cui vi è il bisogno di cure
immediate, allora gli anziani dovranno fare i conti con un sentimento che
fino ad allora non avevano nemmeno preso in considerazione.
Inutile dire che di The village non possiamo davvero
raccontare di più. La trama si avvia verso un’inevitabile sorpresa finale
che è accompagnata dal grande senso cinematografico di Shyamalan, con l’inquietudine che nello spettatore sale di minuto
in munito nonostante non si “veda” quasi nulla di tangibile che
giustifichi questa sorta di disagio. Creando insieme un mix di claustrofobia
galoppante ed attesa per qualcosa che alla fine dal buio non salta fuori, il
regista dirige con mano sicura un cast altisonante (oltre a Phoenix ed alla Howard vi
sono anche Adrien Brody, William
Hurt, Sigourney Weaver e Michael
Pitt), riuscendo a creare con sapore antico una paura addirittura
malinconica, enfatizzando le paure di ognuno dei suoi protagonisti.
Altra pletora di nomi per Shall
we dance? con Richard Gere,
Susan Saradon e Jennifer Lopez, una gradevole commedia che strizza dannatamente
l’occhio a quelle indimenticabili pellicole che gli addetti ai nostrani
palinsesti tv hanno l’accortezza di mandare in onda alle 16 (cioè quando
tutto il mondo civilizzato è costretto a starsene in ufficio).
Un avvocato di mezza età, John (Gere),
è un tranquillo uomo senza grilli per la testa che tutti i giorni si fa il
suo solito viaggio in treno verso l‘ufficio con la rassegnazione di chi sa
benissimo che così sarà fino al fatidico giorno della pensione. La moglie
Beverly (Sarandon) è dolce e
premurosa, si prende cura della casa e dei due figli adolescenti, pur
continuando a lavorare per contribuire al bilancio familiare. Un giorno John,
stanco e annoiato, decide che forse è il caso per fare qualcosa per quella
apatia che lo assale sempre più spesso ed allora entra nello studio dove
lavora Paulina (Lopez), ballerina
professionista che impartisce lezioni a chiunque voglia imparare a sedurre
danzando. Da quel momento in poi John si ritrova impiegato in esercizi
sempre impegnativi, ritrovando la voglia di essere una persona vera, ma
anche la fiamma della passione per la moglie Beverly.
Film furbetto e costruito benissimo, Shall
we dance? si avvita su con un romanticismo gradevole e
coinvolgente, capace di rendere il senso di un uomo a cui basta poco per
ritrovarsi nel grigiume serpeggiante. Perfetti gli interpreti, ma la Sarandon
rimane una spanna sopra tutti.
In 2046
si fa un passo indietro: è il 1966 quando un giornalista di nome Mo-wan (Tony
Leung) torna dopo anni ad Hong Kong sulle tracce di una misteriosa donna
(Maggie Cheung), iniziando la
stesura di un romanzo di fantascienza, chiamato 2046,
ponendovi al centro il proprio alter-ego e l’androide Tank (Kimura
Tamuka). Allo stesso tempo l’uomo diviene amico della solitaria Wang (Faye
Wong) ed intrattiene una relazione difficile con la sua vicina di camera
nell’albergo dove alloggia (camera che ha il numero 2046), Bai Ling (Zhang Ziyi). Quando dopo un viaggio a Singapore incontra una donna
che dice di chiamarsi come il suo amore perduto (interpretata con Gong
Li), solo allora le nubi sulla vita di Mo-wan si dissolveranno del
tutto.
Dolorosa riflessione sull’ossessione dell’amore, 2046
diretto da Wong Kar-wai
è un film struggente e ammagliante, capace di intersecare tra loro di
diversi livelli di lettura ed analisi (dalle figure femminili tutte diverse
tra loro alla scansione temporale in perenne yo-yo). Seguito del bellissimo In
the mood for love, ancora una volta Kar-wai
dimostra di essere un autore capace di affascinare senza rinunciare
all’innovazione stilistica.
Chiudiamo con September tapes, racconto di taglio
documentaristico (ma è un film a tutti gli effetti) di Christian Johnston sulla guerra in Afhganistan, il primo di un
americano dopo l’attacco subito alle Torri Gemelle l’11 settembre 2001;
con Les
Choristes – I ragazzi del coro, ennesima storia all’interno
di una scuola repressiva, dove i ragazzi troveranno nel nuovo custode
Clement (un musicista fallito) il modo per ribellarsi alle angherie del
preside; e Così
fan tutti, dove la cicciotta Lolita, insicura e fragile, ricerca
l’affetto del borioso padre intellettuale in crisi d’ispirazione e della
sua matrigna Karine.
E c’è anche spazio per un film di casa nostra: In
questo mondo di ladri di Carlo
Vanzina, storia italiana di quattro vittime di una truffa immobiliare
(interpretati da Carlo Buccirosso
e Valeria Marini, Enzo Iacchetti e Max Pisu)
che vista l’impossibilità di recuperare per vie lecite quanto gli è
stato tolto, decidono che forse è il caso di farsi giustizia da soli,
divenendo a loro volta truffatori (con l’aiuto del faccendiere Ricky Tognazzi).
Nel week-end compreso tra il 22 ed il 24
ottobre la classifica degli incassi è dominata da Io, Robot, che manda in seconda
posizione Collateral.
Altre due nuove entrate a seguire: sono Ovunque
sei che è terzo e Se mi lasci ti cancello quarto. Spider-Man
2 tiene la quinta piazza, mentre scivolano ancora più giù La mala educaciòn di Pedro
Almodòvar (sesto), Hero
(settimo), Garfield:
Il film (ottavo), King
Arthur (nono) e Se devo essere sincera (decimo).
(r.digioia@momentosera.com)