Di Charlize
Theron si è sempre detto un gran bene, anche se tutti gli aggettivi
erano una variazione dello stesso tema: “carina, ma come attrice…”. E
allora la sudafricana dallo sguardo ammagliante si imbruttisce,
stravolgendosi il levigato viso con quintali di trucco e diventa Aileen
Wournos in Monster,
il film che le ha fatto fare un’incetta di premi come Miglior attrice
protagonista - tra cui il Golden Globe e l’Oscar – ripetendo così
l’exploit ottenuto da Nicole Kidman
col naso posticcio di Virginia Woolf in The
hours.
Tratto da una storia vera, Monster
racconta l’indecifrabile vita di Aileen Wournos, una prostituta di
mezz’età votata all’autodistruzione, che in Florida divenne un
serial-killer capace di terrorizzare per mesi l’intero Stato e che finì
la propria vita con una condanna a morte eseguita tramite iniezione letale
nel 2002. Aileen convive con i fantasmi del proprio passato, vivendo alla
giornata, nel degrado di un abuso fisico che in fondo è veramente l’unico
che lei ha per sentirsi in qualche modo amata. Una sera la donna incontra la
disarmante Selby (Christina Ricci)
in un bar gay della città. Le due si piacciono, si amano, riescono a
trovare l’una nell’altro quel pezzo mancante tanto agognato. Infatuata
oltre ogni ragione di Selby, Aileen cerca in ogni modo di accontentare la
ragazza, convinta che il suo attaccamento a lei dipenda dalle sue capacità
economiche di non far loro mancare niente. Quando una notte Aileen incontra
un cliente con cui si apparta che poi cercherà prima di tramortirla ed
infine ucciderla, qualcosa si rompe definitivamente dentro di lei,
scatenando una furia omicida che prima si abbatte sul cliente, e poi la
porterà in una spirale senza via di uscita.
La regista Patty Jenkins evita di farsi prendere da manie di protagonismo e
porta a casa il compito con lodevole misura, lasciando che sia la coppia Theron/Ricci a catalizzare l’attenzione, in un film che si avvale delle
lettere originale della Wournos come base della propria sceneggiatura,
permettendo così la confezione di un’opera lineare e perfettamente
inserita nel solco del cinema indipendente USA di questi ultimi anni.
Chi segue la musica, oggi, sa bene che il
Rhythm'n'Blues è sempre più contaminato dall'Hip-Hop. E, di contro, chi
segue il cinema sa che non c'è film musicale che non venga contaminato dai
videoclip. Ed ecco allora Honey,
perfetta sintesi delle due cose, con la benedizione di star da hit parade
quali Missy Elliott e Sean Paul che hanno prestato ugola e - come nel caso della Elliott
- anche la presenza artistica al progetto.
Honey Daniels (Jessica Alba) insegna danza in un quartiere difficile a ragazzotti
bravi e volenterosi. Allo stesso tempo, di sera, balla in discoteca dove può
dar sfogo al suo talento. Notata da un produttore, Honey viene catapultata
nel mondo dello show-business che l'adotta e la fa diventare la coreografa
delle star più richiesta. Tuttavia anche se arriva l'amore, Honey ben
presto si ritrova a fronteggiare richieste personali un pò troppo esose da
parte del suo talent scout (David
Moscow) e a cercare di salvare la scuola dove insegna, a rischio
chiusura. Pieno di tutti gli stereotipi del caso (campi da basket, razzismo,
ambizione e buoni sentimenti) Honey
non è certo il seguito di Flashdance
che orde di quarantenni (ormai) aspettano con ansia, ma è una piacevole
favola black, dal ritmo vivace e accattivante. Il regista Bille
Woodruff fa l'unica cosa giusta in questo caso e mette da parte
qualunque tentazione di introspezione a servizio delle coreografie, dei
cammei degli artisti R&B e soprattutto del box-office. I puristi degli
inarrivabili Aretha Franklin e Marvin Gaye
storceranno il naso, ma Honey
riesce a dare uno spaccato di quella che è la "vita" musicale di
oggi, dove non vai da nessuna parte senza una grinta fuori dal comune e una
MTV qualunque che rimpalla il tuo video in tutto il pianeta.
Tre i film italiani della settimana. Il
primo è Il
vestito della sposa di Fiorella
Infascelli con la bravissima Maya
Sansa (il cui recente successo permette ora alla pellicola, datata 2002,
di approdare in sala). Il vestito del titolo è quello di Stella (Sansa),
studentessa in veterinaria, pronta al grande passo col suo fidanzato. Nel
giorno in cui Stella va a fare l’ultima prova nell’atelier di Franco (Andrea
Di Stefano), subito dopo aver visto il suo ragazzo sotto una grande
quercia, la ragazza subisce l’atto più infamante: accerchiata da quattro
uomini viene stuprata. Sconvolta, Stella manda a monte il matrimonio,
abbandona l’università e si chiude in casa, prima di trovare nel proprio
nuovo lavoro (in una pasticceria) la via per cercare di uscire
dall’empasse. Quando più tardi incontra nuovamente Franco, una forte
attrazione travolge entrambi, coinvolgendoli in una relazione che conduce
dritti dritti verso una verità terribile, in un film che si incastra troppe
volte in una sceneggiatura troppo piatta o troppo sovraccarica senza
soluzione di continuità.
Di guerra si parla in Radio
West di Alessandro Valori.
Ambientato nel bel mezzo del conflitto kosovaro, il film narra le vicende di
Ale (Pier Giorgio Belloccio),
Rizzo (Pietro Taricone) e Peroni
(Massimo Bosi), tre soldati del
contingente di pace multinazionale della K-FOR che hanno caratteri e visioni
della vita totalmente divergenti. Tra loro la giovane Iliana (Kasia
Smutniak), ragazza albanese che ha perso ogni speranza nel futuro.
Usando il filo conduttore della guerra, i drammi personali di ognuno vengono
vissuti come un conflitto nel conflitto, scanditi dalla musica della
stazione radio del contingente - gestita dagli italiani – per un una
pellicola che rimesta quanto ad Hollywood hanno già fatto vedere troppe
volte.
Chiudiamo con Fame chimica, film indipendente
costruito pezzo su pezzo da Antonio
Boccola e Paolo Vari, dove si
racconta la storia di due ragazzi amici sin dall’infanzia in una periferia
degradata, i quali all’improvviso si ritrovano a dover fare i conti con la
nascente rivalità che l’arrivo di una ragazza porterà tra loro.
Quattro film per quattro generi diversi.
È un thriller fantascientifico Cypher
di Vincenzo Natali
interpretato da Jeremy Northan.
Il goffo Morgan accetta un incarico inconsueto per lui: fare la spia per
un’azienda hi-tech, la Digicorp, che gli chiede di registrare delle
conferenze spacciandosi per un certo Mr. Thursby. Tuttavia, a lunga andare,
l’uomo non capisce più quand’è Morgan e quand’è Mr. Thursby, fino a
quando non viene contattato da una misteriosa donna, Rita (Lucy
Liu), la quale lo pone dinnanzi ad un bivio: prendere delle fantomatiche
pillole rosse (come altri hanno fatto) o continuare a vivere in quella sorta
di limbo.
Thriller senza venature fantascientifiche è Identità
violate con Angelina Jolie
e Ethan Hawke. A Montreal, in
Canada, la polizia è impantanata in una serie di omicidi di cui non ci
capisce molto. Chiesto l’aiuto americano, dagli States arriva l’agente
speciale Illeana Scott (Jolie),
dell’Fbi. La donna usa metodi quanto mai stravaganti nell’elaborazione
della scena del crimine e nella ricerca di quelle minuscole prove che poi la
portano sulla strada dell’assassino, a discapito di un paio di
investigatori (Olivier Martinez e Tchéky
Karyo) molto scettici.
Mentre è un curioso (e non riuscito) western The
missing di Ron Howard.
Tratta da un romanzo di Thomas Eidson,
la storia si dipana dal rapimento della piccola Lilly (Evan Rachel Wood) ad opera dello psicopatico Pesh Chidin (Eric
Schweig), esperto della magia nera e capo di un gruppo di indiani ex
guide dell’esercito. La sorella di Lilly e sua madre, Maggie (Cate
Blanchett), si mettono sulle tracce della bambina, aiutate anche da
Samuel (Tommy Lee Jones), il
padre che aveva abbandonato la famiglia per diventare un apache, rinnegando
così la razza bianca. Riunito nella tragedia, il trio deve riuscire a
trovare la bambina prima che venga venduta dagli indiani e finisca oltre il
confine, in Messico.
Chiudiamo il poker con Party
Monster, con il redivivo Macaulay
Culkin. Anche in questo lo sfondo è quello di una storia vera,
ambientata nella NY degli anni ’80, dove i Club Kids divennero delle star:
erano i ragazzini/attrazione che illuminavano le serate e le feste più cool
della Grande Mela. La stella più luminosa fu Michael Alig, ragazzotto
capace di creare intorno a sé un mito fatto di luci abbaglianti e costumi
sgargianti, prima di finire bruciato dalla sua stessa voglia di luce.
Il lungo elenco della settimana termina
con Luther
– Genio, ribelle, liberatore, la storia di Martin Lutero (Joseph
Fiennes), un uomo che dopo essere scampato ad un terribile uragano -
quindi qualcosa mandato dal cielo per punire - decide di abbandonare gli
studi di giurisprudenza per dedicarsi alla preghiera. Una ricerca di Dio
lunga e tormentata, che lo porta prima a Roma per studiare il mondo, poi a
Wittenberg per essere indottrinato sulla teologia. E proprio da quanto visto
nella città italiana che nascono le famose 95 tesi che Lutero affigge sul
portale del duomo di Wittenberg: nella capitale della cristianità, infatti,
papa Leone X sta raccogliendo a piene mani il flusso di denaro che arriva
dalla vendita delle indulgenze che andranno a finanziare la costruzione
della grande chiesa di San Pietro. Sconcertato da tale commercio, Lutero
mette in discussione l’autorità della gerarchia ecclesiastica, ottenendo
la scomunica del Papa e l’esilio dall’Impero da parte di Carlo V con
l’accusa di eretico. Solo dopo aver placato gli animi in tutto il Paese
(convinti a seguire il suo esempio) ed aver ricevuto l’aiuto dei principi
germanici che incontrarono l’imperatore ad Augsburg, Lutero potrà far
ritorno in Sassonia.
Nel week-end compreso tra il 23 ed il 25
aprile, la sposa assassina di Tarantino
in Kill Bill
Vol.2 spodesta La
passione di Cristo (secondo) in testa alla classifica degli
incassi. Terzo è il debuttante L’alba dei morti viventi, davanti
a Secret
window (quarto) e a Scooby Doo 2 – Mostri scatenati (quinto).
Resiste in sesta posizione Non
ti muovere, mentre Oceano di fuoco – Hidalgo è
settimo. Il
siero della vanità è ottavo, davanti all’altro italiano Dopo
mezzanotte (nono). Chiude in decima piazza Gothika.
(r.digioia@momentosera.com)