|
Sulla
vicenda del rientro in Italia degli eredi maschi di casa
Savoia é opportuno avanzare alcuni ragionamenti.
Mi
é sembrata superflua la richiesta di alcuni di far giurare
fedeltà alla Costituzione italiana agli eredi maschi di casa
Savoia; é infatti evidente che ogni cittadino italiano deve
fedeltà alla Repubblica ed alle sue leggi.
Anche
eventuali richieste di “rinuncia al trono” appaiono
superflue. Il trono non esiste più da moltissimo tempo e i
monarchici sono troppo pochi anche per giocare a tresette col
morto.
I
principi e i principini saranno certamente in grado di
riempire le cronache mondane, ma da qui alla restaurazione
della monarchia ce ne corre.
La
XIII disposizione
della Costituzione trova a mio modo di vedere due motivazioni:
la prima la definirei di ordine pubblico, ossia tesa ad
impedire –all’indomani del referendum del 2 giugno- fatti
di sangue ingenerati da faziosi sia monarchici che
repubblicani; la seconda é - a mio modo di vedere - una
opportunità’ di riabilitazione offerta ai Savoia affinché
i discendenti maschi di quella casata, persa la dignità di
regnanti, potessero almeno riguadagnare quella di cittadini
che la partecipazione a due guerre mondiali, ad un ventennio
di dittatura ed alle leggi razziali tanto aveva offuscato;
credo che anche il sig. Vittorio Emanuele di Savoia e suo
figlio abbiano ben compreso questo significato della XIII
disposizione transitoria insistendo sul fatto di sentirsi
semplici cittadini italiani con gli obblighi ed i diritti di
tutti gli altri.
Ogni
re sa che l’essenza della monarchia e’ nella ereditarietà
della carica istituzionale, trasmessa non per meriti personali
ma per regola dinastica; egualmente e’ principio logico,
giuridico e morale riconosciuto che le istituzioni (in questo
caso l’erede al trono di re) trasmettano in eredita’ non
solo i poteri dell’istituzione, ma anche gli oneri e le condanne all’istituzione stessa.
Nel
caso della casa reale italiana quindi, accettando il titolo di
erede al trono non poteva non accettarsi anche la condanna
all’esilio che a tale carica si accompagna.
Ecco
quindi che automaticamente, con i fatti più ancora che con
qualsiasi dichiarazione, il sig. Vittorio Emanuele e suo
figlio, chiedendo di rientrare in Italia, hanno dimostrato di
considerare essi stessi chiusa la vicenda dinastica dei Savoia
e di considerarsi non eredi alla carica di re gravata dalla
condanna all’esilio, ma semplici cittadini, come tali immuni
dalle colpe dei loro predecessori.
Credo
che la volontà dei Savoia di ritornare da normali cittadini e
la volontà del governo di permettere questo rientro siano
entrambe encomiabili.
Tuttavia
e’ opportuno che la vicenda sia gestita in modo legalmente
corretto e tale da non lasciare spazio a futuri malintesi o
possibilità
di attrito.
In
particolare sarebbe opportuno regolare in termini chiari
questioni come la sepoltura delle salme degli ex re
d’Italia, per i quali il Pantheon di Roma sarebbe sepoltura
da molti considerata eccessiva o offensiva, e definire
correttamente il destino di tutte quelle cause tra i Savoia e
lo Stato Italiano che a suo tempo vennero sospese in
considerazione dell’esilio sancito dalla XIII disposizione
transitoria.
Potrebbe
infatti risultare davvero imbarazzante per lo Stato Italiano
il dovere in futuro restituire, magari con gli interessi, beni
quali la Villa Ada di Roma (già Villa Savoia) o il casino di
caccia di Stupinigi, o magari i servizi in porcellana del
Quirinale.
Gianfederico
Rotellini, 27 febbraio 2002
|