Mala
tempora per le Nazioni Unite. Il gigante con i piedi d’argilla non
riesce a rialzarsi colpito da scandali, dall’incapacità di riformarsi
e dalle lotte interne per la successione all’attuale segretario Kofi
Annan. Gli Stati Uniti, intuito il momento di debolezza, si preparano ad
assestare il colpo finale ad un’organizzazione ormai zoppicante
recapitando ad Annan - nei giorni in cui nel Palazzo di vetro si sta
mettendo a punto il budget per i prossimi due anni - un messaggio che sa
tanto di ultimatum: niente riforme, niente danari.
La
possibilità di una crisi finanziaria alle Nazioni Unite è emersa la
scorsa settimana quando il neoambasciatore americano alle Nazioni Unite
John Bolton ha proposto all’assemblea generale di adottare
un budget provvisorio per i primi quattro mesi del 2006. In
cambio dell’approvazione del bilancio per i restanti venti mesi, gli
Stati Uniti chiedono che i 191 stati membri presentino ed approvino
quanto prima un pacchetto di riforme ritenute fondamentali, come la
creazione di un dipartimento interno che valuti
la reale efficacia
dei progetti ONU nel mondo e vigili sulla condotta dei funzionari.
E
siccome Washington contribuisce per un quarto al bilancio ONU (nel
2005 ha
versato nelle casse
del Palazzo di Vetro 439 milioni di dollari), la questione diventa molto
seria. Intervistato dalla CNN, Bolton fa capire perché il presidente
Bush lo abbia fortemente voluto come successore di Negroponte per dare
una scossa ad un organizzazione ancora in cerca di una chiara identità
dopo la fine della guerra fredda. “Gli americani - dice Bolton - sono
persone molto pratiche e considerano le Nazioni Unite uno strumento per
la soluzione dei problemi globali, se notano che questo non funziona si
chiederanno se ci sono altre istituzioni pronte a sostituirlo”.
Al
piglio manageriale di Bolton, diretto e senza fronzoli fatto di
obiettivi da raggiungere e scadenze da rispettare - tanto da essere
sintetizzato dai media con il termine “Boltonismo” - le Nazioni
Unite rispondono chiedendo tempo per mandare a regime la poco oleata
macchina delle riforme. E così riparte il refrain: aspetta, aspetta,
aspetta… che gli Stati Uniti sentono giungere dal palazzo dalla
east-side di Manhattan da qualche annetto e che già in giugno il
Congresso aveva dimostrato di non gradire, approvando un disegno di
legge che prevede il dimezzamento dei fondi destinati alle Nazioni Unite
se entro il 2008 non verranno mostrati chiari segnali sulla via delle
riforme.
Il
brutto scenario che si apre davanti ad Annan, dovesse andare in porto la
proposta americana, è quello di un’organizzazione fortemente
ridimensionata, costretta a tagliare prima
numerosi rami secchi, come stipendi e costosi privilegi di molti
dirigenti, per poi passare alla riduzione di alcuni programmi avviati in
diverse parti del mondo.
Ed
ora anche i vicini di casa cominciano a lamentarsi. Il sindaco di New
York Bloomberg sta cercando in tutti i modi di recuperare 18 milioni di
dollari di multe accumulate dal personale ONU guidando e parcheggiando
(male) nelle strade della Grande Mela. Hillary Clinton, senatrice nello
stato di New York, sta addirittura tentando di emendare il bilancio
nazionale destinato alle spese estere - ed ancora in attesa della firma
del presidente - per cercare di recuperare il credito.
La
mossa a sorpresa di Bolton, come sostenuto ironicamente da diversa
stampa americana, sembra aver quasi disturbato il toto-candidati
inaugurato con un anno di anticipo rispetto alla scadenza del mandato di
Kofi Annan. In lizza ci sono una rosa di nomi che vanno da un romanziere
indiano ad un principe giordano, passando per un economista turco.
Chiunque
sarà a capo dell’organizzazione si troverà nel ruolo di mediatore
tra le grandi potenze economiche ed i paesi afflitti ormai da una
cronica povertà, avrà il compito di risanare le ferite interne tra i
paesi membri evidenziatesi maggiormente dopo l’ultima guerra in Iraq
ridando prestigio ad un’istituzione che negli ultimi anni ha occupato
principalmente le colonne dei giornali per episodi di sprechi e
corruzione.
Gli
Stati Uniti, che nel 1996 sono stati i principali artefici della nomina
di Kofi Annan, pur non facendo trapelare nessuna preferenza (troppo
forte il rischio di bruciare il proprio candidato) credono che il
prossimo Segretario Generale debba avere un background manageriale che
in nome della trasparenza e dell’efficienza non esiti a snellire un
carrozzone ormai sull’orlo del precipizio.
Per
tutti quelli abituati a puntare qualche soldino settimanale su cavalli,
calcio o sul nome del prossimo marito abbandonato da Britney Spears, si
possono fornire pochissime informazioni per azzeccare il nome del
prossimo segretario.
Si
può osservare che in passato tutti quelli che hanno avuto l’onore di
presiedere l’Assemblea si erano fatti le ossa nella diplomazia di
qualche paese oppure, come nel caso Annan, avevano scalato tutti gli
scalini della burocrazia del Palazzo di Vetro fino a sedere sulla
poltrona più importante.
Sì
può consigliare però, di fronte ad una rosa di candidati, di puntare
su quello proveniente da qualche Paese semisconosciuto o comunque
politicamente poco influente. Sì perché, nonostante la carta delle
Nazione Unite dica espressamente che il candidato debba essere nominato
dall’Assemblea Generale su segnalazione delle 15 nazioni che
compongono il consiglio di sicurezza, in realtà, ad essere decisivo -
come su tante altre questioni – è il veto posto da uno dei cinque
membri permanenti (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia o Gran Bretagna)
per far cadere dalla torre questo o quel candidato.
Mala
tempora currunt.
13 dicembre
2005