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JOHN BOLTON MIRA ALL'ONU

dal nostro corrispondente Maurizio Arseni

John Bolton




 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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Mala tempora per le Nazioni Unite. Il gigante con i piedi d’argilla non riesce a rialzarsi colpito da scandali, dall’incapacità di riformarsi e dalle lotte interne per la successione all’attuale segretario Kofi Annan. Gli Stati Uniti, intuito il momento di debolezza, si preparano ad assestare il colpo finale ad un’organizzazione ormai zoppicante recapitando ad Annan - nei giorni in cui nel Palazzo di vetro si sta mettendo a punto il budget per i prossimi due anni - un messaggio che sa tanto di ultimatum: niente riforme, niente danari.

La possibilità di una crisi finanziaria alle Nazioni Unite è emersa la scorsa settimana quando il neoambasciatore americano alle Nazioni Unite John Bolton ha proposto all’assemblea generale di adottare  un budget provvisorio per i primi quattro mesi del 2006. In cambio dell’approvazione del bilancio per i restanti venti mesi, gli Stati Uniti chiedono che i 191 stati membri presentino ed approvino quanto prima un pacchetto di riforme ritenute fondamentali, come la creazione di un dipartimento interno che valuti  la  reale efficacia dei progetti ONU nel mondo e vigili sulla condotta dei funzionari.

E siccome Washington contribuisce per un quarto al bilancio ONU (nel 2005 ha versato nelle casse del Palazzo di Vetro 439 milioni di dollari), la questione diventa molto seria. Intervistato dalla CNN, Bolton fa capire perché il presidente Bush lo abbia fortemente voluto come successore di Negroponte per dare una scossa ad un organizzazione ancora in cerca di una chiara identità dopo la fine della guerra fredda. “Gli americani - dice Bolton - sono persone molto pratiche e considerano le Nazioni Unite uno strumento per la soluzione dei problemi globali, se notano che questo non funziona si chiederanno se ci sono altre istituzioni pronte a sostituirlo”.

Al piglio manageriale di Bolton, diretto e senza fronzoli fatto di obiettivi da raggiungere e scadenze da rispettare - tanto da essere sintetizzato dai media con il termine “Boltonismo” - le Nazioni Unite rispondono chiedendo tempo per mandare a regime la poco oleata macchina delle riforme. E così riparte il refrain: aspetta, aspetta, aspetta… che gli Stati Uniti sentono giungere dal palazzo dalla east-side di Manhattan da qualche annetto e che già in giugno il Congresso aveva dimostrato di non gradire, approvando un disegno di legge che prevede il dimezzamento dei fondi destinati alle Nazioni Unite se entro il 2008 non verranno mostrati chiari segnali sulla via delle riforme.

Il brutto scenario che si apre davanti ad Annan, dovesse andare in porto la proposta americana, è quello di un’organizzazione fortemente ridimensionata, costretta a tagliare prima  numerosi rami secchi, come stipendi e costosi privilegi di molti dirigenti, per poi passare alla riduzione di alcuni programmi avviati in diverse parti del mondo.

Ed ora anche i vicini di casa cominciano a lamentarsi. Il sindaco di New York Bloomberg sta cercando in tutti i modi di recuperare 18 milioni di dollari di multe accumulate dal personale ONU guidando e parcheggiando (male) nelle strade della Grande Mela. Hillary Clinton, senatrice nello stato di New York, sta addirittura tentando di emendare il bilancio nazionale destinato alle spese estere - ed ancora in attesa della firma del presidente - per cercare di recuperare il credito.

La mossa a sorpresa di Bolton, come sostenuto ironicamente da diversa stampa americana, sembra aver quasi disturbato il toto-candidati inaugurato con un anno di anticipo rispetto alla scadenza del mandato di Kofi Annan. In lizza ci sono una rosa di nomi che vanno da un romanziere indiano ad un principe giordano, passando per un economista turco.

Chiunque sarà a capo dell’organizzazione si troverà nel ruolo di mediatore tra le grandi potenze economiche ed i paesi afflitti ormai da una cronica povertà, avrà il compito di risanare le ferite interne tra i paesi membri evidenziatesi maggiormente dopo l’ultima guerra in Iraq ridando prestigio ad un’istituzione che negli ultimi anni ha occupato principalmente le colonne dei giornali per episodi di sprechi e corruzione.

Gli Stati Uniti, che nel 1996 sono stati i principali artefici della nomina di Kofi Annan, pur non facendo trapelare nessuna preferenza (troppo forte il rischio di bruciare il proprio candidato) credono che il prossimo Segretario Generale debba avere un background manageriale che in nome della trasparenza e dell’efficienza non esiti a snellire un carrozzone ormai sull’orlo del precipizio.

Per tutti quelli abituati a puntare qualche soldino settimanale su cavalli, calcio o sul nome del prossimo marito abbandonato da Britney Spears, si possono fornire pochissime informazioni per azzeccare il nome del prossimo segretario.

Si può osservare che in passato tutti quelli che hanno avuto l’onore di presiedere l’Assemblea si erano fatti le ossa nella diplomazia di qualche paese oppure, come nel caso Annan, avevano scalato tutti gli scalini della burocrazia del Palazzo di Vetro fino a sedere sulla poltrona più importante.

Sì può consigliare però, di fronte ad una rosa di candidati, di puntare su quello proveniente da qualche Paese semisconosciuto o comunque politicamente poco influente. Sì perché, nonostante la carta delle Nazione Unite dica espressamente che il candidato debba essere nominato dall’Assemblea Generale su segnalazione delle 15 nazioni che compongono il consiglio di sicurezza, in realtà, ad essere decisivo - come su tante altre questioni – è il veto posto da uno dei cinque membri permanenti (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia o Gran Bretagna) per far cadere dalla torre questo o quel candidato.

Mala tempora currunt.

 

13 dicembre 2005

m.arseni@momentosera.com