Il grado zero del processo: Milano, ore 11:00 di giovedì 9 aprile
La sottile linea della giustizia si è fermata. Spezzata. E poi tinta di rosso, con pallottole esplose da un’arma da fuoco. Un circuito che inizia fuori dalle aule di Tribunale, un cerchio che non si chiude. Pallottole che saettano e si conficcano in corpi, codici che saltano. Tredici colpi calibro 7,65. L’implosione è di un sistema. La ribellione è ad un meccanismo monocellulare, quello della giustizia, così come è strutturata. In un processo. Giardiello, a Milano, imputato per bancarotta, quel maledetto 9 aprile non si è fatto giustizia. No, questa non è giustizia. Non deve passare questo gesto come un qualcosa che possa mai avvicinarsi a giustizia, neppure a sfiorarlo. Il termine comprende l’uomo, e la sua ragione, dentro un progetto di convivenza delle regole. Da discutere. È un attributo che pulsa, che ragiona, in quanto un uomo o una donna siano vivi, con la ragione. Legge e natura, come entità inscindibili. Resistere, resistere, resistere, in solitudine, alla convinzione del giusto. Offrendo l’unica cosa che può e per cui è strutturato un avvocato: aiutare un cliente. Un avvocato, giovanissimo, è rimasto da solo. Era solo quando ha resistito fuori dall’aula giudiziaria. Perché è così, da sempre. Un difensore non ha accanto a sé, come la procura, la polizia giudiziaria. Non comanda carabinieri, o la polizia, non arresta nessuno. Non ha le manette. Ha il codice. Spulcia freneticamente il codice, se lo sogna la notte, vive sommerso da norme e cavilli, una burocrazia lenta, milioni di minuti spesi a parlare con cancellieri, lunghe file, verbali d’udienza scritti da soli e neppure consegnati subito, come se quello che avesse scritto non fosse sua opera. Tra il danno e la beffa vive dentro il famoso detto “giustizia ritardata è giustizia negata”, eppure solo a lui s’impongono termini brevi e per giunta a pena di decadenza, ad altri no, rendendo la sua opera un mero accidente, ingestibile, dentro le trappole di una sanzione d’improcedibilità o inammissibilità dettata solo da formalismi degni del medioevo, creati per porre argine alle continue e ripetute istanze di tutela dei cittadini. Quasi che si potesse mettere argine al numero delle violazioni di un diritto, ed alla nascita di nuove persone con la scusa che …troppi diritti tutelati creano ritardo. Una finzione statalizzata che ogni giorno umilia la difesa, il cittadino. Pochi magistrati per tanti processi, una verità, ma questa endemica mancanza (dello Stato), è trattata come colpa, uno strano concetto che viene poi, abilmente, fatto ricadere sugli avvocati, e quindi, in una catena d’illogica consequenzialità, sui diritti delle persone che pagano, salato, per mettere piede dentro un tribunale. Difendere il proprio assistito con una sola arma, fatta di carta, con tanti articoli, davanti ad una macchina da scrivere. E poi in aula. Con la parola. Anche se ha la febbre, perché così hanno insegnato. Un ruolo che sfibra, ma tanto “chissenefrega”. Da solo, è meglio rimarcarlo, viene lasciato un avvocato quando porta avanti un precetto costituzionale, la difesa. Sembra incredibile, ma è così. Perché mai tutto ciò possa accadere, se lo domanda ogni giorno. C’è uno strappo, un abilissimo scarica-barile. Lì si annida la magagna. Lì comincia il declino dello Stato. E sempre lì crescono le differenze, tra i vari operatori del diritto. Eppure lo scopo è sempre uno, trovare il giusto, ricercare la porzione di equità sostanziale. C’è, quindi, qualcuno che porta da solo il peso della lesione di un diritto della difesa, che è nella Costituzione. E reagisce, s’indigna e combatte, per uno scopo: tutelare un altro essere umano. Il torto maggiore è cancellare il diritto di difesa, della difesa. Una preposizione, quel “di” o “della” che contiene, tutt’assieme, avvocato e cliente. Il torto maggiore è ancora non riconoscerlo. L’avvocato non è un mero ospite del processo, ma concorre alla ricerca della verità processuale, alla formazione della prova, a garanzia di un processo giusto. Il torto maggiore è il silenzio. La pena più grande è se questo silenzio dovesse venire proprio dallo Stato e proprio ora, cavalcando il cavallo della primazia dell’una categoria a scapito dell’altra. Giovedì scorso Claudio Giardiello, ha freddamente ucciso un giovane avvocato, Lorenzo Claris Appiani, un giudice, Fernando Ciampi, e Giorgio Erba, ferendo anche suo nipote Davide Limongelli e il commercialista Stefano Verna. Un falso tesserino di avvocato. Una falsa giustizia. Gli slogan di sempre non bastano più. Né si può tirare la coperta sempre e solo da un lato. È ora di essere seri. Sono in gioco le vite di tutti. La delegittimazione dei protagonisti del processo, va condannata, anche se fatta nelle forme della mistificazione, siano essi giudici, avvocati o semplici privati: è una minaccia alla dignità sociale, che prima o poi finisce per imputridire l’acqua del fiume dove scorre la scialuppa della giustizia, facendola sprofondare nei miasmi, corrodendone le fondamenta, che già scricchiolano di suo. La giustizia senza una forza coesa delle idee è inerme, la forza delle idee senza giustizia è tirannia muscolare. E poi arriva il vuoto, seguito dal sibilo di un proiettile.
La forza, qui, sta nel condividere i problemi di tutti, in una trama fatta di assoluta verità. Elogio del giusto processo, prima e dopo.
Ciao Lorenzo. |