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LA LETTERATURA COME CRITICA DELLA VITA

Non esiste l’Arte, ma esistono gli artisti.
È questa la frase di Ernst Gombrich che echeggia in un percorso di avvicinamento della critica al commercio con la vita, al di là dell’angusto confine di una mera scienza. Critica empirica, critica del quotidiano, da qui si snoda il punto di ricerca che contrassegna il volume pubblicato da Donzelli editore, “La critica come critica della vita. La letteratura e il resto”, a cura di Silvia Lutzoni, 2015, Euro 28,00, che raccoglie i saggi di quattordici autori, quali Alfonso Berardinelli, Paola Cadeddu, Alessandro Cadoni, Monica Farnetti, Alessio Giannanti, Silvia Lutzoni, Matteo Marchesini, Alessandro Marongiu, Giuseppe Mussi, Salvatore Silvano Nigro, Massimo Onofri, Raffello Palumbo Mosca, Laura Antonella Piras, Sergio Sotgiu.

Ad aprire il volume è Massimo Onofri, che, da subito, avverte la necessità di uso antropologico della letteratura, in un rapporto diretto con la storiografia, intessuto di scambi biunivoci, dentro l’immagine di un lettore ipotetico, dal volto umano, mentre entra, negli anni settanta, alla libreria Feltrinelli di Roma, per acquistare una copia di “Nuovi Argomenti”, allora diretta da Alberto Moravia.
Lì troverà giovani esordienti, come Paolo Volponi, nel suo libro “Corporalia”, il romanzo di Sciascia, “La scomparsa di Majorana”, o ancora il libro di Vincenzo Cerami “Un borghese piccolo piccolo”, o Vassalli con il suo romanzo uscito per l’Einaudi, “Tempo di màssacro. Romanzo di centramento e sterminio”.

Ebbene, ognuno di loro è autore di vita perché ripercorre, dialoga, polemizza, o interseca la propria letteratura con i predecessori, i maestri del passato e le loro opere, con inaspettate proiezioni sul presente. È così, ad esempio, per Cerami, dove nel suo romanzo “Un borghese piccolo piccolo” si assiste alla definitiva scomparsa del “popolo” con la nascita della “gente”, nel passaggio da una coscienza di classe all’etica del risentimento, dialogando, quindi, con Pasolini, in una nuova e diversa visione storico - antropologica dell’Italia, innestando a distanza un confronto con “Petrolio”, l’opera pasoliniana iniziata sin dal 1972, a cui lavorò sino alla morte, pubblicata postuma solo nel 1992.

Lettore, scrittore, tracce di opere, segnano un percorso tutto in verticale, come d’interferenza generazionale e storicizzazione, per cui “scrissero ciò che scrissero leggendo ciò che lessero”, ma anche riempite dall’essere, dal vivere una vita presente, in una dimensione di agonismo e competizione generazionale.

Il lungo percorso di ricerca per Massimo Onofri, Ordinario di letteratura italiana contemporanea all’Università di Sassari, trova le sue profonde radici in una sua precedente opera, peraltro sempre pubblicata dalla Donzelli, nel 2007 (Premio Brancati per la saggistica), “La ragione in contumacia. La critica militante ai tempi del fondamentalismo”.

E in questo universo parallelo dove la critica assume il ruolo di connessione tra diversi autori, libri, ciò che si scrive e ciò che si è scritto, reinventare non è un merito ma rappresenta, come afferma Berardinelli, una necessità fisiologica per quel tipo di scrittori che sono “gli scrittori di critica”, dentro una cornice morale, sociale, così come De Benedetti tentò di fare rivisitando i rapporti impossibili tra individuo e società attraverso Proust e Freud, Pirandello, Svevo e la letteratura deludente del fascismo.

L’interessante raccolta di saggi critici, scaturita da un convegno che si è tenuto all’Università di Sassari, pubblicata poi dalla Donzelli in questo pregevole volume, rivisita, confronta e storicizza quella particolare idea di lettura che Proust nella sua opera, “Il tempo ritrovato. Alla ricerca del tempo perduto” del 1927, così descrisse: “Ogni lettore, quando legge, è soltanto il lettore di se stesso”.

In realtà, questo pensiero di Proust era già apparso nel suo “Journèes de lecture”, una prefazione alla traduzione di “Sèsame et les lys”, 1906, di John Ruskin, ove poi aggiunge:

 ”L’opera è solo una sorta di strumento ottico che esso offre al lettore per permettergli di scorgere ciò che forse, senza libro, non avrebbe se stesso”.

Due mondi distanti e a confronto, quello di Proust e quello di Ruskin per cui la lettura sarebbe assimilabile a una conversazione.

Ma il volume non si ferma al punto di ricerca iniziale, va al dato epistemologico, ripercorrendo anche le funzioni di una critica militante, o estetica, contrapposta a quella cattedratica o storica, a partire dalla definizione del Serra degli anni venti, esemplificando il confronto tra le distanti classificazioni mettendo in risalto “scontri” e idee contrapposte tra Garboli e Baldacci, Raboni e Siciliano, Macchia e Giaveri, Gramigna e Giuliani, tra lo schivo filologo classico Timpanaro, con la sua visione razionalista di materialità dell’opera, e Carlo Bo, nel suo disegno della critica attraverso il sintagma “dell’anima dello scrittore”, in una concezione tutta idealista con un approccio spirituale all’arte e alla letteratura, o tra il Cases, professore di letteratura tedesca in varie università e un Segre filologo e critico militante.
E qui Alessandro Cadoni ricorda lo sforzo di Cases nel muoversi da un dato empirico, convinto assertore che anche una virgola possa far affiorare l’essenza di un testo, come un anello della corteccia di un albero, citando l’ormai famoso consiglio rivolto a un giovane dottore, contenuto nell'opera “Il boom di Roscellino. Satire e polemiche” del 1990:

“Casomai serviti della virgola non per farla congiurare a rafforzare la totalità, bensì per mostrarla come gli dei possano abitare l’elemento più umile e negletto (…).
Casomai usa i risultati elaborati dalla logotecnocrazia solo se ti senti in grado di rivolgerli contro i suoi fini illiberali”.

Ritorna sinuosa ed elegante l’idea per cui comunque un critico è un lettore che scrive e la sua opera ha un dovere: contribuire all’edificazione di un senso della vita, attraverso una metodologia che passi nella storia, la attraversi diagonalmente, come esperienza vissuta.

E, allora, proprio lì si adagia l’interrogativo iniziale di Onofri: “C’è un punto in cui, per chissà quale metamorfosi, l’interpretazione di un’opera può diventare, in quanto tale, notizia del mondo, di un mondo abitabile, ben oltre la letteratura?”

L’indagine è tutta a favore del lettore, in carne e ossa, del rapporto tra canone e scienza, tra forma e resistenza al totalitarismo della pura teoria, recuperando una funzione esistenzialista.

Ritorna un discorso della centralità della letteratura come memoria collettiva, riempiendo un vuoto rimosso, là dove neanche la storiografia pura riesce, in quella stanza dove una voce narrante può assurgere a crescita collettiva.
La letteratura non può appiattirsi sul presente, la critica non può mancare il compito di confronto con la storia.
Ecco, l’idea della letteratura nasce proprio dove inizia il vuoto, un qualcosa da colmare e riempire con la storicizzazione di una memoria che si fa critica costruttiva, e, per essa, diviene memoria collettiva.

In un recente incontro che si è tenuto nella Casa Museo di Alberto Moravia, Sandra Petrignani, dialogando con Mario Andreose, ricordava le parole dello scrittore romano, raccolte in un’intervista uscita sul Messaggero nel 1979, per cui sempre di più, sin da allora, si stava perdendo il senso di una letteratura come mondo totalizzante.

La critica, dunque, deve avere il merito di far riavvicinare non solo lo scrittore alla scrittura ma anche, e soprattutto, all’universo temporale della letteratura.
Come scriveva Arnaldo Momigliano “la caratteristica del nostro tempo risiede nella grande inventività di forme storiografiche” e la narrativa diviene essa stessa fonte storica, anche in un’ottica di contaminazione tra generi.
Ma “fare storia significa studiare le fonti” e questo serve a forgiare un’arte letteraria capace di raccogliere sequenze espositive diacroniche in un piano narrativo.

Alberto Sagna
27-05-2016

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