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“Grandi momenti” a Neo Edizioni

Senza sbavature nella trama, con un linguaggio molto crudo, asciutto, che sottende al richiamo esistenzialista per poi stupire con forti pugni nello stomaco, Franz Krauspenaahr conduce un gioco estremo, quello della parabola dello scrittore di nicchia, tra l’infarto e la sua perenne condizione metafisica di carne da macello, e perciò stesso inguaribile.
Franco Scelsit, il protagonista, si muove nel futuro, tra l’ospedale, una dura riabilitazione, la “cardio pizza” con gli amici e una grande occasione, quella di poter scrivere per un nuovo editore, uscendo dai tempi di miseria e timore.

Vizioso, amante delle belle macchine, Franco Scelsit ha stretto, però, un patto con il diavolo.
Un contratto editoriale dove l’inchiostro non porterà la sua firma, ma sarà “sotto pseudonimo”, per scrivere gialli.
Uno scrittore senza volto per un editore che lui stesso definisce “da autogrill”, d’assalto, ma con qualche soldo in tasca di più.
Chi ottiene successo, in fondo, non è davvero lui. Eppure, con la scrittura, sotto la pelle, sente tutto il peso di quella condizione fisica, quel corpo a corpo con il testo che lega emozioni e trame, e tutto aleggia come un’ombra, un fantasma, come un passato che si riaffaccia dalla punta della penna, per richiamare alla realtà lo scrittore incastrato dall’artifizio, che scrive a comando, fino ad oscurare ogni aspirazione, e tutte le sue profonde velleità letterarie.

La copertina di questo libro, edito dalla Neo Edizioni (2016, pagg. 154, euro 13,00), trova una sua collocazione millimetrica mano a mano che si sfogliano le pagine, viscerali, graffianti, senza freno, che raccontano una vita e il suo dolore, un desiderio pulsante d’anarchia poi racchiuso in personaggio che diventa “un economo dell’umore”, tra allegorie e simbolismi.

Nel suo paradosso di abisso nichilistico questa storia urla al disincanto, tenta di uscirne fino a far sentire al lettore il battito cardiaco, le fitte nel petto, lo scontro tra lo scrittore e la schiera degli intellettuali, gli estenuanti tour promozionali, per poi avere visioni, presagi che rendono ancora il protagonista più prigioniero, immerso in una vastità incontrollabile:

“Sono laggiù non in sogno, ma nel ritorno, che temo possa divenire eterno. Sono prigioniero di una vastità che mi schiaccia come fossi una mosca sul muro. “Huge form”, è l’immenso formato, è questo. Sono nell’universo concentrato nel mio cuore e nel cervello, pianeti satelliti l’uno dell’altro.”

Qui il disagio spinge verso una forma poetica, surrealistica, e, per certi, versi, apocalittica.
Grandi momenti, allora, è anche un passato di momenti felici, che tormentano dentro un corpo disfatto, ricattato da una perpetua riflessione sul tempo che scivola.

E torniamo all’inizio. Il linguaggio. La desolazione del mondo attorno, il lato sensoriale spinto, acceso nel recepire tutto ciò che uno scrittore può saper far filtrare attraverso la sua lente, si legano perfettamente con una ricerca stilistica che non emargina mai l’esasperazione, ma anzi l’esalta al massimo livello, l’avvolge, dove il sarcasmo nasconde l’ironia del vissuto e un’esperienza, vasta, multiforme, e l’età anch’essa; un dato cronologico che si sparge, contamina e sovrabbonda nelle parole.
In un corpo da rieducare dopo un infarto, l’anarchia di pensiero incontra differenti registri linguistici, come fosse davvero necessario un atto di ribellione, a voler rimarcare la non sudditanza della mente rispetto al corpo, e così nella scrittura, e così verso l’editoria.  

La relazione intessuta dentro un discorso morale, che ondeggia tra l’uomo vizioso e  lo scrittore incompreso, e quell’onnipresente velo di esasperazione, appaiono tangibili tanto da divenire parte fisica e copertina del libro, fino a realizzarsi nel linguaggio, che si trasforma, con Franz Krauspenhaar, in strumento duttile, un grimaldello usato contro l’ipocrisia.

Una nota di merito a questa piccola casa editrice abruzzese capace di portare in luce una scrittura coraggiosa e per nulla imbrigliata.

Alberto Sagna
21-07-2016

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