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DIVORARE IL CIELO DELLA PUGLIA

Erano gli anni della masseria.
Erano “quelli della masseria”, i ragazzi improvvisamente comparsi in piscina, con le braccia mosse in cerchio per tenersi a galla, i rumori in cortile, le schiene bagnate, quel bisbigliare furtivo, di notte, quella notte in cui Teresa per la prima volta li incontrò.
A Speziale, nella casa della nonna che leggeva romanzi gialli.
E poi l’urto dei giovani corpi contro la recinzione, il padre che li inseguiva insieme al custode.
Tutto comincia quando Teresa rompe la solitudine e vede nel buio la fuga, i ragazzi che si divincolano.
Tutto inizia nella ribellione, negli sguardi di un amore estivo tra Bern e Teresa, in quello che trasformerà la vita di quei giovani ragazzi nella convivenza dentro una comune agricola sessantottina, un mondo intatto, isolato dalla città.
Tre fratelli, non di sangue, con vite parallele.
Tommaso, Bern e Nicola, dentro un romanzo di formazione, che sfiora il tema della proprietà privata, della religione, dell’ecologia, della maternità.
E Violalibera che romperà ogni equilibrio.

Dio e Terra, come idea, come parola, i discorsi di Cesare, padre di Nicola e tutore di Tommaso e Bern, ma anche Torino, la città di Teresa, sempre più lontana, inospitale, con i suoi viali troppo ampi, il cielo bianco e opprimente.
Erano gli anni feroci delle utopie.
Nasce così il quarto romanzo di Paolo Giordano, “Divorare il cielo”, edito da Einaudi, in quell’angolo della Puglia, una storia di legami, di ulivi, di montagne di mandorle da sgusciare, di terra rossa, attraverso un arco temporale ampio vent’anni, ancorata a più trame e scritto in prima persona, con l’Io narrante di Teresa che poi si alternerà a quello di Tommaso.

E abbiamo voluto parlare con Paolo Giordano proprio di questo viaggio vertiginoso dentro la Puglia.

Partiamo dal titolo di questo romanzo. Come è nato “Divorare il Cielo”?

“L'espressione si trova in un libro di Max Stirner, "L'unico e la sua proprietà", che per un certo periodo diventa una specie di libro sacro per Bern. Mi sembrava sintetizzare al meglio l'atteggiamento nei confronti del mondo che caratterizza il personaggio, e attraverso di lui tutta la storia. Una storia, in fin dei conti, di trasgressione e tracotanza. Bern, come fa sempre con i libri, prende alla lettera lo strano comandamento di Max Stirner: prendersi tutto, impossessarsi perfino del cielo e dei valori sacri, con tutti i rischi che ne conseguono.”

Nella storia si avverte un’oscillazione continua di immagini tra le radici della masseria, nel racconto dei ragazzi, e la forza vera della terra, capace da sola di trasformare improvvisamente la vita, di scuotere.
Che ruolo hanno i discorsi di Cesare sulla religione?


“I discorsi di Cesare sono una vera e propria punteggiatura della storia, talvolta possono essere letti come commentario, ma molto spesso sono dei veri e propri moniti, se non addirittura dei presagi. Cesare è la voce più sapiente del romanzo, sebbene la sua sapienza sia fallibile. È un essere umano e ha le sue debolezze come tutti. In un certo senso, l'intero svolgimento della storia, fino ai suoi esiti più drammatici, può essere visto come il modo in cui i ragazzi reagiscono, ognuno diversamente, agli insegnamenti di Cesare. Alle sue frasi, al suo ascendente.”

C’è un gruppo di ragazzi, da un lato, e Teresa, dall’altro, con la sua passione, il desiderio. Dentro queste due identità sembra comparire sullo sfondo, tra i vari snodi della storia, una contrapposizione ideologica. Ecco, qui intravedo una visione precisa del romanzo.
È forse la continua tensione il perno decisivo scelto per questo romanzo?


“Tutto in questo romanzo nasce dal confronto fra opposti, per un qualche genere di polarità: geografica (il movimento tra due antipodi, Torino e la Puglia), sociale (la borghesia da cui proviene Teresa e la casa-famiglia dove vivono Bern e gli altri), spirituale (lo scetticismo di lei contro la fede della masseria). Si contrappongo terra e cielo in continuazione, luce e tenebra (che non a caso vengono citati in parecchi contesti), e così via.”

Una storia generazionale richiede un apparato di scrittura complesso, di larghe vedute. Quanto tempo c’è voluto per mettere a punto il romanzo? E qual è stato il momento più difficile nella fase della scrittura?

“Ogni romanzo nasce anche da un'ambizione esplicita, credo. A volte ci permettiamo ambizioni controllate, a volta ce la sentiamo di essere smisurati. Di sicuro, avevo in mente qualcosa di ampio in molti sensi mentre lavoravo a Divorare il cielo. Per questo mi sono preso tutto il tempo necessario. Per più di un anno ho solo cercato di mettere a punto la mia visione su Bern, poi è cominciata la vera e propria stesura, che è andata avanti in gran parte "al buio", senza sapere cosa sarebbe successo nel capitolo successivo, quasi fino alla fine. Direi che questo non-sapere, o meglio, non permettermi di sapere è stato l'aspetto più faticoso. Pianificare un romanzo o i passi successivi è il modo migliore per allontanare le paure, ma ero fermamente deciso a non pre-determinare il destino dei personaggi e della storia in alcun modo. Anche la costruzione, che oggi può forse apparire premeditata, è invece nata dal basso: la doppia voce di Teresa e Tommaso, la scansione in capitoli... Forse alcune parti sono venute fuori più rapidamente, ma mi sento di dire che nessuna è stata "facile". D'altra parte, non ho mai perso la fede sul fatto che il libro avrebbe alla fine avuto una sua coerenza forte. Ma mi rendo conto che in molti momenti si è trattato puramente di questo, di fede. Forse non è possibile scrivere un vero romanzo senza averne.”

Tra il primo romanzo, “ La solitudine nei numeri primi”, e quest’ultimo vedo un passaggio fondamentale nella scrittura. La scelta di un registro profondo si è accompagnata a una forma linguistica diversa, pulita, lineare, senza sovrastrutture.
Quando hai percepito questo cambiamento e quanto ha influito l’editor nell’allineare voce e forma all’interno della struttura lessicale?


“A un certo punto della stesura il romanzo ha raggiunto un picco di grande complessità, strutturale ma anche linguistica. Era necessario, senza quello non ci sarebbe stato nulla dell'intensità che forse chi legge è oggi in grado di avvertire "sotto", o almeno così mi auguro. Avrei potuto fermarmi a quella complessità, sarebbe stato un modo per mostrare con maggiore evidenza quanto sforzo ci avessi messo dentro. Come scrittori abbiamo, potenziata, tutta la gamma di debolezze umane. Poi mi sono detto che dello sforzo dietro un'opera non interessa, e non deve interessare, niente a nessuno. Ho intravisto una forma semplice, lineare di questo romanzo. E ci sono arrivato per semplificazioni successive, che poi vuol dire per tagli successivi, alcuni molto dolorosi. Nella sola ripassata finale, il libro si è alleggerito di settanta pagine. In questa fase delicata l'editor, per me, è soprattutto qualcuno che deve dirmi: "Coraggio, hai la forza di fare ancora un passo verso la chiarezza, verso la sintesi. Andrà tutto bene. Non ne morirai".

Anche i personaggi sembrano costruiti assieme agli snodi principali. È un modo per restituire intensità, attraverso piccoli e grandi movimenti, nei conflitti?

“Svelare i personaggi attraverso le loro reazioni agli eventi mi sembra una strada interessante. È il modo in cui per la maggior parte del tempo sperimentiamo e approfondiamo gli altri. Ma l'unità fra fatti e personaggi, che ho molto ricercato, è possibile solo in quel procedimento "al buio" di cui parlavo prima, impedendo alla trama o al carattere dei protagonisti di anticiparsi a vicenda. Aspettando, invece, che il libro ti sorprenda con delle immagini sintetiche, delle visioni, che poi dovrai lentamente sciogliere in tutte le direzioni: il bagno clandestino in piscina, Violalibera nella torre, la liberazione dei cavalli, Kiev, Bern sugli alberi, la grotta... Il libro si è sviluppato decifrando via via queste immagini che all'inizio sono nate in me senza legami apparenti fra loro. È un modo più lento, meno sicuro, ma per me infinitamente più interessante.”

Quali letture hanno influenzato questa storia? O sei un narratore che mentre scrive cerca di leggere argomenti e storie diverse per non farsi contaminare?

“Leggo molto mentre scrivo. Le connessioni tra ciò che leggo e ciò che sto scrivendo non sono mai del tutto evidenti, a me per primo. Di solito eleggo un autore o un'autrice su tutti a nume tutelare del libro a cui sto lavorando. Leggere le sue pagine prima di lavorare diventa una specie di rito d'ingresso. In questo caso è stato Faulkner. Mi rendo conto da solo che non c'è somiglianza alcuna fra la sua prosa e quella di Divorare il cielo, ma è stato leggendo lui che sono riuscito ogni giorno a ritrovare l'afflato, e insieme quel senso di predestinazione biblica, di tragicità che in qualche modo domina la storia.“

Senza raccontare il finale, la scelta di una voce narrante femminile quanto ha influenzato l’intreccio?
Cosa ha cambiato questa scelta di personaggio, intendo nella tua scrittura?


“All'inizio ero spaventato. Ma mi sono dimenticato molto presto di essere dentro una voce femminile. Oggi ho l'impressione che esista una connessione profonda fra il fatto di scrivere e un qualche tipo di anima femminile che esiste in me. Essere Teresa è stato liberatorio in molti sensi, soprattutto mi ha aiutato a non ricadere nel mio modo automatico di affrontare e pensare le cose. È emersa una parte più libera, più terrena e sensuale, che normalmente resta sopita. Mi ha molto sorpreso il fatto di riuscire a raccontare il sesso per la prima volta, grazie alla libertà che quella voce mi ha concesso.”

Il nuovo romanzo custodisce dentro di sé l’idea della complessità, non solo nei rapporti, ma nella stessa struttura.
Ho registrato molti snodi, che nella tecnica narrativa alleggeriscono la trama e creano movimento. Sembra quasi che l’ingresso di una trama complessa abbia a sua volta aperto le porte a una nuova scrittura, una sorta di mutazione genetica della sintassi rispetto al primo romanzo.
È un momento di passaggio o l’approdo a uno stile diverso?

“Non lo so. L'idea di un "approdo" possibile mi spaventa moltissimo. Mi sembra che la scrittura possa essere viva solo fintanto che è in divenire. Ogni romanzo, credo, dev’essere un modo di reinventare radicalmente la propria scrittura e di ambire a qualcosa di più ardito, grazie alla consapevolezza acquisita in più.”

Philip Roth nel suo saggio “Why Write?”, ha sostenuto che la realtà americana è folle al punto da superare quasi la fantasia dello scrittore.
Nella masseria pugliese c’è qualche elemento di follia?

“Cesare, che della masseria è il fondatore, colui che ha dato l'impronta a quel luogo, ha la pretesa di "illuminare tutto". Che è come dire: eliminare ogni tenebra, ogni impurità. Ma Cesare stesso ha una parte molto oscura, irrazionale, della quale probabilmente non si rende neppure conto. Fonda la sua esistenza sulla religione, ed è convinto di sé al punto da aver creato una visione personale del cattolicesimo, "un'eresia", come dice la nonna di Teresa. Questa sua arroganza contagia tutti in un certo senso, Bern in particolare, che l'assume su di sé e le dà voce e corpo in ogni modo possibile. Divorare il cielo non è un libro sulla follia, nessuno dei protagonisti è folle, ma è decisamente un libro sulla nostra parte irrazionale, che talvolta rischia di prendere il sopravvento e sommergerci.”

Ultima domanda, cruciale tra i temi della scrittura: alcuni scrittori, ad esempio Stephen King, usano le immagini come elemento trainante per tutto il romanzo, funzionale a tenere il filo della trama fin dall’inizio.
Qual è il tuo segreto, il congegno che ora hai usato per seguire l’evoluzione della storia?

“Credo che la risposta sia in larga parte nelle "visioni" di cui parlavo prima. Immagini sintetiche, inizialmente misteriose, alle quali mi sono aggrappato con fiducia. Alcune, tanto per sottolineare l'irrazionalità di cui dicevo prima, sono arrivate davvero in sogno. Non è qualcosa di straordinario, credo. La concentrazione su un libro punta spesso verso l'inconscio ed è molto facile che questo tipo di lavoro stimoli attivamente la parte generativa dell'inconscio, che ti aiuti a sognare. Quanto a un "congegno" più specifico, non credo di averne avuto uno. Ma avevo un monito, al quale ho ubbidito dall'inizio alla fine: l'idea che questo romanzo dovesse continuamente aprire scenari e domande, aprire, aprire, aprire, e non chiudersi mai, anche quando intravedevo già, in lontananza, il finale.”
Alberto Sagna
19-09-2018


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