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John Carpenter, il regista da un altro mondo

Edoardo Trevisani realizza un saggio che è prima di tutto un sentito omaggio (ma è ancora vivo, non facciamo scherzi di Halloween, come la saga horror che ha firmato)

Fantastico e horror. Ma non solo. Perché John Carpenter – maestro indiscusso del cinema “che fa paura” – ha filtrato con tanti e tali generi che è difficile racchiuderli in un unico libro. Ha tentato da farlo Edoardo Trevisani (giornalista, collabora con testate, riviste e portali per i quali si occupa di cultura, mass media e settima arte) realizzando un saggio – ricco di foto – che è prima di tutto un sentito omaggio (ma è ancora vivo, non facciamo scherzi di Halloween, come la saga horror che ha firmato) al “regista da un altro mondo”. Ed è proprio questo il sottotitolo del volume (brossurato con alette, 234 pagine, 14 euro) che Nicola Pesce editore ha dato alle stampe, per la gioia dei numerosi fan cinefili di casa nostra. “Quello di Carpenter è un cinema che fagocita i generi e li ripropone secondo le direttive della sperimentazione e dell’intrattenimento, sotto il quale si sedimentano però le pulsioni, i malesseri e i turbamenti di una società in preda agli spasmi di mutazioni irreversibili”, riporta la quarta di copertina. Distante anni luce dai canoni delle major, con il suo cinema, il regista ha steso un tappeto rosso alle paure, alle ostilità e alle incoerenze della società americana con il carisma, affatto scontato, delle grandi produzioni hollywoodiane.

“Maestro dell’horror politico”, lo definisce Antonio Tentori, scrittore e sceneggiatore. Al pari delle sue pellicole, John Howard Carpenter – questo il nome completo del regista, sceneggiatore, compositore, musicista, attore, produttore e montatore classe 1948 – non si può circoscrivere, a livello umano e/o professionale, in una definizione. Certo, come anticipato, tanto l’horror quanto il fantastico sono di casa nella filmografia di questa leggenda, le cui pellicole hanno segnato in modo indelebile l’immaginario di generazioni di spettatori. Nel saggio “Il regista da un altro mondo”, Trevisani non si risparmia nel tratteggiare la figura di questo cineasta senza tempo – “si moltiplicano i testi sul suo cinema, la bibliografia su di lui è fra le più ampie tra quelle dedicate ai registi del cosiddetto new horror”, scrive Davide Di Giorgio, critico cinematografico, nella sua prefazione; un professionista capace (come nessuno) di oliare al meglio i meccanismi del genere per narrare i problemi e le antinomie della società contemporanea. Fuori dal tempo ma anche (sempre) in anticipo, sui tempi.

Carpenter è bulimico, ha ancora smodata fame di conoscenza e arte (lui stesso, nel rammentare la sua infanzia dichiara: “«Mia madre mi ha regalato la fantasia. Mio padre la musica. Regali non da poco”) e all’età di 73 porta in dote una personalità che lascia senza fiato imberbi nerd e vecchi “tromboni” dei tempi che furono. “Mentre leggete queste pagine, infatti, lavora a nuovi progetti riguardanti fumetti, dischi, videogame e serie tv”, riporta il volume. Pienamente calato nell’oggi, Carpenter è al centro di un saggio che ne ripercorre al meglio l’evoluzione artistica, attraverso l’analisi di tutta – ma proprio tutta – la sua eclettica produzione cinematografica. Dalla saga di Halloween a Grosso guaio a Chinatown, da 1997: Fuga da New York, a Il seme della follia, da La cosa a Christine la macchina infernale, da Fog ad Avventure di un uomo invisibile, da Starman a Essi vivono fino a Fantasmi da marte.

Nell’elencare le sue opere ci fermiamo qui soltanto per questioni di spazio. Ma Trevisani è davvero abile nel tratteggiare un quadro completo e accurato di Carpenter, un uomo che avrebbe potuto incappare nel rischio di vedersi riconosciuto il valore solo dopo la dipartita. Numerose tra le sue pellicole più rappresentative, infatti, al momento dell’uscita sul grande schermo non furono comprese dal pubblico, in taluni casi addirittura rifiutate; lo stesso regista si scontrò più di una volta con le regole degli Studios, finendo per affermarsi come autore prima nel vecchio continente e poi negli Stati Uniti (dove comunque non ha mai avuto vita semplice, in particolare con i critici). Ma il tempo (appunto) è galantuomo, è questo libro nel suo “piccolo” – che poi tale non è – rappresenta una tangibile dimostrazione del detto. Appassionato e preparato, Trevisani viviseziona la vita e le opere di un narratore sempre fuori dal coro, abile nel raccontare la natura del male attraverso i suoi antieroi attingendo sempre dal mondo reale. Senza cercare alibi, forte della propria (malefica) essenza.
M. C.
24-04-2021

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