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Bathory, la band che cambiò l’heavy metal

Con la prefazione curata dal saggista Flavio Adducci il libro racconta con dovizia di particolari le vicissitudini della band (o progetto musicale) più rilevante del filone del “metal nordico”

Si scrive Bathory, si legge “contessa sanguinaria”. Il rimando è a Elisabetta Bathory, accusata di centinaia e centinaia di uccisioni di giovani vergini. La leggenda narra che la donna sarebbe stata sovente immergersi nel sangue delle proprie vittime, certa, in questo modo, di acquisire l’eterna giovinezza nonché l’immortalità. Un nome, il suo, che inevitabilmente avrebbe ispirato l’universo metal. È il “caso” dei Bathory, che rappresenta un vero e proprio “unicum” nel genere. Poiché è a questa band (le cui origini risalgono ai primi anni ottanta), o per essere più precisi al suo fondatore e leader Thomas Börje Forsberg – meglio noto come Quorthon – che si fanno risalire le origini di due sottogeneri musicali della portata del black e del viking. Così, scrivere dei Bathory corrisponde di fatto a scrivere la storia (complessa è dire poco) di Quorthon, come ha fatto Fabio Rossi – autore romano, classe 1961 – che firma un volume coraggioso, approfondito e appassionato: “Bathory, la band che cambiò l’heavy metal” (Officina di Hank, 144 pagine, 15 euro). Con la prefazione curata dal saggista Flavio Adducci (“abbiamo a che fare con un gruppo, anzi, con un artista che offre ancora oggi tanti, tantissimi spunti di riflessione, e quindi parlarne non stanca mai”, scrive), “Bathory” racconta con dovizia di particolari le vicissitudini della band (o progetto musicale) più rilevante del filone del “metal nordico”. Ammantata di una nebbia che Rossi ha cercato di dissipare, la storia del combo svedese – o per meglio dire, appunto, della one man band di Stoccolma – non è stata semplice da riportare su carta. Formato nel 1983ad opera del cantante, chitarrista e leader Quorthon – pseudonimo di Ace Börje Thomas Forsberg – il gruppo ha pubblicato dodici album in studio (il primo, omonimo, disco è del 1984, mentre l’ultimo è Nordland II, datato 2003). Sempre e comunque con un unico punto di riferimento: Quorthon. Conosciuto anche con il suo nome di battesimo Thomas – o più semplicemente come Ace – non è stato soltanto ideatore ma anche (scusate se è poco) unico compositore nonché membro stabile della band (in primis cantate e chitarrista, senza disdegnare di cimentarsi anche nelle parti da tastierista, bassista e batterista). Nato a Stoccolma nel 1966 e morto 38enne, sempre nella capitale svedese, nel 2004 a causa di un infarto miocardico acuto, Quorthon non ha avuto solo il merito di intraprendere un percorso innovativo, ma di riuscire nel corso di una carriera – meno lunga di quanto si sarebbe aspettato – a tracciare due sentieri completamente inesplorati. E l’eterna diatriba (ma ce n’è proprio bisogno?) se siano stati migliori i Bathory del periodo black o quelli dediti al viking non si concluderà presto. Scrive Rossi: “In questo libro, il primo dedicato in Italia ai Bathory e al personaggio di Quorthon, ho cercato di riepilogare cronologicamente le vicende di questo combo che, sin dal principio, sono state contraddistinte da un velo di mistero e di oscurità che permane ancora oggi”. Ecco, sottomano abbiamo un volume che non è per tutti, ma solo per chi è davvero curioso. Quasi onnivoro, nella sua indole. Perché di certo “Bathory” è ricco di foto, ha un formato comodo che ne agevola non poco la fruizione, ma – soprattutto – è scritto bene e con passione vera. Un cronista musicale “fuori tempo” (nell’accezione migliore del termine), Rossi: poco social e molta sostanza, capace di ricostruire con dovizia di particolare la parabola artistica dei Bathory e del suo punto cardine. Grazie a una (lunga) serie di informazioni riprese da articoli, interviste e testimonianze di vario genere, l’autore – che fino ad oggi ha pubblicato “Quando il rock divenne musica colta: storia del prog”, “Rory Gallagher: il bluesman bianco con la camicia a quadri” ed “Emotion, love & power: l’epopea degli Emerson, Lake & Palmer”, tutti in nuova edizione per Officina di Hank – rende omaggio a una band che, paradossalmente, oggi affascina ancora più di ieri. Come riporta la quarta di copertina – citando il medesimo Quorthon – “il vero problema è che la leggenda dei Bathory è più grande dei Bathory stessi. Ed è un demone che non si può uccidere”.
M. C.
04-10-2021

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