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Escher a Palazzo Bonaparte

A 100 anni dalla sua prima visita nella Capitale, il maestro olandese torna a Roma con la più ampia e completa mostra a lui mai dedicata. Fino al 1° aprile

Una retrospettiva completamente dedicata alla tecnica, al fascino, alle illusioni e ai segni di uno dei più conosciuti artisti grafici del globo. Xilografie, xilografie di testa, litografie, linoleografie e mezzetinte: c’è di tutto (e di più) nella rassegna che, a un secolo dalla sua prima visita nella Capitale avvenuta nel 1923, celebra Escher proprio a Roma. 

Presso Palazzo Bonaparte va in scena – su due piani – la più imponente e completa mostra dedicata all’artista olandese. Un uomo tanto inquieto quanto riservato. Indubbiamente geniale. Una figura che attraverso una serie di magnifiche incisioni e litografie ha avuto – e prosegue ad avere – la (rara) capacità di trasportare chi gode dello splendore delle sue opere in universo immaginifico e impossibile, dove si miscelano, sovrapponendosi senza ostacolarsi, l’arte, la matematica, la fisica, la scienza e il design. 

All’epoca di Maurits Cornelis Escher i computer (ovviamente) non esistevano, ecco perché – anche se sembra quasi banale precisarlo – oggi destano ancora particolare meraviglia i suoi lavori, in grado di conquistare milioni di visitatori grazie all’innata capacità dell’incisore e grafico di parlare a un pubblico molto ampio. Un uomo che, a 51 anni dalla sua morte, continua a stupire (“Siete davvero sicuri che in pavimento non possa essere anche un soffitto?”) e ad essere amato non solo da chi conosce a fondo l’arte, ma anche dagli appassionati di architettura, geometria, grafica, musica, solo per fare alcuni esempi. Inclusi i grandi professionisti dei settori citati, non sempre “ricambiati” dall’artista. A tal proposito è sufficiente ricordare che, nel 1969, Mick Jagger scrisse ad Escher – chiamandolo per nome – per chiedergli la creazione di un’opera da usare come copertina per l’album dei Rolling Stones “Lei It Bleed”. Il maestro olandese non solo negò il proprio consenso ma, la missiva che indirizzò a Peter Swales, collaboratore della band, è rimasta negli annali: “Voglio dedicare tutto il mio tempo e la mia attenzione ai tanti impegni che ho contratto. Non posso assolutamente accettare ulteriori incarichi o perdere tempo per la pubblicità. A proposito, la prego di dire al signor Jagger che non sono Maurits per lui, ma, molto sinceramente, M.C. Escher”. 

Nelle opere dell’artista nato a Leeuwarden nel 1898 confluisce un enorme mole di tematiche, ragione per cui nel panorama della storia dell’arte le sue geometrie visionarie rappresentano un unicum. L’ampia retrospettiva capitolina – col patrocinio del Comune di Roma, Assessorato alla Cultura e dell’Ambasciata e Consolato Generale del Regno dei Paesi Bassi, è prodotta e organizzata da Arthemisia in collaborazione con la M. C. Escher Foundation e Maurits ed è curata da Federico Giudiceandrea, tra i più rilevanti esperti di Escher e Mark Veldhuysen, CEO della M.C. Escher Company (“Nel corso degli anni dovrà continuare a usare il medium prescelto con instancabile entusiasmo e senza dubbio lotterà tutta la vita per acquisire una competenza tecnica che non gli apparterrà mai completamente. L’obiettivo che sta perseguendo è qualcosa di diverso da una stampa perfettamente eseguita. Il suo scopo è raffigurare sogni, idee o problemi in modo tale che altre persone possano osservarli e rifletterci sopra”, scrive Veldhuysen in merito al genio olandese) – presenta al pubblico, insieme ai capolavori più noti dell’artista amato dai matematici e dagli hippies (che, nella loro iconografia, presero ad utilizzare liberamente quelle deformazioni spaziali in grado di creare mondi alternativi prodotte da Escher), anche numerose opere inedite mai esposte in precedenza. Un’antologica di circa 300 lavori che include l’ormai iconica Mano con sfera riflettente (1935) – l’opera fu realizzata nello studio della casa romana degli Escher, che si riflette nella sfera – Giorno e notte (1938), Metamorfosi II (1939), Vincolo d’unione (1956) e tantissime altre. 

Ovviamente dopo numerosi viaggi in Italia cominciati nel 1921 quando visitò la Toscana, l’Umbria e la Liguria, Escher approdò a Roma dove visse per ben dodici anni, dal 1923 al 1935, al civico 122 di via Poerio, nel quartiere di Monteverde vecchio. Il periodo capitolino ebbe un forte ascendente su tutto il suo lavoro successivo, vedendolo particolarmente prolifico nella produzione di litografie e incisioni in particolar modo di paesaggi, scorci, architetture e vedute di quella Roma arcaica e barocca che lui amava esplorare nella sua dimensione più intima, quella notturna. Le notti trascorse a disegnare, seduto su una sedia pieghevole e con una piccola torcia appesa alla giacca, sono ritenute da Escher tra i ricordi più belli di quel periodo (in rassegna, infatti, è presente anche la serie completa dei 12 Notturni romani prodotta nel 1934). Invenzioni ingegnose e paradossi “magici”: questo (e molto altro) è Escher, la cui retrospettiva nella Capitale evidenzia come la metamorfosi sia divenuta, con il trascorrere del tempo, una “cifra” basilare della sua arte, capace di alimentare fantasia e geometria, spiazzando lo spettatore (“L’illusione che l’artista desidera creare è soggettiva e molto più importante dei mezzi fisici oggettivi con cui cerca di crearla”). 

Tutt’oggi la comunità scientifica internazionale ritiene l’opera di Escher un caposaldo delle interrelazioni tra la scienza e l’arte. Certo, il maestro olandese non conobbe la fama se non negli ultimi anni di vita. Ma una sua espressione (per nulla banale), che campeggia sulle pareti di Palazzo Bonaparte, ne sintetizza bene l’indomito spirito: “Il mio lavoro è un gioco, un gioco molto serio”.

ESCHER
Palazzo Bonaparte
Piazza Venezia 5, Roma
Orari: dal lunedì al giovedì dalle 09.00 alle 19.30, dal venerdì alla domenica fino alle 21.00 (la biglietteria chiude un’ora prima)
Biglietti: Euro 16 intero, Euro 15 ridotto
Info e prenotazioni: 06 8715111
www.mostrepalazzobonaparte.it
M. C.
29-11-2023


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