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Il piccolo mondo antico di Vermiglio

Le immagini, la lingua, quei primi piani e i loro silenzi sono poesia. Poesia geografica e di costanti abbandoni, di ruoli che si capovolgono, da figlia a madre...

Ho visto Vermiglio, il film di Maura Delpero, una pellicola girata nella terra contadina, una terra di guerra, situata nell’alta Val di Sole in Trentino, sospesa tra un mondo di silenzi e quiete, un soldato siciliano che salva un milite trentino portandolo in spalle e lo nasconde in una baita di montagna, con una famiglia, nuovi nascituri, nuovi bambini, che verranno cresciuti con la lingua del posto, l’accento di tutti, le vocali di una terra tra le montagne innevate, e un padre che è l’insegnante del paese.
Cesare Graziadei è un uomo colto, ma vittima di sé stesso, della sua istruzione e di un tempo minore, quello di marito, maschio, padrone, autoritario, che vive nella sua calma apparente tra i banchi di scuola, dove corregge ogni sillaba, intonazione, ma non va oltre: “lui sa insegnare solo ai bambini” dice la figlia Ada, quella di mezzo, che non potrà continuare gli studi perché “bisogna raggiungere l’eccellenza”.
La vita di tutti viene poi sconvolta, lentamente, dall’amore della primogenita Lucia con il soldato siciliano, Pietro Riso, tra piccoli sussurri, spazi quasi religiosi, come se il silenzio e l’educazione fossero una religione di famiglia, delle famiglie, tra anime che respirano gli odori della montagna.

L’insegnante, interpretato da Tommaso Ragno, è il padre di tanti bimbi, ma non è lui il centro, perché, come dentro una scacchiera, la famiglia va avanti negli anni, le differenze abissali emergono, sin dall’arrivo di quel soldato, i silenzi si trasformano, e la lingua sconosciuta con quei sottotitoli pian piano filtra, entra con le vite dei singoli personaggi. E ho sentito il bisogno di ascoltare in silenzio, di ritrovare il silenzio per sentire le loro storie, dentro un dialetto che mescolato alla terra diventa a tratti poetico, fa percepire il moto incessante delle stagioni.
Il maestro insegna nel paese anche agli analfabeti, raccoglie stranieri, è una persona onesta, con forte sensibilità pedagogica. Ma non basta. Nell’intimo di una famiglia che cerca di governare, qualcosa sfugge ai suoi occhi, elusi dalle figlie in cerca di una scappatoia, fatta in sordina, isolata.
Accanto a lui c’è una donna, Adele, la moglie, una madre che mette al mondo tanti figli, interpretata da Roberta Rovelli, immersa in quel piccolo mondo antico.
Il film apre subito con le sue intenzioni, i bambini dentro casa sono in fila per una ciotola di latte scaldato nel secchio di latta, quello usato per mungere e poggiato su un vecchio forno, poi vanno a scuola, e tra i banchi, dopo la preghiera, gli alunni fanno ginnastica, muovono le braccia, ubbidienti, fanno piegamenti sulle gambe. È un altro mondo.
Tra regia e spettatore c’è un patto, quello di lasciarsi abbandonare, per vedere. E sentire qualcosa, un rumore, ma soprattutto il ritmo, diverso, le immagini, per arrivare a scorgere tra le righe il dramma della maternità insieme all’abbandono. L’intelligenza emotiva delle donne porta avanti il destino di tutti.
Questo è un film sulle radici, nato anni fa da un intenso lavoro documentaristico di Maura Delpero, e oggi arricchito dalla fotografia di Michail Kričman sulla montagna che domina gli abitanti, li sovrasta, gestisce anche il loro modo di camminare, l’inclinazione di un volto, c’è chi si scalda le mani fuori dalla porta di casa, accendendo il fuoco in mezzo alla neve.
Vermiglio è un luogo fisico, gli occhi di Lucia che saluta Pietro sono solo di Vermiglio, lei con il fazzoletto in testa, gli occhi celesti, la mantella, le guance rosate dal freddo, o il lavatoio, in cima alla valle, dove si parla mentre si sciacqua, e lei strofina i panni con il sapone quando alle spalle ci sono cime di montagna tappezzate di neve.
La scelta degli attori, pochissimi professionisti, è stata fondamentale, hanno riportato in superficie quella realtà, quell’educazione, un dialetto come regola.

Il senso del sacrificio di una madre è avvolto da speranze, illusioni, e macigni, un cammino tra arbusti e neve.
Le immagini, la lingua, quei primi piani e i loro silenzi sono poesia. Poesia geografica e di costanti abbandoni, di ruoli che si capovolgono, da figlia a madre, da bambina a donna, in un quadro estetico che è sempre evocativo.
Vermiglio è terreno degli ultimi anni della seconda guerra mondiale, ma anche terra di gerarchie, ruoli, subordinazioni, ribaltamenti, parabola di vita, attraverso un racconto che diventa lirica, o è già nato così, per la sua origine, per l’umanità dei suoi protagonisti, dei lori sguardi, del piano sequenza, in una certa postura che non è artefatta con personaggi artefatti, ma sincera, reale, indubitabile. Non ho mai smesso di dubitare chi fossero le sorelle e il maestro, non ci sono sbavature, prose fuori ruolo, la comunità rurale è rurale senza musica imposta, personaggi imposti, battute imposte.
E poi ci sono le notti, quelle dei figli, sdraiati tra letti di legno e lenzuola bianche, dove filtra la verità, chiedono spiegazioni gli uni agli altri, alle sorelle, di quello che hanno sentito poco prima riuniti attorno a un tavolo, “chi va al mulino s’infarina”, a proposito di una lettera arrivata sul destino di Pietro Riso. Era partito improvvisamente per la Sicilia su un carretto, con il fucile tra le braccia. La voce di una bambina mentre legge a tavola la lettera è come se fosse quella di una narratrice onnisciente, fuori campo.

È un’opera corale perché tutti sono determinanti, singoli e singolari anche nelle piccole apparizioni, come quella di Sara Serraiocco, o Carlotta Gamba, che raccontano un frammento di rottura, un pezzo di mondo che apparentemente viveva nella calma. E questa calma andava riproposta, anche nei suoi girati, anche attraverso le immagini e quelle consonanti strette o le vocali mangiate, tronche, che hanno una loro grammatica, fuori dai libri, all’aria, con tutta la loro bellezza. Quella bellezza che non va piegata.

Il dialetto fa paura al botteghino e senza la possibilità di far ascoltare queste storie nel silenzio della montagna con il sostegno dai fondi pubblici, niente sarebbe stato uguale, tradendo la sua musica interna, la coerenza filologica.
Si vede subito che il film è fuori dai grandi circuiti e questo ha permesso di fare oltre, di creare un’opera rigorosa, quella della terra del padre di Maura Delpero, con tutti i ricordi, i debiti affettivi, la disarmante semplicità, le relazioni domestiche di tre sorelle, le immagini della Val di Sole, dell’adolescenza, della pubertà, e dare un peso al cinema indipendente. E forse qualche parola di più andrebbe detta, o spesa. A cominciare da un basso budget.

Nei dialoghi minimi esce la frana e così le protagoniste, che lavorano in sottrazione. La regia non scade in effetti speciali, ma è misurata, perché Vermiglio è teatro di reticenze, segreti, vergogna, dove la guerra finita viene sorpassata.

Il film ha ricevuto il Gran premio della giuria, Leone d’argento alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, ed è stato candidato ai Golden Globes 2025 con miglior film in lingua straniera.
Alberto Sagna
24-01-2025

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