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Pasdaran: da Hormuz non passa neanche una goccia di greggio Usa

“Preparatevi all’aumento del petrolio a 200 dollari a barile". Mojtaba Khamenei ferito ma "sano e salvo". Attacco aereo iraniano su larga scala, droni e missili anche contro gli Emirati Arabi: quattro feriti a Dubai. Raid israeliani colpiscono la periferia sud del Libano. Oggi videoconferenza G7 su riserve strategiche

Il figlio del presidente iraniano Masoud Pezeshkian, Yousef, ha dichiarato che Mojtaba Khamenei, nominato da poco Guida suprema dopo la morte del padre Ali in un attacco aereo israelo-statunitense, è rimasto ferito ma le sue condizioni non destano preoccupazione. In un messaggio pubblicato sul canale Telegram, Yousef Pezeshkian ha riferito di aver contattato persone vicine alla leadership iraniana, ricevendo conferma che Mojtaba Khamenei è al sicuro nonostante le notizie circolate su un possibile infortunio nelle prime fasi del conflitto, definito dalle autorità locali “guerra del Ramadan”.

La televisione di Stato iraniana aveva in precedenza descritto Mojtaba come “veterano ferito” del conflitto in corso, senza però fornire dettagli sulle lesioni riportate. Secondo quanto riportato da fonti internazionali, tra cui il New York Times, le ferite – in particolare alle gambe – sarebbero avvenute il 28 febbraio, giorno in cui Ali Khamenei perse la vita in un bombardamento.

Parallelamente, droni attribuiti all’Iran hanno raggiunto l’area dell’aeroporto internazionale di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti. Le difese aeree emiratine hanno intercettato diversi velivoli senza pilota e missili, ma detriti caduti al suolo hanno provocato quattro feriti, secondo quanto comunicato dalle autorità locali. L’incidente ha causato una temporanea sospensione delle operazioni nello scalo, uno dei più trafficati al mondo, con passeggeri fatti evacuare verso zone sicure. Le tensioni regionali si sono aggravate nelle ultime settimane, con attacchi missilistici e droni che hanno coinvolto più paesi del Golfo in risposta alle operazioni militari contro l’Iran.

Intanto le Guardie della Rivoluzione Islamica iraniana (IRGC, note come Pasdaran) hanno rilasciato una dichiarazione in cui affermano che, in caso di prosecuzione degli attacchi statunitensi e israeliani sulle infrastrutture energetiche del paese, non consentiranno il transito di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz verso gli Stati Uniti e i loro alleati. Un portavoce del quartier generale Khatam al-Anbiya ha avvertito che «nemmeno un litro di greggio» uscirà dalla regione verso le parti considerate ostili, definendo le navi americane o israeliane obiettivi legittimi per le forze armate iraniane. La minaccia include la possibilità di azioni che porterebbero il prezzo del barile di petrolio a 200 dollari, livello che secondo l'IRGC gli aggressori dovrebbero essere pronti a sostenere se intendono proseguire con le operazioni militari.

La dichiarazione arriva mentre il traffico di petroliere nello stretto è già fortemente ridotto a causa dei rischi assicurativi e delle tensioni in corso, con il Brent che ha oscillato oltre i 100 dollari nei giorni recenti prima di ritracciamenti parziali legati a segnali di contenimento dal lato statunitense. Fonti internazionali, tra cui Reuters e Wall Street Journal, riportano che l'Iran collega la fine di eventuali blocchi o interruzioni alla cessazione degli strike su siti energetici iraniani.

Il presidente Trump ha replicato su Truth Social minacciando una risposta «venti volte più dura» in caso di blocco del flusso petrolifero, ribadendo che gli Stati Uniti colpirebbero obiettivi chiave per impedire una ricostruzione rapida delle capacità iraniane. Gli analisti osservano che un'interruzione prolungata dello stretto – che normalmente veicola circa un quinto del petrolio scambiato via mare – potrebbe generare deficit significativi di approvvigionamento globale, anche se le stime estreme a 200 dollari dipendono da un'escalation che coinvolga ulteriori infrastrutture nel Golfo.
11-03-2026

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