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Iran, finito il primo round dei colloqui di pace
Vance: “Fatto progressi, speriamo di farne altri”. “Colloqui tecnici” continueranno per il resto della settimana. Stabilita roadmap: l’accordo definitivo arriverà entro 60 giorni
Si è concluso lunedì, in Svizzera, il primo round di colloqui di alto livello tra Stati Uniti e Iran, un negoziato che punta a trasformare in un accordo definitivo la tregua raggiunta nei giorni scorsi tra i due paesi. Gli incontri si sono svolti nel resort di Bürgenstock, sulle montagne che si affacciano sul lago di Lucerna, con la mediazione di Qatar e Pakistan. Al termine della giornata, i due paesi mediatori hanno diffuso una dichiarazione congiunta in cui si parla di un'intesa su una tabella di marcia che dovrebbe portare a un'intesa finale entro sessanta giorni.
La trattativa è partita in un clima molto teso. Nelle ore precedenti l'apertura dei lavori, l'Iran aveva annunciato la nuova chiusura dello stretto di Hormuz, snodo fondamentale per il trasporto mondiale di petrolio, mentre il presidente americano Donald Trump aveva rinnovato la minaccia di riprendere gli attacchi contro Teheran se il governo iraniano non avesse fermato i suoi alleati in Libano. Le parole di Trump avrebbero irritato la delegazione iraniana, al punto che il primo round si sarebbe chiuso prima del previsto. Soltanto l'intervento dei mediatori pachistani, secondo quanto riferito da fonti vicine al negoziato, avrebbe convinto gli iraniani a restare al tavolo e a proseguire i colloqui.
Le delegazioni hanno comunque raggiunto un'intesa su alcuni punti organizzativi: verrà creato un comitato di alto livello con compiti di supervisione politica, mentre i rispettivi negoziatori capo guideranno gruppi di lavoro dedicati alle questioni nucleari e alle sanzioni, riferendo periodicamente ai vertici politici. È previsto anche un meccanismo per il monitoraggio dell'accordo e la risoluzione delle eventuali controversie. Nei prossimi giorni i colloqui tecnici continueranno proprio a Bürgenstock.
L'incontro in Svizzera arriva circa quindici settimane dopo l'inizio della guerra tra Israele e Iran, scoppiata a fine febbraio con un attacco congiunto ordinato da Trump e dal premier israeliano Netanyahu, e durata poco più di cento giorni prima dell'annuncio, la settimana scorsa, di un'intesa preliminare tra Washington e Teheran. Quell'accordo, descritto come un semplice promemoria d'intenti e non come una pace definitiva, prevede una tregua di sessanta giorni durante la quale affrontare i nodi più delicati, a partire dal programma nucleare iraniano e dalle scorte di uranio arricchito, insieme alla riapertura dello stretto di Hormuz e a un possibile sblocco di una parte dei beni iraniani congelati all'estero.
Il conflitto, però, si è esteso anche al Libano, dove da marzo l'esercito israeliano è impegnato contro le milizie di Hezbollah, alleate di Teheran: oltre un milione di persone hanno dovuto lasciare le proprie case e le vittime accertate sono ormai migliaia tra i due fronti. Nonostante l'annuncio di una nuova tregua locale nei giorni scorsi, gli scontri non si sono fermati del tutto, e proprio le violenze in territorio libanese sarebbero alla base della decisione iraniana di richiudere lo stretto di Hormuz, accusando gli Stati Uniti di non aver rispettato gli impegni presi.
Sul fronte economico, la notizia della conclusione del primo round di colloqui ha avuto un effetto immediato sui mercati: il prezzo del petrolio è sceso nelle contrattazioni di lunedì, mentre l'oro è salito, segno che gli investitori guardano con cauto ottimismo ai progressi del negoziato. |
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22-06-2026
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