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Saman Abbas, la Cassazione conferma gli ergastoli

Massimo della pena per i genitori e i cugini della diciottenne di origine pakistana uccisa a Novellara, nel Reggiano, nella primavera del 2021. 22 anni per lo zio

La Corte di Cassazione ha messo la parola fine alla vicenda giudiziaria sull'omicidio di Saman Abbas, confermando in via definitiva le condanne stabilite in appello. La Prima Sezione Penale ha respinto tutti i ricorsi presentati dalle difese, rendendo irrevocabili l'ergastolo per i genitori della diciottenne, Shabbar Abbas e Nazia Shaheen, e per i due cugini, Ikram Ijaz e Noman Ul Haq, oltre alla condanna a 22 anni di reclusione per lo zio Danish Hasnain.

Alla vigilia dell'udienza, il procuratore generale della Cassazione aveva chiesto ai giudici di confermare integralmente le sentenze di secondo grado, parlando di un delitto non impulsivo ma organizzato nei minimi dettagli, definendolo un atto corale e premeditato all'interno del nucleo familiare. Secondo la ricostruzione giudiziaria, Saman fu uccisa perché la sua famiglia non le riconosceva la possibilità di decidere autonomamente della propria vita.

Saman Abbas, di origine pakistana, scomparve nella notte tra il 30 aprile e il primo maggio 2021 a Novellara, in provincia di Reggio Emilia. La diciottenne si era opposta a un matrimonio combinato che i genitori avevano organizzato per lei con un cugino in Pakistan, denunciando la situazione ai servizi sociali già alla fine del 2020 e venendo per questo accolta in una comunità protetta a Bologna. Il 20 aprile 2021 era tornata a Novellara, dove dieci giorni dopo fu uccisa.

Dopo il delitto, i genitori fuggirono in Pakistan, mentre lo zio si rifugiò in Francia e i due cugini rispettivamente in Francia e in Spagna. Tutti furono in seguito rintracciati, arrestati ed estradati in Italia tra il 2022 e il 2024. Il corpo della ragazza fu ritrovato solo a metà novembre 2022, un anno e mezzo dopo la scomparsa, sepolto nella nuda terra vicino a un casolare abbandonato a poche centinaia di metri dall'azienda agricola dove la famiglia viveva e lavorava. Il ritrovamento fu reso possibile dalla collaborazione dello zio Danish, che dopo l'arresto del fratello decise di parlare e condusse gli investigatori sul luogo dell'occultamento del cadavere.

Proprio questa collaborazione gli era valsa in primo grado una condanna più lieve, 14 anni di reclusione, poi ritenuta troppo mite dai giudici d'appello e innalzata a 22 anni. Per i due cugini, invece, il percorso giudiziario aveva conosciuto un ribaltamento clamoroso: assolti in primo grado, erano stati condannati all'ergastolo in appello con il riconoscimento delle aggravanti della premeditazione e dei motivi abietti.

Il fratello minore di Saman, Ali Heider, oggi affidato ai servizi sociali e inserito in un programma di protezione, è diventato negli anni il principale testimone dell'accusa contro la sua stessa famiglia.
15-07-2026


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