Referendum, il no dell'Islanda all'Europa
La consultazione popolare indetta per decidere se riaprire i negoziati di adesione all'Unione, interrotti nel 2013, si è conclusa con la vittoria del fronte del No, sebbene con un margine ridotto
Il referendum consultivo indetto in Islanda per decidere se riaprire i negoziati di adesione all'Unione Europea, interrotti nel 2013, si è concluso con la vittoria del fronte del No, sebbene con un margine ridotto.
Con lo scrutinio ormai in fase avanzata, il No ha ottenuto circa il 51,8 per cento dei voti contro il 48,2 per cento del Sì, un distacco di poche migliaia di preferenze su circa 270mila elettori aventi diritto. La consultazione, che aveva mostrato per settimane un testa a testa serratissimo secondo i sondaggi della vigilia, ha rivelato una netta spaccatura geografica: nella capitale Reykjavík, dove vive circa un terzo della popolazione islandese, il Sì ha prevalso, superando in un collegio il 57 per cento, mentre nelle aree rurali il No ha raccolto consensi molto più ampi, arrivando quasi al 63 per cento in alcuni collegi del Nord-Ovest.
Il voto era stato promosso dalla coalizione di centrosinistra guidata dalla prima ministra Kristrún Frostadóttir, leader dell'Alleanza Socialdemocratica, che aveva promesso la consultazione entro il 2027 ma ha deciso di anticiparla anche a causa delle tensioni internazionali legate alle politiche commerciali e alle pressioni del presidente statunitense Donald Trump sulla Groenlandia. All'interno del governo di coalizione le posizioni sono state divise: oltre all'Alleanza Socialdemocratica, il Sì è stato sostenuto dal Partito Liberal-Riformista, mentre il Partito del Popolo, pur facendo parte dell'esecutivo, si è schierato per il No insieme alle opposizioni di centrodestra, dal Partito dell'Indipendenza al Partito Progressista.
Il referendum non riguardava direttamente l'ingresso dell'Islanda nell'Unione Europea, ma solo la possibilità di riprendere il negoziato di adesione. Anche in caso di vittoria del Sì, l'adesione non sarebbe stata automatica: al termine di eventuali trattative con Bruxelles sarebbe stato comunque necessario un secondo referendum per sottoporre agli islandesi le condizioni concordate. Al centro del dibattito è rimasta soprattutto la pesca, settore considerato pilastro dell'economia e dell'identità nazionale islandese, con il fronte euroscettico che temeva l'introduzione di limiti alle capacità di pesca e all'accesso alle zone ittiche in caso di adesione all'Unione.
L'Islanda, pur non facendo parte dell'Unione Europea, aderisce allo Spazio economico europeo, a Schengen e alla Nato, mantenendo rapporti cordiali con Bruxelles. Il Paese aveva aperto un primo negoziato di adesione dopo la crisi finanziaria dei primi anni Duemila, negoziato poi interrotto dal governo insediatosi nel 2013. |