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L'Arabia riapre l'oleodotto Est-Ovest bombardato

L'infrastruttura che attraversa il deserto saudita collegando i giacimenti del Golfo al porto di Yanbu, sul Mar Rosso, era fermo dal 13 settembre dopo un attacco attribuito agli Houthi

L'Arabia Saudita ha rimesso in funzione l'oleodotto Est-Ovest, l'infrastruttura che attraversa il deserto saudita collegando i giacimenti del Golfo al porto di Yanbu, sul Mar Rosso. L'impianto era fermo dal 13 settembre, quando un attacco con droni attribuito agli Houthi ne aveva bloccato le attività, interrompendo il carico di greggio verso l'Europa e l'Asia. Secondo quanto riferisce Reuters citando tre fonti a conoscenza della vicenda, il flusso è ripreso nelle ultime ore, anche se a regime ridotto: Riad punta a riportare la capacità fino a quattro milioni di barili al giorno, ma i tempi restano incerti. Già oggi, martedì 22 settembre, dal terminal di Yanbu dovrebbe partire un primo carico diretto in Cina, mentre le raffinerie Aramco sulla costa del Mar Rosso tornano a ricevere riforniture regolari. Saudi Aramco non ha commentato la notizia.

La riapertura arriva dentro un quadro più ampio, segnato da settimane di pressione su tutte le vie d'uscita del petrolio saudita. Lo Stretto di Hormuz resta largamente bloccato dalla guerra tra Stati Uniti e Iran, in corso dal 28 febbraio, mentre l'imbocco del Mar Rosso è conteso dagli Houthi, che hanno colpito ripetutamente le infrastrutture energetiche della regione. Per continuare a esportare nonostante lo stallo, i produttori del Golfo hanno ampliato l'uso delle cosiddette rotte ombra: petroliere che caricano il greggio nei terminal del Golfo Persico e lo trasferiscono, al largo dell'Oman, su altre navi dirette verso le raffinerie asiatiche, spesso con i transponder spenti per rendere più difficile la loro individuazione. Secondo la società di analisi Kpler, a settembre i volumi movimentati con questo sistema di trasbordi nave a nave dovrebbero toccare i due milioni e mezzo di barili al giorno, contro un milione e quattrocentomila di agosto. Circa il quindici per cento della flotta mondiale delle superpetroliere VLCC, novecento unità in tutto secondo Clarksons Research, si trova ormai stabilmente nelle acque al largo del Sultanato.

Questa riorganizzazione ha un costo che si scarica direttamente sui mercati. Il 21 settembre i guadagni medi giornalieri di una superpetroliera hanno raggiunto la cifra record di 651.107 dollari a livello globale, quasi il doppio rispetto alla settimana precedente, secondo i dati di Clarksons Research. Noleggiare una VLCC per le rotte più brevi attraverso il Golfo costa ormai fra i trenta e i trentadue dollari al barile, un'incidenza sul valore del carico che prima della crisi non superava il due o tre per cento. Le conseguenze si vedono anche fuori dalla regione: negli Stati Uniti il prezzo medio del diesel ha toccato il 21 settembre un nuovo massimo storico, superando per la prima volta i 6,50 dollari al gallone, secondo l'American Automobile Association. Sui mercati, intanto, la notizia della ripartenza dell'oleodotto e le voci su una possibile riapertura di Hormuz nel giro di una settimana hanno spinto al ribasso le quotazioni del greggio, con il Brent sceso sotto i cento dollari al barile dopo settimane di tensione.
22-09-2026

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