Morte per avvelenamento da ricina, Gianni Di Vita per un'ora in questura
"Sono serenissimo e non ho nulla da dichiarare" dice il marito e padre di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita. Sequestrata borsa della moglie. Trovate tracce del veleno su alcuni dei 131 campioni
Il caso di Pietracatella ha vissuto una giornata cruciale oggi, con una nuova mossa degli investigatori che potrebbe segnare una svolta nelle indagini sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, decedute lo scorso dicembre dopo essere state avvelenate con la ricina.
Nella mattinata la Squadra Mobile di Campobasso, guidata dal dirigente Marco Graziano, insieme agli uomini del Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, ha eseguito due distinte perquisizioni negli studi professionali di Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara. La prima si è svolta nell'ufficio di Pietracatella, situato proprio di fronte all'abitazione della famiglia dove le due donne furono avvelenate nei giorni a ridosso del Natale scorso. Gli agenti sono entrati passando dall'accesso posteriore dell'edificio, mentre in paese si teneva il consueto mercato settimanale. Ad accoglierli è stato Gianni Alfonso, consulente informatico dell'avvocato Vittorino Facciolla, legale che assiste Di Vita. La perquisizione in questo primo studio è durata circa venti minuti, al termine dei quali gli investigatori hanno portato via alcuni documenti.
Gli agenti si sono poi spostati in un secondo studio, quello di Campobasso in via D'Amato, dove Di Vita esercita la professione di commercialista insieme, un tempo, alla moglie Antonella, che lavorava come consulente del lavoro. In questo secondo ufficio la permanenza degli investigatori è stata più lunga. Proprio lì la polizia ha acquisito una borsa contenente documenti di lavoro appartenuta alla donna, rimasta nello studio dopo la sua morte. L'oggetto rientrava tra quelli che gli inquirenti stavano cercando nell'ambito degli approfondimenti volti a ricostruire la vita professionale e i rapporti di Antonella Di Ielsi.
Al termine delle due perquisizioni, Gianni Di Vita è stato accompagnato dagli agenti della Squadra Mobile in Questura a Campobasso per un nuovo interrogatorio. Le due perquisizioni di oggi arrivano dopo che nei giorni scorsi erano già stati sequestrati e analizzati un computer Lenovo e dieci chiavette Usb appartenenti alla famiglia Di Vita, i cui contenuti sono ora al vaglio degli specialisti incaricati dalla Procura. Alla base degli approfondimenti ci sono anche gli esami affidati a un laboratorio tedesco su alcuni reperti, tra cui due borracce con residui solidi trovate in casa e una boccetta con una sostanza granulare scura rinvenuta nella dispensa dell'abitazione della madre di Gianni Di Vita. Agli esperti sono stati posti quattro quesiti: verificare la presenza di ricina nei campioni biologici prelevati durante le autopsie, tra i 131 reperti raccolti in casa e negli alimenti sequestrati, oltre ad accertare l'eventuale presenza di anticorpi contro la tossina nel sangue di Gianni e della figlia Alice Di Vita.
Nonostante l'intensificarsi delle attività investigative, va precisato che al momento nel fascicolo aperto dalla Procura di Larino per il duplice omicidio non risulta iscritta alcuna persona nel registro degli indagati. Gianni Di Vita, in particolare, non è indagato e resta formalmente parte lesa nel procedimento principale, aperto contro ignoti. Parallelamente, cinque medici sono chiamati a rispondere di omicidio colposo in un filone separato dell'inchiesta. |