Iran, Trump decide dopo il voto sul nuovo attacco
Dopo la telefonata con Netanyahu, Teheran avverte che reagirà ovunque. In Israele Eisenkot cerca l’appoggio dei partiti arabi per sfidare il premier
Cresce la tensione tra Stati Uniti e Iran alla vigilia delle elezioni americane di metà mandato del 3 novembre. Secondo indiscrezioni riportate dai media statunitensi, tra cui Associated Press, l'amministrazione Trump avrebbe fatto sapere ai Paesi arabi alleati del Golfo di tenersi pronti a una possibile ripresa dei bombardamenti contro la Repubblica islamica a partire dal 4 novembre, il giorno successivo al voto.
Il presidente Donald Trump, che aveva dichiarato in precedenza di non voler ordinare nuovi attacchi nel corso della campagna elettorale, ha avuto una telefonata con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, al termine della quale ha detto di non avere fretta sul dossier iraniano. Il segretario di Stato Marco Rubio ha precisato che il presidente non ha ancora preso alcuna decisione e che gli Stati Uniti restano aperti a una soluzione diplomatica.
Da Teheran è arrivata una risposta durissima. La Guida suprema Mojtaba Khamenei, parlando ai vertici delle forze armate, ha ordinato di aggiornare la lista degli obiettivi militari occidentali e di rispondere a qualsiasi minaccia in modo immediato ed efficace, senza limitazioni geografiche, un avvertimento che richiama la possibilità di un allargamento del conflitto ai Paesi del Golfo ospitanti basi americane. Parallelamente, la diplomazia continua a muoversi: Qatar e Pakistan sono impegnati nel tentativo di rilanciare i negoziati diretti tra Washington e Teheran, mentre dall'Iran è giunta un'apertura in risposta a una lettera del vicepresidente americano JD Vance, che propone la ripresa del dialogo. Teheran chiede inoltre il riconoscimento delle rotte dello Stretto di Hormuz concordate con l'Oman.
Sul fronte israeliano, a pochi giorni dalle elezioni che hanno lasciato il Paese senza una maggioranza chiara, il leader dell'opposizione Gadi Eisenkot ha aperto alla possibilità di formare un governo con il sostegno dei partiti arabi, che hanno ottenuto un risultato storico con 19 seggi. L'ex capo di Stato maggiore, alla guida della formazione Yashar, che ha conquistato 21 seggi, ha posto quattro condizioni: il riconoscimento di Israele come Stato ebraico, democratico, liberale ed egualitario, l'adesione ai valori della Dichiarazione d'indipendenza, l'obbligo di servizio militare o civile per tutti i cittadini e il riconoscimento di Hamas come organizzazione terroristica. L'ipotesi più discussa è che le forze arabe forniscano un appoggio esterno senza entrare nella coalizione, ma all'interno dello stesso blocco di opposizione le posizioni restano divise. Netanyahu, il cui schieramento ha ottenuto 53 seggi contro i 48 dell'opposizione, ha invece ribadito di non voler consentire alcuna coalizione che includa le liste arabe. |