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Draghi senza i numeri al Senato, governo al capolinea

Il premier pronto alle dimissioni nelle mani del capo dello Stato. Lega e FI non votano, M5S: «Togliamo il disturbo». Letta: «Un giorno di follia». Ipotesi voto: 2 ottobre

Il governo di Mario Draghi è finito. Al Senato, alle 9.30, prima le comunicazioni del presidente del Consiglio (l'esito della fiducia solo in serata, ma si attende il via libera), domani invece tocca alla Camera. Una giornata difficile, che alle cinque del pomeriggio chiarisce a Draghi che non ci sono i numeri per la fiducia dopo il no di Lega e Forza Italia alla risoluzione Casini presentata dal premier con l'uscita dall'Aula.

Poche ore prima dell'atto finale, le voci di corridoio parlano di due opzioni sul tavolo per Draghi, e quindi di due versioni del discorso preparate per la replica prevista alle 16.30 in Aula. La prima prevedeva una conferma delle dimissioni del premier. Uno scenario per cui il premier ieri ha anche ricevuto dal Quirinale indicazioni sulla prassi da seguire. La seconda, invece, era in linea con il pressing degli ultimi giorni e le speranze dello stesso Draghi, maturate dal primo annuncio di dimissioni, con una road map sul da farsi per legge di bilancio, Pnrr, inflazione e crisi energetica. Nelle comunicazioni in Aula, Draghi parla del consenso più ampio possibile del Parlamento, che serve a maggior ragione per un «presidente del Consiglio che non si è mai presentato davanti agli elettori». E l'unica strada per andare avanti, sottolinea con forza, «è ricostruire daccapo questo patto, con coraggio, altruismo, credibilità». Le dimissioni quindi restano sul tavolo se alla fine della giornata non arriveranno quelle risposte dai partiti attese invano nei 5 giorni della crisi congelata da Sergio Mattarella con l'invito ad andare alle Camere che «oggi mi permettono di spiegare a voi e a tutti gli italiani le ragioni di una scelta tanto sofferta, quanto dovuta». Dice Draghi: «Giovedì scorso ho rassegnato le mie dimissioni nelle mani del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Questa decisione è seguita al venir meno della maggioranza di unità nazionale che ha appoggiato questo Governo sin dalla sua nascita. Il Presidente della Repubblica ha respinto le mie dimissioni e mi ha chiesto di informare il Parlamento di quanto accaduto – una decisione che ho condiviso. Le Comunicazioni di oggi mi permettono di spiegare a voi e a tutti gli italiani le ragioni di una scelta tanto sofferta, quanto dovuta. Lo scorso febbraio, il Presidente della Repubblica mi affidò l’incarico di formare un governo per affrontare le tre emergenze che l’Italia aveva davanti: pandemica, economica, sociale». «“Un governo” – furono queste le sue parole – “di alto profilo, che non debba identificarsi con alcuna formula politica”. “Un Governo che faccia fronte con tempestività alle gravi emergenze non rinviabili”. Tutti i principali partiti – con una sola eccezione – decisero di rispondere positivamente a quell’appello. Nel discorso di insediamento che tenni in quest’aula, feci esplicitamente riferimento allo “spirito repubblicano” del Governo, che si sarebbe poggiato sul presupposto dell’unità nazionale. In questi mesi, l’unità nazionale è stata la miglior garanzia della legittimità democratica di questo esecutivo e della sua efficacia. Ritengo che un Presidente del Consiglio che non si è mai presentato davanti agli elettori debba avere in Parlamento il sostegno più ampio possibile. Questo presupposto è ancora più importante in un contesto di emergenza, in cui il Governo deve prendere decisioni che incidono profondamente sulla vita degli italiani - ha detto Draghi - L’amplissimo consenso di cui il Governo ha goduto in Parlamento ha permesso di avere quella “tempestività” nelle decisioni che il Presidente della Repubblica aveva richiesto. A lungo le forze della maggioranza hanno saputo mettere da parte le divisioni e convergere con senso dello Stato e generosità verso interventi rapidi ed efficaci, per il bene di tutti i cittadini. Grazie alle misure di contenimento sanitario, alla campagna di vaccinazione, ai provvedimenti di sostegno economico a famiglie e imprese, siamo riusciti a superare la fase più acuta della pandemia, a dare slancio alla ripresa economica».

E ancora: «Purtroppo, con il passare dei mesi, a questa domanda di coesione che arrivava dai cittadini le forze politiche hanno opposto un crescente desiderio di distinguo e divisione. Le riforme del Consiglio Superiore della Magistratura, del catasto, delle concessioni balneari hanno mostrato un progressivo sfarinamento della maggioranza sull’agenda di modernizzazione del Paese. In politica estera, abbiamo assistito a tentativi di indebolire il sostegno del Governo verso l’Ucraina, di fiaccare la nostra opposizione al disegno del Presidente Putin. Le richieste di ulteriore indebitamento si sono fatte più forti proprio quando maggiore era il bisogno di attenzione alla sostenibilità del debito. Il desiderio di andare avanti insieme si è progressivamente esaurito e con esso la capacità di agire con efficacia, con “tempestività”, nell’interesse del Paese. Come ho detto in Consiglio dei Ministri, il voto di giovedì scorso ha certificato la fine del patto di fiducia che ha tenuto insieme questa maggioranza. Non votare la fiducia a un governo di cui si fa parte è un gesto politico chiaro, che ha un significato evidente. Non è possibile ignorarlo, perché equivarrebbe a ignorare il Parlamento. Non è possibile contenerlo, perché vorrebbe dire che chiunque può ripeterlo. Non è possibile minimizzarlo, perché viene dopo mesi di strappi ed ultimatum».

«Le scadenze segnate dal PNRR sono molto precise - dice Draghi. Dobbiamo ultimare entro fine anno la procedura prevista per i decreti di attuazione della legge delega civile e penale. La legge di riforma della giustizia tributaria è in discussione al Senato, e deve essere approvata entro fine anno. Infine, l’autunno scorso il Governo ha dato il via al disegno di legge delega per la revisione del fisco. Siamo consapevoli che in Italia il fisco è complesso e spesso iniquo. Per questo non abbiamo mai aumentato le tasse sui cittadini. Tuttavia per questo occorre procedere con uno sforzo di trasparenza. Intendiamo ridurre le aliquote Irpef a partire dai redditi medio-bassi; superare l’Irap; razionalizzare l’Iva. I primi passi sono stati compiuti con l’ultima legge di bilancio, che ha avviato la revisione dell’Irpef e la riforma del sistema della riscossione. In Italia l’Agenzia delle Entrate-Riscossione conta 1.100 miliardi di euro di crediti residui, pari a oltre il 60% del prodotto interno lordo nazionale – una cifra impressionante. Dobbiamo quindi approvare al più presto la riforma fiscale, che include il completamento della riforma della riscossione, e varare subito dopo i decreti attuativi».

In serata la svolta: Forza Italia, Lega e M5S hanno dichiarato che non parteciperanno al voto. Mentre Autonomie, Insieme per il futuro, Italia viva, Leu e Pd voteranno a favore. Contro Alternativa e FdI. L'ipotesi più probabile è che Draghi, preso atto della situazione, salga al Quirinale per dimettersi. Si andrebbe a elezioni anticipate e la data potrebbe essere quella del 2 ottobre.
20-07-2022

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