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Senato, sì alle dimissioni Minzolini. Il suo discorso

"Non abbiate paura!". Lezione di civiltà giuridica e morale

In mattinata il Senato ha approvato con 142 Sì le dimissioni da senatore di Augusto Minzolini. Il voto di oggi arriva dopo che l'Aula aveva respinto, il 16 marzo scorso, la decadenza proposta dalla Giunta delle immunità.

Questo il suo intervento in Aula: «Signor Presidente, colleghi Senatori, credo, che sia necessaria, innanzitutto, una riflessione su quanto è accaduto il 16 marzo scorso in quest'aula. E, dico subito, che la discussione e il voto sulla mia decadenza sono  state, a parer mio, una bella pagina, che ha dato prestigio a questa istituzione.
In quell'occasione, infatti, il Senato è tornato ad avere un approccio corretto sulle tematiche della giustizia. E' tornato ad assumere il compito che gli compete e che la Costituzione gli affida. Per questo mi corre l'obbligo di ringraziare quest'aula. Nella sua interezza.

Ringrazio tutti colleghi che siedono accanto a me, e che hanno individuato nel garantismo e nell'esigenza di una giustizia giusta, gli obiettivi della loro azione politica, indipendentemente dalla loro collocazione: all'opposizione come Forza Italia; o in maggioranza, come le altre anime del centro moderato . Ringrazio anche i colleghi della Lega, che sono riusciti ad anteporre questi obiettivi di civiltà, al puro e semplice calcolo politico.

Ma un ringraziamento particolare va, soprattutto, a chi siede sui banchi opposti di questo emiciclo. Innazitutto al Pd che, nella scelta di dare al proprio gruppo la libertà di coscienza su un tema così delicato, che riguarda la vicenda personale di un membro del Parlamento, ha fatto un passo avanti importante sulla strada del garantismo. Specie quei 19 senatori che, a voto palese, esprimendo a viso aperto un giudizio estraneo ad ogni logica di schieramento, hanno riaffermato il diritto del Senato di entrare nel merito della vicenda giudiziaria di un suo membro, per verificare se non è stata condizionata da un fumus persecutionis o da un pregiudizio politico. E' stata una prova di coraggio di non poco conto, specie nell'Italia di oggi. Che ridà respiro non solo alle istituzioni, ma alla politica intera. Ringrazio anche chi si è astenuto, esprimendo in questo modo i propri dubbi su una vicenda che, nella mente di molti, al di là del voto espresso, ha lasciato tante perplessità. O chi, non partecipando al voto, ha segnalato lo stesso tipo di riserve, in modo differente.

E, in fondo, ringrazio anche chi ha votato a favore della mia decadenza, sia pure adducendo motivazioni diverse, perché mi dà l'opportunità di fare una riflessione, quantomai necessaria, in questa fase delicata della Storia del nostro Paese. C'è chi lo ha fatto, come il movimento 5 stelle, per rispetto - dicono -  della legalità.  In ossequio ad una visione in cui la legge è un ente estraneo alle cose del mondo, che va applicata, sempre in un senso, senza tenere conto dei fatti specifici di ogni vicenda. Visto che è passata da poco la Pasqua, è una posizione che ricorda - mi sia concesso il paragone - le  parole con cui il gran sacerdote del Tempio, Caifa, chiedeva la morte di Cristo: "Così dice la legge…".

E c'è, poi, la singolare posizione di chi, pur riconoscendo che sul mio "caso" sussistano molte ombre, ha detto che avrebbe votato per la mia decadenza per opportunità. Un atteggiamento che, restando al processo a Cristo, lo dico con tutto il rispetto e la simpatia, ricorda Pilato. Un comportamento che, purtroppo, è alla base delle molte ingiustizie che la Storia dell'umanità ha consumato.

Per fare il punto, il dato positivo di questa vicenda, oserei dire storico, è che il Senato si è espresso, per buona parte, non sulla base delle logiche di schieramento, ma delle convinzioni individuali di ogni suo membro. E lo ha fatto a scrutinio palese, alla luce del sole. Assumendosene la responsabilità. Questa è la vera conquista di quel giorno, che ci riporta agli albori della nostra Costituzione.

Il dato negativo, invece, è che molti, anche tra quelli che l'hanno difesa nel referendum del 4 dicembre scorso, la nostra Costituzione non la conoscono affatto. La ignora anche quel direttore di giornale, che ha avuto l'ardire di andare a spiegarla per tutto il Paese durante la campagna referendaria. Sono venti giorni che lo sfido, invano, ad un confronto pubblico su questi temi. Fugge. Preferisce pontificare nei talk show del Belpaese, contro di me ma senza di me: una sorta di linciaggio mediatico in contumacia, a riprova dell'etica e della deontologia professionale di coloro che si propongono, spesso, come i paladini della libertà di stampa.

Passo oltre, appunto, per carità di professione, perché oggi mi preme riflettere su ben altro.

La principale accusa che è stata mossa contro quella decisione del Senato, è che non tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge, che la Casta ha il brutto vizio di autoassolversi. Ora, a ben vedere, la mia vicenda processuale dimostra esattamente il contrario. Io da comune cittadino sono stato assolto e, addirittura, un giudice ha obbligato la Rai a ridarmi i soldi. Entrato in politica, sono stato condannato, con una pena superiore a quella chiesta in due gradi di giudizio dalla pubblica accusa: calibrata proprio per cacciarmi dalla politica. Sono dati di fatto.

Come un dato di fatto è che questi rischi, di una sovraesposizione della politica, sono stati valutati anche dai nostri padri Costituenti. Ben più lungimiranti dei loro successori. La legge Severino, come sapete, per la sua applicazione fa riferimento all'art.66 della Costituzione, che - lo dico a beneficio di chi non l'ha letto - è di una chiarezza esemplare. Recita, in sintesi, che la Camera di appartenenza, in questo caso il Senato, "giudica" le "cause sopraggiunte di incompatibilità" di uno dei suoi membri. "Giudica", appunto, cioè nella Carta viene usato il verbo che sostiene la "funzione giurisdizionale". Insomma, valuta nel merito le cause, esprime un giudizio sui fatti. E, al di là del valore lessicale, è interessante rileggere il dibattito che i nostri Padri Costituenti fecero sul tema, per capire come l'intenzione fosse proprio quella di dare, in casi del genere, questo particolare potere al Parlamento.
 
L'assemblea Costituente, infatti, si trovò a scegliere tra due verbi in quell'occasione: "verificare" e, appunto, "giudicare". E per quest'ultimo optarono, soprattutto, due padri della nostra Costituzione. Il democristiano Giovanni Leone, e con ancor maggior fervore, il comunista Umberto Terracini, il quale disse: "La Camera ha una sovranità che non tollera neppure nelle cose di minore importanza una qualsiasi limitazione. Potrà trattarsi di una posizione di carattere simbolico; tuttavia essa significa che ogni intromissione, sia pure della magistratura, è da evitarsi…è proprio il principio della sovranità popolare che si afferma nuovamente nella verifica dei poteri".
 
Parole che non lasciano dubbi. E, magari, invece, stridono, con l'"automatismo" - tra sentenza e decadenza - che dovrebbe presiedere per molti a quella legge, pensata male e scritta peggio, che è la Severino. Un'applicazione siffatta, infatti, cozza con il dettato Costituzionale. Delle due l'una: o si cambia la Severino; o si cambia la Costituzione. Si badi bene, per evitare fraintendimenti: il Parlamento non ha il potere di interferire sulla pena. Io sono, infatti, ai servizi sociali. Ma ha la prerogativa di valutare gli effetti "politici" della sentenza, di sterilizzarli, se vi intravvede dietro una strumentalizzazione politica. L'art.66, infatti, è stato immaginato come uno strumento di "compensazione", nella filosofia dell'equilibrio dei poteri prevista nella nostra Carta, proprio per evitare che l'autonomia della magistratura dal potere politico, che è un principio fondamentale della nostra Costituzione, non si trasformi in una sorta di subordinazione della politica alla magistratura.

Questo è il punto. Faccio qualche esempio. Se nel dopo-guerra ci fosse stato quell'automatismo sentenza-decadenza , che molti intravvedono nella legge Severino, Pietro Nenni, non avrebbe potuto far parte dell'Assemblea Costituente. Ed ancora, metà dei gruppi dirigenti comunisti e socialisti, non sarebbero potuti entrare in Parlamento per reati legati alle manifestazioni di piazza.

Oggi la questione, purtroppo, è ancor più all'ordine del giorno. Per responsabilità di molti. Per colpa della Politica, che in passato, da una parte ha abusato dei suoi poteri; e, dall'altra, non ha avuto il coraggio di difendere le proprie prerogative.

Per colpa della Magistratura che, nel tempo, in alcuni suoi settori, ha avuto un processo di politicizzazione innegabile: quel che è successo a me, ad esempio, cioè di essere giudicato da un giudice che per venti anni è stato in Parlamento nel campo avverso, può accadere solo da noi. Un problema che denunciano anche magistrati come Davigo e Di Pietro. E che la nuova legge approvata dalla Camera non risolve affatto.

E, infine, per colpa della cosiddetta Piazza Mediatica. Esattamente 40 anni fa, nell'iconografia istituzionale, c'è l'immagine di Aldo Moro che ebbe il coraggio di dire a nome di chi era nelle istituzioni in quel tempo:  "Non ci faremo processare sulle piazze". E quelle erano piazze fatte di uomini in carne e ossa: un anno dopo, quel galantuomo, fu processato e ucciso dalle Brigate Rosse. Oggi, a questa classe politica, manca il coraggio di un Aldo Moro, che la difenda da una piazza mediatica virtuale, che viaggia in anonimo sul web, che condiziona governi e istituzioni, celando sai quali interessi.

I rischi di questa degenerazione sono davanti agli occhi di tutti. Tutti i giorni. Il sistema è alla mercè di strumentalizzazioni, di vicende che allungano ombre e sospetti sulle nostre istituzioni. A cominciare da quell'interpretazione della Severino, che è servita ad eliminare  dalla scena politica un leader come Silvio Berlusconi. E, la constatazione, innegabile, che il personaggio Berlusconi resti centrale nel paese, è la prova più lampante che il destino politico delle persone, non lo decidono gli strumenti dei legulei o le piazze mediatiche, ma il popolo. Semmai c'è il rischio che il sistema senza un presa di coscienza, senza un ravvedimento, colassi da solo. Ma per ragioni completamente diverse da quelle che immagina l’on. Di Maio.

Ma vi rendete conto cos’ è successo la scorsa settimana? Un Paese come il nostro, che per venti anni è vissuto avendo come totem le intercettazioni, scopre che possono essere artefatte. Tranquillamente. Qui in quest'aula non se ne è parlato. Ed è grave. Perchè la questione non riguarda l'inchiesta Consip, di quello si occuperanno i magistrati. Riguarda, semmai, la constatazione che basta una modifica fatta su un brogliaccio per mettere a repentaglio un governo, per mandare in tilt il nostro sistema. E può succedere a chiunque. Oggi è accaduto a Renzi, come in un passato recente, veicolata sullo stesso giornale, è apparsa un’intercettazione che metteva in imbarazzo il premier di allora, Berlusconi, nei confronti della Merkel: quella conversazione che è finita sui media di tutto il mondo, non è stata mai rinvenuta in nessun verbale, in nessun brogliaccio. Di fronte a vicende del genere si resta attoniti.

Su questo dovrebbe interrogarsi una classe politica degna di questo nome. Come pure sul rischio che incombe su qualunque decisione presa in un'amministrazione pubblica, di trasformarsi, per un non nulla, in un abuso d'ufficio. Per non parlare dei candidati a sindaco decisi da un tribunale. E, invece, si resta inermi, mentre il Paese declina. Ecco perché sono contento di quel voto di un mese fa sulla mia vicenda. Perché dimostra che nulla è perduto, che questo Parlamento, quando vuole, è capace di difendere le proprie prerogative. In quel caso, almeno, lo ha fatto.

E veniamo alla vicenda della mia lettera di dimissioni, che non potevo introdurre senza questa premessa. Lo dico a lei Presidente: sia chiaro, quella lettera è stata una mia libera scelta. Un gesto coerente, rispetto ad un impegno che avevo preso prima davanti alla giunta per le autorizzazioni a procedere. E poi di fronte a quest'aula. Io non ho nessun obbligo, se non verso ciò che ho detto. Sarò ancora più categorico: questa non è la partita di ritorno di quel voto del 16 marzo. Se fosse così  ritirerei quella lettera. Senza indugio. Quella partita i giustizialisti di ogni credo, gli interpreti di una Costituzione a proprio piacimento, l'hanno già persa. Punto.

Il mio, semmai,  è  un gesto coerente. Perché io credo che la coerenza in politica sia un valore. E la coerenza è fatta di gesti, non di parole. Non si può criticare un giorno si e un altro pure la pensione dei parlamentari e, poi, a tempo debito, intascarsela. Basterebbe un gesto: le dimissioni, ad esempio, dell'intero gruppo parlamentare del movimento cinque stelle. A quel punto si metterebbe fine alla legislatura e nessuno maturerebbe quella che, nell’immaginario artefatto di alcuni, è la tanto vituperata pensione. Ma i gesti richiedono coraggio. Se non lo si ha, sarebbe meglio tacere. Il silenzio, in fondo, evita atteggiamenti ipocriti e furbeschi e, soprattutto, tutela la dignità.

E, appunto, il primo passo per difendere la dignità delle istituzioni, per chi è presente i quest’aula è essere consapevole del proprio ruolo, del perché è qui, di chi rappresenta. C'è chi è legittimato da un concorso. O dal superamento di un esame in un ordine professionale.

Chi siede su questi scranni, invece, è legittimato dalla volontà popolare. Anche con la peggiore delle leggi elettorali, è arrivato qui perché milioni di persone hanno deposto nell’urna una scheda. E non lo deve dimenticare.  Lo sapevano bene il comunista Terracini e il cattolico Aldo Moro. Deve assolvere ai tanti doveri che ha verso chi lo ha eletto, ma anche difendere le prerogative delle istituzioni che rappresenta. E deve farlo con coraggio. Perché la politica non è un mestiere, ma è innanzitutto una missione. Solo se si ha questa consapevolezza, vale la pena di restare qua.

Per questo, forse l'esortazione che bisognerebbe scrivere sulla parete di quest'aula, la frase che dovrebbero tenere bene a mente, laici e cattolici, è quella di un Papa che con la sua azione ha cambiato la storia del secolo scorso. Che in questi tempi difficili, ha fatto dell'impossibile, il proprio credo: "Non abbiate paura!". Già, non abbiate paura, perché il peggior peccato per chi vive nelle istituzioni, è la viltà».
Luigi Piccarozzi
20-04-2017

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