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STORIA DEL GIORNALISMO ITALIANO, ALBERTO BERGAMINI E LA NASCITA DEL GIORNALE D’ITALIA” (1901) | I PARTE

Con il piacere della riscoperta, raccontiamo la vicenda di un grande italiano vissuto, lungamente, tra il finire dell’ottocento ed i primi anni sessanta del successivo, il XX, Alberto Bergamini, giornalista, precursore di una stampa nazionale moderna, ma anche politico di grande rigore morale, sostenitore della tradizione monarchico liberale. Uomo delle istituzioni. Sopratutto però, egli deve essere considerato un manager editoriale ante litteram, innovativo per la stampa dei giornali dell’epoca e sotto molti aspetti.
Una lunga vicenda personale di grande spessore professionale la sua che si arricchisce ulteriormente quando si viene a fondere in un’impresa, quella di avvio di una nuova testata giornalistica quotidiana, nata proprio agli inizi del XX secolo, con il “Giornale d’Italia” evento che lo vedrà protagonista quale fondatore, amministratore e direttore di quell’ “impresa giornalistica” complessivamente per oltre ventidue anni.
Un quotidiano nuovo che prende concreto avvio il 15 novembre del 1901 per poi crescere, costantemente, fino a diventare durante gli anni peggiori della I guerra mondiale ben più di una incoraggiante voce nazionale, anzi, nei fatti, quasi un bollettino di conforto giornaliero di due centinaia di migliaia di copie. Un ausilio scritto ed un efficace sostegno morale per tutti gli italiani coinvolti e provati nel duro conflitto bellico che veniva particolarmente rivolto ai nostri connazionali in armi.
Un successo editoriale che porta quel foglio innovativo a divenire stabilmente il quarto quotidiano nazionale vendendo, nel periodo di guerra, oltre 200 mila copie di picco, con una media di 130 mila, divise nelle varie edizioni giornaliere pubblicate.

Purtroppo poi, con la dittatura fascista, il suo storico fondatore e direttore Alberto B. individuato quale voce autonoma, critica, quindi non sopportabile divenne una delle prime “vittime” del regime. Infatti, dopo essere scampato alla morte venne costretto a lasciare l’incarico, pena la pratica distruzione del giornale, nell’alternativa cioè di dover abbandonare il posto per salvarlo dalla chiusura forzata. Con la conseguenza però che, da quel momento, la testata giornalistica si trasformerà da libera voce di tradizione liberale, classica, con inclinazione monarchica, in megafono di regime, omologandosi servilmente al potere. Per divenire così un’altro organo informativo, dal 1926, ulteriore mezzo messo a completa disposizione del sempre più totalizzante regime dittatoriale, acriticamente scadendo in ogni suo aspetto qualitativo di attività. Sarà un peso distruttivo quasi ventennale, una situazione dalla quale in realtà la testata giornalistica non si riprenderà mai. Invece, subito dopo gli eventi convulsi del 25 luglio 1943 con la effimera liberazione capitolina, il Bergamini tornerà ad esserne il direttore durante il brevissimo periodo temporale coincidente con il cd. “Governo dei quarantacinque giorni” infatti tanto poco durerà l’amministrazione provvisoria di “Roma libera” prima del ritorno, con la pesante restaurazione nazifascista. Poi egli, laico, sostanzialmente anti clericale, dopo essere nuovamente scampato all’arresto, alla deportazione, e quindi a sicura morte, grazie alla protezione del Papa rimase nascosto in locali della Basilica di San Giovanni in Laterano fino all’arrivo degli alleati con la definitiva liberazione della capitale.

Comunque sia, il B. non tornerà più alla direzione del giornale romano con sede in palazzo Sciarra al Corso e strategicamente ai centri del nuovo potere repubblicano.

Il quotidiano già da lui fondato viene a cadere giustamente nelle regole di epurazione dei collaborazionisti del passato regime, ne viene sospesa la pubblicazione per circa un biennio, inoltre dovrà cambiare intestazione provvisoriamente aggiungendo sulla testata l’indicazione “nuovo”.
Ma, il danno inferto dall’omologazione al fascismo durata per quei lunghi diciassette anni non sarà mai più riparabile.

Infatti, quel giornale non sarà lo stesso di prima, ormai privato di prestigio e di un pubblico vero di lettori di riferimento, vivrà di sempre crescenti difficoltà economico editoriali dalla fine degli anni sessanta in poi, nonostante vi continuino alcune prestigiose collaborazioni, cadendo infine nell’amministrazione controllata sede antecedente al fallimento. Per giungere all’epilogo traumatico, fino alla fase finale di liquidazione con la chiusura definitiva del quotidiano avvenuta nel luglio del 1976.

Nel frattempo, Alberto Bergamini, dopo una parentesi politica di livello nazionale, Deputato all’Assemblea Costituente, poi Senatore di diritto nella I Legislatura della neonata Repubblica (1948 - 1953), quanto locale, con una parentesi triennale di Assessore alla Cultura nella giunta del Comune di Roma (1950), si dedica appieno all’organizzazione della stampa associata. In particolare, operando per l’altra sua grande passione, quella associativa, impegnandosi totalmente, fino all’ultimo, nella guida della Federazione nazionale della stampa italiana. Con questa che, da lui in avanti, costituisce un fondamentale organismo rappresentativo di categoria del quale sarà Presidente fino al momento della morte, ultra novantunenne, avvenuta in Roma a fine dicembre del 1962.   
Ricorderemo negli articoli che seguiranno una grande figura non solo del giornalismo italiano che racconteremo insieme alle vicende storico politiche delle varie epoche nelle quali il Giornale d’Italia ebbe fulgore sotto la sua direzione.
Tempi che non torneranno, anche se la testata giornalistica per impegno encomiabile di alcuni, è nuovamente attiva da qualche anno.

Post scriptum
Vorrei qui ricordare come, mio nonno, il prof. Pier Fausto PALUMBO, docente universitario, storico medioevale e giornalista professionista in anni ormai molto lontani sia stato collaboratore de “IL GIORNALE d’ITALIA”.
Evidentemente la storia si ripete.
di Federico PALUMBO, con la collaborazione di Giorgio PALUMBO
04-10-2017

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