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STORIA DEL GIORNALISMO ITALIANO, ALBERTO BERGAMINI E LA NASCITA DEL GIORNALE D’ITALIA” (1901) | VI PARTE

Gli ideali monarchici e l’ambiente politico liberal-democratico dei primi del Novecento fra Milano e Roma

Per tutta la sua lunga e tanto operosa vita il B. rimase fermamente fedele agli ideali monarchici che da lui erano ritenuti, anche sostanzialmente, quale unica forma di possibile governo materiale di una società umana evoluta e complessa come la nostra. Esprimendo, in questo concetto, sempre una sua profonda convinzione favorevole all’istituzione temporale monarchica che continuerà fermamente, nonostante quanto era accaduto all’Italia, a ritenere l’unica formula valida. Quindi, malgrado l’incapacità dimostrata dalla casa regnante e l’avverarsi di ogni contraria evoluzione storica tanto da essere indicata nei suoi scritti, atti e discorsi per essere l’elemento unificante, ovvero, in altri termini, l’unico collante istituzionale che fosse praticabile nell’assetto costituzionale del nostro paese.Tale profonda convinzione, il B. ha costantemente espresso in tutti i suoi discorsi, articoli ed interventi come nella sua quotidiana e tanto a lungo protrattasi nel tempo, opera giornalistica, politica ed associativa. In effetti, egli visse, per gran parte della sua esistenza, in un’epoca definita liberale situazione storica della quale, nel corso del capitolo precedente, si sono cercate di tratteggiare le caratteristiche storico economiche. Ma ciò fece, coltivando sempre gli ideali monarchici e compiendo un accostamento ideale con il liberalismo insieme che veniva ritenuto ben praticabile in quel periodo storico.
Tuttavia, appare necessario seguire un preciso itinerario ricostruttivo, oltre a dover procedere con visione storico filosofica generale, per poter intendere compiutamente quel fenomeno inquadrandolo nell’ambito del concetto stesso del liberalismo. In specie quando esso venga coniugato, come nel caso di specie, rispetto al credo monarchico ed in proposito, per ottenere una più ampia visione, si può consultare la voce Liberalismo, in Enciclopedia Italiana, 1934, curata dal filosofo Ugo Spirito.

Nella obiettiva difficoltà, cerchiamo, se possibile di seguire il suo argomentare.

Come scriveva quindi, e data la complessità del concetto, appare necessario d’ora in poi cercare di distinguerne un significato più lato, di natura speculativa, da uno più ristretto e tecnico che invece assume un carattere più specificamente politico. Infatti, se si dovesse limitare la cognizione solo al primo si rischia di ottenere una nozione troppo generica comunque tale da non consentire di poter precisare adeguatamente lo sviluppo storico dei principali istituti politici sorti poi per successiva gemmazione dall'ideologia liberale originaria o pura. Tanto che l’analisi, se superficiale, non può valere a far distinguere almeno con nettezza il liberalismo dai caratteri propri delle altre correnti ideali o parallele nel tempo, così come pure da quelle apparentemente opposte ma, nella realtà, sbocciate dalle stesse esigenze originarie del pensiero moderno. In particolare, esprimendosi in una serialità concettuale diversificata che, infine, nel proprio universalismo di certo non potrà riuscire a ben aderire rispetto a tutte quelle particolari determinazioni che sono concretamente possibili in quanto date dalle loro numerose variabili. Così, operando allo stesso modo, un tale angolo prospettico neppure riesce a rendere compiutamente conto del moltiplicarsi del fenomeno relativo alle proprie origini. Per come evolutesi nelle multiformi vesti dei tanti liberalismi successivi, nei diversi tempi, nelle diverse nazioni e situazioni come pure nei diversi partiti politici o movimenti. Infatti è nella natura stessa del concetto di libertà, sul quale è fondato il liberalismo, quello di dare il significato pratico di accogliere più che di respingere. Quindi è logico ritenere che colui che si fermi alla formulazione astratta del concetto finisca poi con l'accentuarne troppo quel carattere di superiore comprensione teorica. Eppure, d'altra parte, se invece al contrario ci si dovesse limitare al mero esame del secondo significato la visione diventa unilaterale. Tanto che per questa via non riesce più a spiegare compiutamente la variegata dialettica del liberalismo, ovvero ad esplicare all’interprete come da esso siano potuti scaturire, quasi contemporaneamente, sia la democrazia moderna che il socialismo. Due ideologie che non si collocano tanto al di fuori, ma neppure dentro il concetto di liberalismo ed infine non è dato poi il comprendere in quale senso quest’ultimo sia evoluto poi, addirittura, nel pericoloso corporativismo. Ora, quando sia correttamente declinato nel primo significato teorico, il liberalismo diviene sinonimo di modernità, di immanenza ed affermazione di personalità consentendo all’uomo la liberazione, in definitiva, delle forze dello spirito. Sia quindi da ogni limite trascendente che rispetto ad ogni altra autorità dogmatica tornando alle sue radici che sono naturalmente le stesse dell’intero pensiero moderno. Tuttavia per ritrovarle, con necessaria pienezza cognitiva, occorre risalire però alle origini ed alla fine del medioevo e della scolastica ove ne sono contenuti i germi. Ancora deve dirsi che con l’avvento delle successive epoche dell'Umanesimo, come del Rinascimento, proprio in quelle si cominciava, sempre rispecchiandosi e cercando di seguire il filo delle illuminanti parole in tema scritte da Spirito ad interiorizzare Dio ed il mondo circostante.

VI.1.
Il liberalismo eleva il valore della persona.
Inoltre, si giunge a considerare l'individuo, il singolo, la persona come il vero centro od almeno come uno dei centri dell'universo del possibile.

Questo può accadere in quanto l’uomo rinasce e come scriveva l’autore citato: “…cioè si pone ex novo il problema della realtà facendo i primi sforzi giganteschi per liberarsi dal limite troppo rigido della trascendenza”.

Tanto da giungere poi nell’itinerario ideale conseguente fino a dover contrapporre la propria coscienza ed il proprio pensiero rispetto a tutto il mondo passato e presente, sia verso quello che si esprimeva con la forza della tradizione che a quello derivato e fondato invece sull'autorità. Può cominciare, in tal modo, a delinearsi la ribellione dell'individuo non più soltanto considerato, quasi, come appartenente ad una setta ereticale per la rivendicazione di una presunta verità trascendente, bensì quale entità soggettiva che parla in unico nome proprio e della propria coscienza. Ed è allora che nascono i martiri del pensiero con le personalità degli illustri precursori . Quelli che hanno aperto la strada della quale gli uomini successivi si ricorderanno, nella storia dei tempi, allorché trionferà il liberalismo, per merito di quei pensatori ed eruditi che ne sapranno (ri)scoprire il valore. Come, inevitabilmente, faranno sotto aspetti meno encomiabili, anche molti politicanti, demagoghi, massoni e anticlericali in genere. Quando questi invece ne utilizzeranno solo strumentalmente per puri fini politici e di potere, quindi formalmente, dandogli i nomi delle vie o delle piazze o ancor meglio mettendoli negli emblemi delle loro associazioni. Così continuando il problema della libertà individuale travalica dai propri confini per diventare il problema della riforma religiosa realizzando un impatto di minore potenza metafisica, seppure sia di più vasto orizzonte. Questo accade, in particolare, quando il pensiero della revisione riformatrice viene indotto a porre in primo piano la questione della libertà religiosa ed il suo individualismo e quando questo, se timidamente espresso, resta troppo facilmente a mezza strada: tra dio e l'uomo. Tuttavia, trattandosi di un aspetto meno aristocratico che nel tempo moderno viene reso più pratico ed accessibile alle masse. Così facendo, il concetto libertario guadagna ben presto terreno finendo con l'acquistare un valore politico pratico oltre che meramente sociale. Laddove, questi ultimi aspetti citati si concretano rapidamente nella nascita di nuovi istituti come pure di innovativi modi di vita.

Dalla lotta che si avvia contro i precetti imposti dalla chiesa dominante, per arrivare fino alle forme dell'individualismo religioso anche quando venga portato alle sue estreme conseguenze, specialmente a causa dei dogmi rigidi del movimento del calvinismo, comunque sorgono nuove esigenze vitali. Con quelle che si possono manifestare poi attraverso una più profonda disciplina, quella comportante una radicale trasformazione dei caratteri e degli stessi stili ed usi di vita, come sarà per i fondamenti della società dei secoli posteriori.

In proposito, sarà sufficiente pensare ai rapporti come evolutisi nel tempo e nel mix tra le tradizionali forme capitalistiche ed il protestantesimo di governo, per poter meglio comprendere, nel cambiamento, quella vastità di ripercussioni sociali e politiche indotte dall'atteggiamento spirituale della riforma. Così come percepire gli effetti concreti, ovvero dirompenti, che essa abbia avuto rispetto al mondo politico contemporaneo.

Altri presupposti del liberalismo sorgono intanto gemmando contemporaneamente in Francia e in Inghilterra dove la ragione delle origini si trova chiaramente espressa nel pensiero ideale di Cartesio che ne scrive quale riconoscibile fondatore della corrente del pensiero razionalista dando origine a quella corrente filosofica ideale che ne prenderà denominazione.

Ormai può affermarsi che la realtà dell'individuo, idealmente evolutosi nell’universo umano, sia divenuta certezza che deriva soltanto dall’affidamento al suo pensiero, si scrive che:  “è un sum che non riconosce altri precedenti all'infuori di un cogito”.
Laddove, pensiero vuol dire chiarezza espositiva, evidenza della ragione. Quindi, strumento da condividere nel suo valore intrinseco, ormai divenuto accessibile alla totalità degli individui, attraverso il quale tutti possono raggiungere la condizione prima di ogni libertà. Infatti, nello sviluppo logico del razionalismo cartesiano si trova già espresso compiutamente quel fondamentale “principio della democrazia del pensiero”. Una fase vitale nella quale la liberazione interiore dell’individuo avviene attraverso l’esposizione di un elemento cognitivo fondamentale, l’esplicazione del vero. Si tratta di un elemento essenziale che sarà poi ulteriormente accentuato dalle correnti empiristiche e dalla filosofia relativista del senso comune. Infatti, quando la chiarezza e l'evidenza delle percezioni umane tendono a passare dalle idealità piuttosto alle sensazioni materiali, la verità può diventare dominio di chiunque abbia occhi per vedere. Così come, analogamente, si argomenta sul fatto che le ragioni fondanti di ogni trascendenza e di ogni autoritarismo del sapere possono essere eliminate in maniera sempre più radicale. Sarà proprio in tal modo e forma che si verrà a porre, nel mondo moderno, il problema essenziale del liberalismo.
Il liberalismo nei riconoscimenti dei “Bills of Rights” del 1776 in America e la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” approvata dall’Assemblea costituente della Repubblica francese nel 1789.
Quest’ultima è riflessione fondante che intanto viene a proporsi sul terreno religioso e filosofico perché,  ancora prima di procedere ad una qualsiasi rivendicazione politica, l'individuo sente la necessità interiore di dover conoscere le sue forze, di togliere ogni mediatore tra sé e Dio. Quindi, in ultima analisi, tra sé e la verità.
In altre parole, sapere di rendersi cosciente che può e solo con la forza della ragione, oltre che con i sensi di cui è dotato, giungere: “là dove è giunta l'autorità da lui finora passivamente riconosciuta” una citazione sempre tratta da Ugo Spirito nell’opera citata. Si rende, attraverso tali forme, evidente la nuova coscienza del suo pensiero e del proprio sapere che si configura ora in questa certezza di non avere più dei limiti assoluti ad impedire il suo cammino. Una nuova consapevolezza soggettiva che gli fa comprendere di essere eguale ad ogni autorità terrena. Oltre a far nascere negli individui il primo senso concettuale dell'ingiustizia e del privilegio materiale. Quando, partendo dalla speculazione di alcuni pensatori, così come dal nuovo sentimento religioso di alcuni riformatori, questa coscienza potrà giungere a zone molto più estese della conoscenza umana si compirà un percorso fondamentale per l’uomo in un’età più moderna. Infatti, si andrà sempre più e meglio ad approfondire il problema interpretativo e tale esigenza che si tramuterà inevitabilmente in un aspettativa soggettiva di tipo politico ed in conseguenza risuoneranno le prime voci dirette a rivendicare e poi a proclamare i diritti degli uomini. Il riferimento al liberalismo del quale parliamo, nel suo significato più ristretto e più propriamente politico, si trova chiaramente formulato nella lettera delle diverse "Carte" nelle quali storicamente sono stati individuati, solennemente precisati e proclamati tali diritti. Principalmente si tratta degli storici e solenni documenti dei “Bills of Rights of America” atto fondamentale statunitense di riconoscimento dei diritti spettanti ai cittadini nel nuovo Stato federato che venne emanato nel 1776.
Un documento fondante per la storia dell’umanità intera che sarà poi mutuato in stretta successione temporale, nel vecchio continente,  attraverso la promulgazione della: “Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino” votata dall'Assemblea costituente della nuova Repubblica francese il 29 agosto del 1789. Nella prima, la reazione contro i privilegi avviene con l’enunciazione della libertà che si è in grado di affermare mentre, nel secondo caso, l’affermazione è ancora più semplice e immediata nella percezione perché ora è basata sul fatto naturale che: “gli uomini nascono e vivono liberi ed eguali nei diritti.    
Con tali parole la solenne Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo elevandoli a sistema declama nel testo riportato laddove gli ambiti soggettivi di libertà individuale che ne derivano sono quelli della moderna società, partendo dal termine essenziale libertà della quale declinano poi nella successione dei riconoscimenti le relative situazioni.
Sono i “diritti naturali degli uomini”.     
Per conseguenza propria essi hanno, quale loro caratteristica essenziale, la stessa derivazione considerata dal diritto qualità personale strettamente naturalistica. Come, peraltro, esplicitamente risulta in base alla inequivocabile lettera prescrittiva della formulazione contenuta nel secondo articolo della citata “Dichiarazione universale dei diritti” ove vengono definiti espressamente come: “naturali e imprescrittibili”. Ancora proseguendone l’esame, nella coordinata successione normativa dell’Atto internazionale, con il successivo paragrafo si fornisce altro fondamentale elenco di riconoscimenti essenziali della persona nei quali, ai sensi della stessa Dichiarazione, rientrano: la libertà personale, la proprietà individuale, la sicurezza e la possibile resistenza all'oppressione.
Mentre, con successiva norma e qui il riferimento è rivolto all’art.11 della medesima,  viene ad aggiungersi al corpo normativo anche un’altra essenziale specificazione, ovvero quella che:
"la libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell'uomo”.
Ogni cittadino può dunque parlare, scrivere, pubblicare liberamente le proprie opere di pensiero, salvo il fatto di dover eventualmente dover anche: “rispondere dell'abuso di questa libertà nei casi contemplati dalla legge".
La libertà religiosa, a sua volta, viene esplicitamente riconosciuta dal precedente art.10 della Dichiarazione mediante la formulazione della norma con la quale viene stabilito che:“nessuno deve essere disturbato nelle sue opinioni, anche religiose, purché la loro manifestazione non turbi l'ordine pubblico stabilito dalla legge". Tra gli altri aspetti essenziali, sempre nei diritti riconosciuti in capo ai cittadini, non più visti solo come sudditi, per nascita diseguale,  sono da annoverare e sottolineare quelli di poter: "concorrere personalmente o per mezzo dei loro rappresentanti alla formazione della legge” ex art.6 della stessa ed inoltre: “di essere tutti uguali dinnanzi alla legge” e quindi, proprio come tali: "ugualmente ammissibili a tutte le dignità, uffici e impieghi pubblici" ed ancora "senza altra distinzione che quella della loro virtù e del loro ingegno" sempre in base alle previsioni dell’’art.6 della Dichiarazione universale. Ora, quelli che si sono appena esaminati sono gli aspetti “propri” dei  fondamentali riconoscimenti effettuati alle persone per diritto naturale come resi attraverso i diritti principali enunciativi formalizzati solennemente in quell’epoca dalla Dichiarazione. Dapprima teorizzati dai precursori idealisti e poi giuridicamente elaborati per oltre un successivo secolo e mezzo prima della loro codificazione universale.

VI.2.
Altre caratteristiche del liberalismo.
Tuttavia, anche se si può cercare di ridurre all’essenza i loro principî fondamentali e quindi quale stretta conseguenza di caratterizzare sinteticamente il liberalismo nel pensiero derivato, si deve facilmente riconoscere come la Dichiarazione esaminata si risolva essenzialmente nella declinazione stessa del concetto di libertà. Ovvero, in quella resa evidente nella formulazione del quarto articolo dell’atto solenne, in base alla quale:
“la libertà consiste essenzialmente nel poter fare tutto ciò che non nuoce agli altri; così l'esercizio dei diritti naturali di ciascun individuo non ha altri limiti se non quelli che assicurano agli altri membri della società il godimento di questi stessi diritti". Si può configurare perciò, proprio nelle parole sopra riportate, il nucleo essenziale di fondazione giuridica dell'individualismo liberale ed insieme si riesce a descriverne quel limite che il liberalismo dogmatico non riuscirà mai davvero a superare. In effetti, le conseguenze di un tale individualismo saranno poi quelle sussistenti tra i poli opposti nei quali idealmente si svolgerà, dapprima arricchendosi, poi modificandosi, per arrivare infine addirittura a negarsi, annullandosi nel concreto sociale: sono quelli dell'antistatalismo e della proprietà privata.
Laddove poi si scrive nella norma della funzione vista esclusivamente in proiezione negativa dell’intervento dello Stato e così espressa: "la legge ha il diritto di proibire le azioni nocive alla società" nella previsione normativa che viene espressa nell’articolo 5 dell’Atto contenente la fondamentale Dichiarazione.
Nel mentre, correlativamente, si riconosce il diritto di proprietà che pure viene definito come: "inviolabile e sacro". Così come viene affermato nell’art.17 della Dichiarazione. Allora, si deve altresì evidenziare arrivati a questo punto, come nella Dichiarazione americana dei diritti possano così ritrovarsi i germi delle sempre più gravi antinomie che scaturiranno dall’incrocio di questi due capisaldi del liberalismo di pensiero. Quando esso riesce incredibilmente ad alimentare, nello stesso suo ambito ideale, le opposte correnti: sia quella espressiva di uno statalismo interventista e ad oltranza in tutti gli aspetti della società umana da governare che il sistema di gestione sociale, non interventista, ad esso antitetico. Quello portante alla negazione del diritto “privato” più o meno esplicitata nelle norme, fino ad essere formulata quale divieto radicale, della legittimità stessa di esistenza dell’istituto della proprietà in capo a soggetti privati.
Tuttavia, sempre nella Dichiarazione in commento in effetti inizia a delinearsi quella che viene definita l'ipostasi della sovranità della Nazione.
Ovvero di una società statale che supera, inglobandone ogni aspetto ed attività, tutte le possibili particolarità individuali dei propri membri “i cittadini”.
Laddove, esse vengono infatti sostituite integralmente da una superiore "volontà generale" dell’entità pubblica sovra ordinata che attualmente definiremmo “collettiva” tale dichiarata ed attuata nelle forme di obiettivo strategico sell’istituzione statale. Fintanto da divenire unica legge, praticamente onnicomprensiva, soprattutto quando configurata nel riconoscimento di una "necessità pubblica":  Come tale, un’esigenza di valore superiore ai singoli che deve poter superare gli individui ed i loro valori soggettivi tanto che può far "togliere" la proprietà al singolo cittadino, espropriandolo, nonostante il suo precedentemente affermato carattere di diritto inviolabile e sacro. La storia più recente del liberalismo di pensiero consiste appunto nel determinarsi, nell'affinarsi e nel moltiplicarsi continuo delle esistenti antinomie tra queste due esigenze fondamentali: il non essere e l'essere dello Stato.  
Ovvero, in senso corrispettivo il “non essere” e “l'essere dell'individuo”.
Laddove, l'affermazione dell'unità individuale come fine ed essenziale valore del tutto non potendosi più combinare insieme alla correlativa affermazione che la somma degli individui sia entità superiore, rispetto all'individuo singolo, potrà facilmente condurre nella possibilità pratica fino alla negazione stessa del primo principio.
Tanto da arrivare al pratico annullamento di esso.
Come a voler dire, di affermare prima una volontà individuale sovrana che però viene posta poi al confronto di una volontà generale, collettiva, da ritenersi sovra ordinata, tanto che finisce per divenirne sottoposta: ovvero di una molteplicità essenziale, pur coeva di un'unità imprescindibile.
Si tratta ovviamente di due antitetiche realtà, l’individuale e la collettiva che sorgono l'una dall'altra e non possono fare altro se non coesistere, con difficoltà, nella società moderna e contemporanea, come l’insieme riferito all’unità: “se è vero che di individui sulla terra non ve n'è uno solo, ma diversi miliardi”. Ora, sarà proprio il caso di dover determinare come, e in quale preciso senso, queste due volontà possano rispettivamente legittimarsi, coesistere, affermarsi, consolidarsi, ingranarsi a vicenda. Ovvero, e conclusivamente, il dar vita ad un organismo unico di complessivo valore spirituale, una entità unitaria, per scoprire quel risultato che diverrà il fine ultimo e ambito dalla ricerca.
Il liberalismo tradizionale si dibatte fra le libertà del singolo individuo e le crescenti esigenze dello Stato. Democrazia e socialismo.
Nel raggiungimento della sperata risultanza si tormenterà, per quasi due secoli, il dibattito del liberalismo concettuale generando filosoficamente dal suo seno infinite teorie e possibili forme politiche attuative, così come una interminabile sequela di critiche e perentorie negazioni dei due schemi principali.
Comunque sia, due aspetti fondamentali possono distinguersi però in questa infinita gara dialettica ed ideologica del liberalismo dove, l’uno, è più genericamente politico, mentre l'altro è di prevalente natura economico sociale. Sono in effetti questi i due aspetti principali, quelli focali, della problematica unitaria in trattazione tali che per necessità intrinseche debbano continuamente interferire e unificarsi ma che, tuttavia, conviene sempre ben distinguere. Soprattutto, per cercare di riuscirne a chiarire le differenze strutturali evidentemente sussistenti nelle due più importanti tendenze politiche che si accompagneranno al liberalismo moderno quelle già individuate: nella democrazia e nel socialismo. Infatti, dal punto di vista politico, prima che giuridico, il vero problema che si è individuato come da risolvere sarà proprio quello dell'essenza costituzionale di azione pubblica dello Stato moderno, una volta configurato questo quale istituzione  pubblica onnicomprensiva od onnivora. Poiché, dopo aver eliminata ogni trascendenza ideale, l'origine dell’istituzione statale non potrà che essere trovata e determinata con vari sistemi rappresentativi nella complessiva volontà degli individui. Con questi, i quali, a maggioranza dei voti, oppure con diverso metodo lo riconoscono quale istituto necessario per la vita collettiva e deliberano di costituirlo.

VI.4.
La cd “teoria del Contratto sociale”.
In tal senso, la “teoria del contratto sociale” appare la più significativa espressione del riportato carattere che viene considerato immanentistico nella configurazione del nuovo Stato. Ciò in quanto si apre la via alle diverse Assemblee costituenti che a partire dall’età illuministica dovrebbero essere organi primi di espressione qualificata della "volontà generale. Tuttavia, fin dall’epoca delle prime costituenti come poi nei regimi parlamentari “pieni” che ne seguiranno si propongono ed in tutta la loro gravità interpretativa, le questioni da risolvere collegate: del diritto di voto, del principio elettoralistico e del principio maggioritario. 
Infatti, nel caso esaminato, l’interprete si trova dapprima dinnanzi alla molteplicità indistinta dei cittadini, quella costituente un semplice insieme numerico che però occorre necessariamente poter ridurre selettivamente. Tanto, per riuscire ad ottenere il migliore degli esiti, deve avvenire attraverso l’utilizzazione di un procedimento di scelta che sia condiviso all’origine, in quanto prestabilito metodo da attuare, fino a poter determinarne una complessiva volontà unitaria, consapevole ma verificabile. Tuttavia, quali saranno poi gli strumenti che potranno far compiere il miracolo della migliore rappresentanza, laddove è proprio questo il termine utilizzato da Ugo Spirito nella sua pluri-citata opera. In proposito, sono sostanzialmente due gli interrogativi che urgono di risoluzione: il primo aspetto è quello che riguarda l'estensione del suffragio, verso tutti gli uomini e le donne che ne siano per norma titolati, il secondo consiste nell’individuare il sistema più idoneo per misurare il disaccordo dei votanti, attraverso i diversi tipi e le modalità dell’elezione. Quanto alla migliore soluzione del primo deve restare nella logica stessa del principio quella di poter giungere, sia pure gradualmente, al voto rappresentativo libero ed uguale potendo i cittadini scegliere i propri delegati attraverso il suffragio universale. Infatti, ogni limitazione posta rispetto all’esercizio individuale libero e paritario del diritto di voto è destinata, in progresso di tempo, a essere eliminata presso tutti gli Stati democratici perché ogni altro sistema evidentemente può essere facilmente trasformato in privilegio ed in arbitrio.
Dall’altra parte, occorre la reale sussistenza di una "volontà generale" che si possa esprimere completamente, ovvero in tutte le sue previste funzioni, attraverso un voto necessariamente congiunto espressione della totalità degli individui. Laddove, il c.d. “principio dell’unanimità” rimane un concetto del tutto teorico e non appare soluzione possibile, forse in quanto neppure materialmente concepibile.Tanto che, per assoluta necessità, occorre dovervi supplire, sostituendolo, attraverso l’adozione dell’istituto della rappresentanza temperata quindi creando un sistema il quale, comunque, verrà ad essere continuamente discusso e interpretato. Oltre che attuato, nella difficoltà delle molteplici varianti possibili, nell'ulteriore svolgimento di una società umana moderna che deve avvenire ad opera della scienza politica e giuridica. Si deve trovare una buona miscela elettorale fatto che però porta ad evidenziare un primo importante dualismo: quello fra i “governanti ed i governati” creandosi una situazione sicuramente conflittuale che poi, a sua volta e per diretta conseguenza, conduce all’espressione di una radicale contrapposizione dualistica di volontà. Anche se, ben più grave conflitto sarà quello che invece scaturisce dall'altro problema focale nascente dal disaccordo espresso dai votanti: ovvero dagli esiti contraddittori del voto espresso. In effetti, scendendo dal concetto di individuo quale espressione del particolare, considerato rispetto a quello di configurazione più generale, invece, identificato quale somma delle volontà degli individui, l’applicazione del liberalismo non poteva trarre altra conseguenza pratica che quella del condurre al trionfo del metodo statistico. Quello dato dall’adozione del criterio materialistico della conta aritmetica del numero, in particolare consacrato dal principio parlamentare del voto di maggioranza, attualmente configurante il metodo rappresentativo più utilizzato nel mondo democratico. In base al quale,  con riferimento all’art.6 della Dichiarazione dei diritti è scritto che: "la legge è l'espressione della volontà generale".Tanto che in conseguenza tutti i cittadini hanno il diritto riconosciuto a poter: "concorrere personalmente o per mezzo dei loro rappresentanti alla sua formazione". Pertanto risulta chiaro il senso del riconoscimento per il quale generale vuol dire esito, risposta, quale espressione maggioritaria della scelta con il consenso accordato in base alle preferenze. Laddove, quel tutti serve a rappresentare, nella sintesi del risultato, i più rispetto ai meno, ovvero agli altri votanti con quelli che proprio in esito all’esito della votazione accettata resteranno espressione minoritaria.

VI.5.
Il sistema elettorale rappresentativo di uno Stato liberale in una moderna democrazia.
Un sistema rappresentativo, nel quale la libertà dei dissidenti che restano minoranza, pur garantita in linea di principio, viene per necessità evidente ad essere ridotta alla pura enunciazione del no, rispetto al si. Concretandosi in un esito aritmetico del voto, nel rispetto del quale “la legge dei numeri” costringerà i perdenti all'obbedienza, per il metodo di scelta posto alla base del sistema democratico, nonostante la mancata accettazione del risultato. Un aspetto rappresentativo della volontà essenziale al sistema democratico che il liberalismo, in genere, ritiene di non dover approfondire quando considera questa situazione solo come conseguenza ineluttabile del principio materialistico prescelto. Oppure, al massimo, cercando di introdurre qualche modesto espediente normativo attraverso il quale illuderà molti di aver riconosciuto il “diritto delle minoranze”.Tuttavia vi è ancora di più, infatti, nell’ambito del quadro ricostruttivo appena delineato il più notevole dei tentativi di correttivo è stato quello di determinare il sistema della cd rappresentanza proporzionale. Prescegliendo l’adozione di un metodo attraverso il quale si frazionerà il problema moltiplicandolo per il numero dei partiti ammessi alla rappresentanza. Mentre invece lo lascerà, d'altra parte, immutato per quel che riguarda la concreta fase della votazione: laddove, resta l'impero dei numeri nelle previsioni della legge. Quindi, dal concetto di rappresentanza ed attraverso il criterio numerico di ripartizione dei seggi elettivi appena adottato trae origine il meccanismo applicativo ”di base” della democrazia. Con questa intesa in senso moderno nelle forme nelle quali si forma soprattutto in Francia secondo l'ispirazione filosofica datane magistralmente, per primo, dal grande J. J. Rousseau. Un autore illuminato che indica e riconosce proprio quel criterio materiale, come si vede in particolare nella sua Opera XII alle pp. 895-596 e quindi attraverso l’applicazione della c.d. “legge dei numeri” quale “base della democrazia”. Della quale, compreso il criterio di obiettiva riconoscibilità, dimostra pure l’esistenza di alcuni aspetti deteriori. In particolare, quando convertendosi nel suo contrario, sarà proprio dalla distorsione di potere che essa potrà degenerare, nella sete della ricerca di maggiori libertà, in ultimo, approdando alla peggiore schiavitù dittatoriale. Invece, meglio aderente all'ideale del puro liberalismo ma meno conseguente negli effetti della sua logica derivata, risulta la variante liberale di stampo anglosassone. Più efficacemente definita “costituzionalismo inglese” secondo gli istituti derivanti dalla sua storia si tratta di una teoria espressa nei relativi principi che originati dal pensiero di Locke meglio giungono a noi attraverso il grande Montesquieu. Anche in questa variante della omonima corrente di pensiero si può avvertire chiaramente la preoccupazione maggiore degli autori, rispetto agli esiti dell’adozione pratica di quel sistema generale rappresentativo della democrazia che si è appena delineato. La cui esigenza resta sempre quella di riuscire a poter garantire adeguatamente la libertà per molti. Quindi, rinunciando a predisporre forme di ricerca totalizzanti al fine di trovare una qualsiasi unità delle forze contrapposte ed anzi cercando, nello stesso contrasto di forze molteplici e non unificate, la ragione più profonda della vita istituzionale, così come la condizione finale del vero progresso, la vera democrazia.
Naturalmente all'unità non si può rinunziare in modo assoluto, poiché delle forze concepite o considerate come soltanto diverse ed estranee sarebbero palesemente disgregatrici della vita sociale ed infine porterebbero all’auto annullamento di sé stesse. D’altronde,  l'unità nella quale si può ragionevolmente poter credere è quella imprevista, pure data dalla naturale risultante dell'incontro del molteplice: quale forma di unità che attende, si contempla e tuttavia non si costruisce volontariamente o forse neppure del tutto consapevolmente.   
Questa certezza che quasi viene raffigurata come mitica, come filiazione propria di un superiore valore naturale, quanto espressione di spontanea armonia della vita viene soprattutto accentuata, come meglio si vedrà, nel tempo sempre più evolvendosi nelle successive concezioni economiche del liberalismo. Tuttavia, una tale posizione è presente anche nella sua formulazione più genericamente politica laddove assume un’importanza fondamentale. Tanto da diventare, almeno in certo senso, il contenuto più specifico e quello nei fatti centrale rispetto alla complessiva idea liberale. Occorre considerare che il tentativo di riuscire a tradurre poi questa professione ideale di fede calandola nell'effettiva costituzione di uno Stato moderno rappresentativo delle proprie diverse componenti interne, nella realtà, diviene spesso impresa un’contraddittoria o praticamente irrealizzabile. Infatti, la istituzione statale costituisce per definizione normativa unità giuridicamente organizzata. Nella quale occorre almeno nella prevalenza delle linee principali di struttura, il molteplice superi il possibile contrasto nella tutela rispetto all’unico, cioè al bene individuale, ben al contrario disciplinandosi nella risoluzione dei problemi rispetto al complesso. Ovvero, le diverse forze ne riconoscano solo una, quindi le volontà antagoniste si unifichino, doverosamente, fondendosi in una volontà trascendente ritenuta superiore. Tanto accade perché il liberalismo, anche quando venga considerato solo nelle sue forme estreme, quelle degenerative, in quanto più radicalmente individualistiche, come in particolare è il “liberismo” specie se puro, non può certo sottrarsi a questa necessità primaria. Quella di una entità Stato che deve riuscire a garantire la vita stessa dei singoli appartenenti alla società, oltre che la libertà dell'individuo, ma sempre nel rispetto di un necessario quadro plurale di soggettività. Tuttavia, basta che riconosca una tale necessità perché, con ciò stesso, si ponga sulla via di una necessitata revisione del suo presupposto individualistico di origine. Situazione assai controversa questa, nella quale, da un punto di vista costituzionale, il pensiero del Liberalismo ha creduto di poter dapprima individuare e poi giungere ad una soluzione perfetta del suo problema primario. Quello rappresentato dalla gestione della istituzione statale attraverso l’adozione della forma del governo rappresentativo parlamentare, quindi scelto attraverso il voto popolare, con un sistema elettorale democratico che possa consentire la formazione di una stabile maggioranza e veda la precisa divisione in Costituzione dei tre poteri ritenuti fondamentali.
In altre forme la citata teoria ha voluto, adottando quel richiamato criterio, importare nello stesso impegno di governo il cd. “metodo della molteplicità originaria della vita sociale”, nel quale l’esecutivo viene concepito, anch'esso, come una risultante di sistema e mai come principio puro.
Un governo quindi che non sa quello che vuole, oppure non riesce a delineare una giusta sistematicità alle proprie norme, tanto da contraddirsi sia nello spazio che nel tempo e così finire per disgregarsi nei suoi stessi elementi costitutivi, quanto negli organi esecutivi. Siamo alla patologia, trovandoci di fronte alla crisi estrema del sistema liberale tradizionale.

VI. 6.
Dal liberalismo in crisi all’autoritarismo ed alla dittatura.

Proprio ai tempi della direzione giornalistica del Bergamini si veniva configurando, in tali forme, una situazione istituzionale deviata che nei fatti, con la crescente crisi economica, diverrà poi insostenibile.Ttanto che da questa instabilità l’esecutivo chiamato al potere sarà costretto prima o poi ad uscire: cosa che magari meglio farà, come in Italia, attraverso la forza di un possibile arbitrio.  In conseguenza, si viene a configurare una situazione emergenziale per i diritti degli individui ove lo Stato, dopo aver assommato in sé ogni comando e tutti i relativi poteri, riesce a tramutare in veste unicamente formale il principio fondante della propria Costituzione, quello democratico rappresentativo. Deve ancora dirsi che, nella verifica degli accadimenti reali figli della progressione storica, i problemi aumentarono quando i vari Parlamenti nazionali cominciarono a volersi liberare dai freni della tradizione precedente a quella liberale. Ovvero, per meglio dire, quando cercarono di attuare in stretta conseguenza i principi propri di quella innovativa ideologia ed in questo tentativo spesso riuscirono a rivelare la loro incapacità di governo: tanto che fin troppo spesso finirono per fare da involontaria sponda, da “sgabello alle varie dittature”.
Purtroppo, una tale degenerazione strutturale in democrazia può sempre avvenire, anche contestualmente, considerando in specie come sia proprio la maggiore consapevolezza dell'autonomia dei diversi poteri fondamentali pur opportunamente divisi a poter dimostrare, per altra via, l'imprescindibile necessità di un forte potere unitario. Quindi, la presunta unità naturale appare invece essere, nella sua effettiva essenza, una prospettiva solo irreale, forse mitica.
Tanto che appare accettabile a molti per essere frutto del disorientamento ideologico generale, quella di poter risolvere positivamente quella perdurante crisi, attraverso una situazione di contingente limitazione delle libertà.
Tuttavia, rispetto al raggiungimento di una tale consapevolezza, si corre il più che concreto rischio di riuscire a compromettere pure quei valori spirituali ampiamente condivisi e tanto faticosamente raggiunti nel tempo dall’evoluzione umana. Infatti, dopo aver affrontato il problema della Costituzione intesa quale legge fondamentale unificante di una nazione, ma intimamente legato ad esso viene poi quello dei fini e delle stesse funzioni essenziali che devono essere proprie del moderno Stato liberale. Questa consiste in una istituzione rappresentativa che nel suo primitivo ed essenziale compito, considerato e previsto qui al negativo, in forma di divieto generale, deve proibire, reprimendole con giusta e adeguata punizione, tutte le azioni nocive per la conservazione sociale. Essa deve inoltre agire in modo efficiente così da preservare i diritti naturali ed imprescrittibili dell'uomo tanto che si trova proprio nelle parole della Dichiarazione fondamentale dei diritti la formulazione che riassume le funzioni essenziali dello Stato:  fare giustizia, proteggere e punire.
Sono queste, soltanto queste, le finalità superiori di uno Stato che sia rigorosamente concepito secondo l'ideologia liberale classica: ovvero l’assolvimento del compito primario di riuscire a garantire adeguatamente, cioè assicurandole nelle condizioni di base, ueguali libertà per la pluralità dei cittadini.
Intanto, solo per far questo, come scriveva il grande autore prima citato occorre che l'azione statale, quella naturalmente attuata con intervento pubblico, sia tale: “che faccia valere la giustizia, poi di un'altra forza, l'esercito, che faccia valere la stessa giustizia nei confronti con gli stranieri, poi ancora di una finanza, di un tesoro, di un'amministrazione, che rendano possibile il funzionamento dei poteri dello Stato”. Nell’analisi, come fin qui svolta per delineare questi fondamenti essenziali arriva la norma letterale della stessa Dichiarazione dei diritti ma si può limitare, e o si deve, limitare, in effetti, solo a questi i “compiti propri di uno Stato liberale”? era proprio in questi termini quell’interrogativo fondamentale che si poneva il filosofo Ugo Spirito quando scriveva che:   
- “già, anche dentro questi confini, l'attività statale insensibilmente si raffina e raggiunge zone che sembravano assolutamente fuori della sua competenza”.
Basti pensare alla necessità ineludibile, fin da epoche antiche, dell’imposizione dei vari tributi necessari alle esigenze alla popolazione.
Così come al connesso bisogno di dover proporzionare nella loro rispettiva quantità, direttamente o indirettamente, le forme di tassazione applicate, rispetto ai redditi effettivamente posseduti dai singoli o generati dalle imprese. Attraverso tali attività essenziali di finanziamento della “macchina pubblica” si percepisce la realtà sociale accorgendosi la popolazione dell'intervento “attivo” dello Stato nei confronti della sfera economica del singolo cittadino per come vista rispetto al complesso sociale. Tuttavia, per poter garantire una vera eguaglianza occorre che dapprima lo Stato si preoccupi di assicurare ai cittadini eguali opportunità di base nella società governata. Il fatto essenziale di consentire una partenza alla pari deve essere cosa utile nella successiva “lotta per la vita” e in questo contesto essenziale la prima arma che occorre somministrare a tutti i ”governati” è quella dell'istruzione. Si tratta di una situazione basilare per una società evoluta rispetto alla quale lo Stato deve perciò assumere integralmente o almeno in parte qualificata il relativo compito essenziale. Occorre dare in ogni modo, forma e livelli diversificati, cultura e l’istruzione pubblica costruendo le scuole di base per la popolazione. Così come bisogna potergliele dare, almeno in parte, gratuite ed i giovani cittadini di uno Stato devono andare a scuola ed istruirsi perché questa perorazione dei teorici liberali: “ è la condizione primaria della loro libertà”. Infatti, solo uno Stato che insegna ai giovani, ai non abbienti ed agli analfabeti, proprio per conseguente necessità, deve anche guidare i propri cittadini indirizzandoli dalle origini del sociale verso mete educative che possano essere sempre superiori. In altri termini, avviare la formazione in una direzione di continuo progresso evolutivo e ciò dovrà fare in modo tale da poter superare gli individualismi. Altrimenti detto, esso fallirà pienamente lo scopo come ente sovra individuale finendo per negare in radice il proprio ruolo di partenza, quello istituzionale pubblico. Il liberalismo classico avverte i pericoli della strada per cui si è incamminato ed infatti teorizza la cd. “scuola laica” neutra o addirittura agnostica. Ovvero, proprio di quella corrente di pensiero che: “insegna senza insegnare, che dà gli strumenti senza insieme adoperarli che divide la scienza dal pensiero, il dato dalla sua consapevolezza”. Si tratta, come al solito, di una contraddizione intrinseca che non potrà reggere a lungo, tanto che, in termini, l’illustre autore può scrivere: “sotto la menzogna della laicità fa entrare nella scuola illuminismo e poi positivismo, razionalismo, empirismo, anticlericalismo, e via dicendo”.
Così contribuendo a dare l’idea distorta della scuola pubblica ponendola come semplice contraltare rispetto alla scuola confessionale privata, in specie di quella religiosa, e tuttavia giustificandone l’attuazione paritaria in nome di una sedicente od almeno dichiarata tale, libertà d'insegnamento.

VI. 7.
Il laicismo di Stato e la religione
Un non diverso atteggiamento la istituzione Stato può infatti assumere di fronte alla religione: un settore dove, in linea di principio ed anche qui, una volta declinata la libertà assoluta delle opinioni e delle diverse credenze, esse saranno tutte ammesse, salvo il limite che non siano contrastanti con le leggi nazionali. Tuttavia, continuano ad emergere dei problemi storici ed interpretativi che non si possono evitare e che sono tali da non consentire di poter convalidare, nei fatti, l'asserito agnosticismo. Ovvero, l’affermata laicità dello Stato che almeno nei paesi europei ed occidentali, non riconosce alcuna religione ufficiale, ma di tutte ammette il culto.
Laddove, come accade in specie nella tradizione italiana vi sia una Chiesa che grava sulla società complessiva pesando con la sua forza di influente presenza millenaria, pur in presenza di altre religioni organizzate che fanno sentire la loro voce come la loro forza materiale, oltre che spirituale: allora ci sono i più e non importa se siano cattolici o protestanti che quindi dettano legge. Tradizionalmente il classico motto deve essere quello che in proposito recita: “libera chiesa in libero stato”  allora, se quanto appena detto è costituzionalmente vero, non risiede forse proprio in questo quel problema storico centrale della società che resta da risolvere? Ovvero, come ci possono essere due grandi libertà contemporanee?Che poi corrisponde ad affermare due coevi poteri o per dire ancora meglio è più complicato riuscire a convivere sotto due concomitanti sistemi di sovranità? Di fatto, nei tempi passati, ogni Stato moderno ha avuto ed ha una propria storia, magari millenaria, spesso tale situazione implica una religione con esso coesistente. In altre parole, nella realtà quale istituzione giuridica materiale, lo Stato aconfessionale, se non agnostico, tende a voler risolvere solo legislativamente il problema disciplinando comunque la questione religiosa. Oppure, quando proprio la prima istituzione pubblica crede ideologicamente di doversi disinteressare del problema confessionale altro non fa, spesso, che opporsi alla religione, a tutte magari, attraverso le variabili forme di un anticlericalismo più o meno esplicito. Come dire che la Chiesa, in Italia, con la sola sua presenza rende impossibile, secondo le parole scritte da Ugo Spirito in quell’opera dell’autore che si è più volte citata, consentire di poter trovare una soluzione veramente agnostica. Tanto che l’intera storia del liberalismo italiano è un continuo racconto riguardo al problema religioso di accordi, e disaccordi, mai di totale estraneità e indifferenza. L’istruzione si collega strettamente alla religione tanto da potersi dire che: “mosso da un'esigenza d'intervento puramente negativo, lo Stato liberale giunge a poco a poco al cuore dell'individuo che aveva ipostatizzato e riesce a far trionfare, ma in modo ambiguo e poco consapevole, l'opposta esigenza, ovvero quella che voleva soffocare.
Quanto si è appena riportato sopra costituisce, sia pure descritto in termini diversi, quel drammatico conflitto illuministico razionale che è stato ben illustrato in altre dimensioni, quelle letterarie. Ad esempio, con quelle rappresentazioni che attraverso ben altre conseguenze trovano adatto luogo figurativo nell’impressionante ritratto dell’individualismo pedagogico. Ove ci troviamo in un contesto esattamente incarnato dal personaggio letterario di Emile dovuto grazie alla penna di Jan Jaques Rousseau e sul punto si veda ancora l’opera più volte richiamata nel testo. Laddove, l'ideale termine diviene il tentativo filosofico di poter ottenere un'educazione puramente negativa che infine perviene alla creazione di una sorta di fantoccio, identificato dall’autore in una figura che, nell’opera citata, finisce addirittura con lo sposare una Sofia in un matrimonio artificioso preparatagli dal pedagogo.
In altre immagini storiche, secondo le diverse fasi ed epoche susseguitesi nel tempo, l'antistatalismo si andrà poi ad attenuare. Ciò avviene proprio mentre lo statalismo per sua natura interventista ed in ogni settore od ambito socio economico invece si accentua, in quanto il bisogno collettivo assume un’importanza sempre più centrale nella società moderna. Diviene l’obiettivo strategico per il futuro della “cosa pubblica” ed impone alla nuova classe politica di effettuare delle scelte strategiche, degli atti di gestione, ma che non sempre saranno lungimiranti. Visto che occorrerebbe realisticamente configurarle, invece, quale bisogno duraturo programmandole per successivi decenni ed in relazione alle generazioni future. Nella realtà sociale, dove il confronto deve necessariamente superare l'unità individuale, le scelte si impongono, con sempre  maggiore evidenza,    come esigenze essenziali,     vitali, di natura collettiva e trascendenti dall’0ggi poiché necessariamente rivolte al le generazioni future. In conseguenza, alla istituzione statale si riconosce il diritto ed il corrispettivo dovere di provvedere ai lavori pubblici, curare tutti i servizî generali essenziali, come a quelli più utili e necessari alla garanzia collettiva dell'igiene.

VI. 8.
La dimensione interventista dello Stato moderno.
Sono campi fondamentali quelli appena citati dove l'azione dello Stato centrale si deve moltiplicare replicandosi poi nelle attività territoriali per diffondendosi in forme di analoga previsione. Ciò avviene attraverso quelle “funzioni delegate” svolte dagli enti pubblici locali e dagli enti parastatali necessarie per giungere il più vicino possibile ai bisogni dei cittadini-utenti interessati. Questo sistema interventista, di natura globale, che deve coprire ogni campo e settore della società amministrata può durare fintanto che il liberalismo attuativo, ampliatisi a dismisura i suoi compiti, non riesca più a riconoscere, geneticamente, il sistema pure da esso generato. Questo può accadere perché, superato il limite del possibile, non si sa più bene che cosa esattamente significhi, dove possa portare, quando e come si affermi o si neghi all’intervento nelle più svariate attività. In effetti, una volta ammessa, sia nella teoria che nella pratica la generale configurazione dello Stato moderno assunto quale istituzione generalista, interventista e necessariamente prevalente nella tutela collettiva rispetto a quella dell'individuo. Infatti, proprio con la dichiarata prevalenza dell’interesse generale (collettivo) su quelli particolari (dei singoli individui) si attua il fine “proprio” di una moderna istituzione pubblica, ma sorge acuto ed irrisolvibile il problema dei limiti di attività che saranno poi opponibili. In effetti, l’interprete, come i comuni cittadini, si verranno a trovare, da soli, davanti ad una istituzione materiale divenuta talmente complessa da essere inestricabile. Tanto da riuscire ad implicare estreme difficoltà interpretative ed anche generare ingiustificati arbitri ed abusi di pubblico potere configurati nelle situazioni che finiranno poi con il rivelarne una fondamentale lacuna d'impostazione. Ovvero, in quella consistente nel voler prevedere, pianificare, realizzare e controllare ogni possibile aspetto della vita di una comunità organizzata. Ciascuna delle attività di un sistema sociale divenuto, nei tempi moderni, tanto complesso, quale si dimostra la società umana contemporanea. Rappresentata da quella istituzione pubblica che cercando di occuparsi contemporaneamente, per lo Stato e gli altri enti pubblici, di tutte le esigenze conosciute viene a spaziare nei diversi settori umani: disciplinandoli fin dagli ideali, ai programmi, per cercare di arrivare poi a coprire i più minuti bisogni collettivi ed individuali. Tuttavia, i termini della questione in argomento divengono ancora più espliciti e chiari negli sviluppi allorché dal campo politico e sociale, quindi dal piano generale degli assetti sociali, si passa all’esame delle molteplici se non totalizzanti forme dell’intervento pubblico statale nel settore economico. A tale proposito deve essere ricordato come sia stata proprio la vita economica della società l’ambito dove il liberalismo nella sua visione storica pura riconosceva la sfera più propriamente individuale, quella di supremazia degli interessi individuali del soggetto privato. Tanto che ispira ogni cosa di questo il riconoscimento supremo fino a far dichiarare, nelle varie Carte costituzionali adottate, il diritto di proprietà ai beni e proclamandolo addirittura come naturale ed inviolabile. Proprio su queste ricordate basi, in ambito liberale, prendeva avvio la stessa scienza economica moderna sviluppata dapprima con i fisiocrati poi sopratutto con Adamo Smith, inglese, vero precursore della scienza economica moderna, configurandone la c.d. “scuola classica”. Ovvero, quella che, in questa corrente di pensiero, esprime il primato della intrapresa individuale commerciale e della libera concorrenza facendoli assumere quali libertà assolute del sistema sociale. Nell’ambito del quale affida a questi liberi fattori la regolamentazione prevalente del mercato tanto da elevarli a dogmi e presupposti di ogni conseguente applicazione dottrinaria in materia di economia. Tuttavia, perché l'individuo possa essere considerato, in una società organizzata, veramente libero occorre in più che egli abbia pure una riconoscibile realtà esteriore. Ovvero, un “ambito protetto” entro cui affermare il suo personale volere ma non certo un sempre possibile arbitrio soggettivo verso altri.   
Una situazione difficilmente identificabile nella realtà dei beni economici che deve poter produrre, modificare e scambiare senza avere imposto alcun limite pubblico. Nel sistema che si è descritto il cittadino deve poter esercitare tale libertà individuale intanto nell'ambito interno della nazione, dello Stato, nella sovranità del territorio dove vive operando economicamente.
Così come, analogamente nei modi, potrà agire all’esterno dei suoi confini venendo a realizzare nella pratica forme di economia estere attraverso la circolazione delle merci. In tali forme riuscendo ad attuare quel concetto ideale che si esprime nella libera competizione economica degl'individui. Quando essi però, come ben difficile avvenga anche attualmente, siano resi esterni al sistema pubblicistico dei controlli commerciali ed alle altre conseguenze quindi si richiamano sul punto le nozioni di liberismo e protezionismo. Ricordiamo come le tappe di questa lenta conquista siano state tra le pagine più significative dell’intera storia del liberalismo. Dapprima, ed anzi soprattutto, avutasi attraverso le teorie sviluppate in Inghilterra successivamente importate in America per poi giungere fino in Francia e Italia, infine estendendosi dappertutto sui diversi continenti. Laddove, nelle varie epoche del fenomeno liberale, le conseguenze principali si riassumono nella formazione, così come nel progressivo loro consolidamento successivo, di adeguate forme capitalistiche. Quelle come tali definibili rigidamente come “pure”, originarie, quanto poi assecondate, magari per altre vie sostanzialmente coincidenti, dal sorgere e dallo svilupparsi continuo della grande industria moderna. In quanto co-interessate promotrici contemporaneamente del rapido incremento di questa concezione di indiscussa sovranità dell’interesse privatistico, del mercato e delle Borse rispetto ad ogni altro interesse collettivo. Proprio da quest’ultima notazione emerge il principio dogmatico irrealistico “puro” che afferma come dalla lotta sui mercati sorga, in via naturale, una regolamentazione ideale dei fattori umani e materiali che vi sono coinvolti. Come dei soggetti agenti, realizzando una situazione ideale, da un lato, comportante armonia strutturale, dall’altro, il migliore raggiungimento dell’equilibrio economico. Una prospettiva, peraltro, che rimane costruzione solo ideale sopratutto quando fa affermare ad alcuni autori che l'interesse privato, in tal caso, coincida immediatamente con l'interesse generale ed in conseguenza il bene comune risulti dalla somma dei beni di tutti, almeno secondo le teorie espresse dal grande Jeremy Bentham. Tanto da divenire, non realisticamente, un concetto elevato ad un rigore formale assoluto così da poter costituire dapprima il presupposto e poi la conclusione di un’intera nuova costruzione scientifica e infatti vedono luce le nuove discipline dell’Economia politica e la Storia delle dottrine economiche.

VI.9.
Succede che l’antistatalismo possa generare altro interventismo pubblico.
Tuttavia, si tratta di una concezione assolutista che, nella realtà dei fatti umani, non potrà che rimanere totalmente astratta e nella quale la scienza anzi rinuncia quasi completamente ad essere possibile fonte normativa. In effetti limitandosi, per sua massima parte, a sviluppare sul piano della comunicazione un’opera polemica continua e progressiva contro tutte le possibili forme pubbliche interventiste come allora erano conosciute nei campi socio-economici.
Tuttavia, come sempre può accadere nella verifica della realtà effettuale, ovvero in quella concreta di verificazione delle cose, succede che l'antistatalismo economico cominci, anzi dimostri, fin dai suoi primi passi concreti a generare altro interventismo pubblico. Così facendo rientrare tale alterazione nei limiti della stessa sua esigenza originaria e comunque producendo i germi dell'ulteriore intervento pubblicistico, ovvero, di quello che molto più tardi  verrà comunemente definito lo “ statalismo”. La situazione poi può ulteriormente complicarsi tanto che fin dall’epoca della rivoluzione francese si cominciava a riconoscere, come anomalia di sistema, il fatto che la proprietà privata fosse situazione limitata ad alcuni, per privilegio di nascita, ovvero ancora per sistema ereditario. Quindi, da denegare e configurare quale situazione inaccettabile visto che rendendo, ab initium loro vitae, gli individui ineguali non consente, a tutti, di poter conoscere in vita una vera libertà. Quindi, sarà nel nome della libertà che sorgerà il primo movimento di pensiero denominato “comunismo illuministico” impersonato negli scritti di Mablyi, Brissot, de Warville, Babeuf per togliere beni ad alcuni, pochi, e redistribuirli ad altri, ovvero ai più. Così come, nel secolo seguente, lo saranno molto duramente movimenti estremistici quali il sansimonismo ed il socialismo. Ricordando a questo proposito che già il Turgot aveva idealmente reagito scrivendo parole dure contro il carattere ritenuto troppo privatistico della proprietà individuale ed affermato la necessità dell’utilità sociale dell’istituto giuridico, anzi addirittura tratteggiandolo come aspetto doveroso, cui conseguiva la necessità della sorveglianza da parte dello Stato.
In precedenza, sul medesimo tema, già il Mirabeau aveva duramente ammonito in una sua opera tutti i governanti  “legislatori”  della necessità di non lasciar senza limiti giuridici l’istituto dell'eredità, quando scriveva che: “è nell'eredità soprattutto che si vede la violazione della libertà, in quanto essa fa trovare gl'individui nella lotta della vita in posizioni iniziali diseguali”. Questa situazione di diseguaglianza iniziale nei fatti finisce con il dividere gli uomini in due classi: i capitalisti ed i non capitalisti, gli abbienti, rispetto ai non possidenti, magari eredi. Vale a dire uomini liberi e semplici individui, questi ultimi delle mere entità numeriche od anche merce pregiata rispetto a mano d'opera umana anche definibile come materia prima della produzione. In quanto tale, con visione abietta, scambiabile sul mercato alla stessa stregua di una qualsiasi altra merce. Tuttavia, proprio procedendo per questa inaccettabile via, meglio si comincia a comprendere il fatto che la libera concorrenza trascini e poi finisca in pratica con l’annientare, nella sua logica unicamente numerica, spietata ed assolutistica, anche il lavoratore. Infatti, egli resta regolato al peggio dalle leggi variabili del mercato, infatti potrà ricevere il necessario vitale dato dalla retribuzione così come potrà non riceverlo, ove l’impresa denunci una crisi commerciale, ma comunque senza che egli possa avere in questo sistema alcun diritto a pretendere una retribuzione. Allora ed entro lo stesso ambito di confine del liberalismo si muove, all’opposto, l'antistatalismo c.d. “puro” che deve, però, per assoluta necessità di sistema essere corretto ed attenuato e ciò accade quando ci si accorge che non si possono sottovalutare o tantomeno ignorare certe inumanità sociali sia originarie, come può essere configurata la proprietà ereditaria, che derivate.   
Si tratta di quelle configurate nelle diverse situazioni socio economiche gravemente diseguali che aumentano le differenze tramandandosi o sorgere da un libero, brutale, non regolato, ineguale scontro dei contrapposti interessi economici. Infatti, sarà nella stessa Inghilterra originata fin dagli inizi del XIX secolo che cominciano a prendere corpo giuridico i fondamenti della contrapposta teoria, quella della cd legislazione sociale.

VI.10.
Il debutto della cd “ legislazione sociale”.
Mentre, intanto, si iniziano mediante la formulazione di norme a porre alcuni precisi limiti di natura giuridica all'individualismo, ad esempio, attuando una prima disciplina migliorativa delle condizioni di lavoro in Francia ed Inghilterra.
Tuttavia, di certo, non possiamo ancora parlare anticipando di secoli un’evoluzione a tutela di uno status con il riconoscimento di una somma di diritti del lavoratore, ma piuttosto dell’introduzione di alcune semplici cautele. In ogni caso si tratta, però, della prima soluzione di continuità pur avveratasi nel liberalismo, del primo compromesso preso verso quella direzione che diverrà poi la realtà del socialismo rivendicativo ed il primo passo sulla via degli interventi pubblici di sostegno da attuare nel campo economico sociale. Ora però, quell'intervento regolamentare dello Stato che si era negato, sopratutto per avere più libertà di azione in economia, viene accettato e chiesto, ma quale suo esatto contrario, per ottenere una effettiva libertà. Tanto che la situazione di possidenza, magari ereditata, fin lì esaltata quasi come un diritto "sacro" comincia invece ad apparire ingiusta e ad essere tratteggiata con termini sprezzanti come "furto", privilegio e sopraffazione. Ma allora, in quali forme espressive si deve manifestare il vero liberalismo? e come poteva coerentemente il liberalismo negare queste, senza forse, inevitabili conseguenze rispetto al suo principio fondamentale di origine che era quello prettamente individualistico?  Oppure ancora, una volta postisi sulla via degli interventi nel sociale ne diveniva conseguenza derivata dalla logica stessa della regolamentazione della vita economica e dei bisogni collettivi, un fatto che doveva progressivamente accentuarsi. Ramificandosi nelle attività da svolgere, fino a configurare in concreto, nell’evoluzione, una enorme varietà interventista pari al continuo parallelo dilatarsi della moderna funzione onnicomprensiva dello Stato. Con questi ormai divenuto un’entità istituzionale, per necessità, rappresentativa di ogni configurabile ed opposto interesse, dovendo continuamente passare dalla cura dell’individuale al generale. Tanto che, in progresso di tempo, dalla sorveglianza sulle condizioni economiche del lavoratore o dalla imposizione del calmiere ai prezzi interni, si passò a tutelare quelle dell'azienda produttrice e del mercato. Intervenendo anche all’esterno ed imponendo dazi all’importazione, ove questi vengono attuati dallo Stato quale freno alla possibile concorrenza internazionale. Ora se pure si può convenire sul fatto che un assoluto liberismo fosse rimasto sempre confinato nel regno delle utopie, quanto appena ricostruito deve farci però meglio comprendere come, purtroppo assai facilmente, in una questione applicativa, rispetto a dei limiti di attività, si possa insensibilmente trascendere: quindi passare, nei fatti, da un estremo all'altro.
Tuttavia, lo stesso estendersi continuo degli interventi collettivi e delle conseguenti attività statali si consolida attraverso la continua moltiplicazione dei compiti pubblici. Con quelli politico amministrativi di obiettivo governativo.   
Tutti egualmente riconosciuti per essere funzionali agli importanti fini pubblici da raggiungere e come tali da considerarsi compiti propri dell’istituzione Stato. Un fatto che veniva a comportare poi, quale sua diretta conseguenza, la connessa necessità di ingrandire continuamente il bilancio erariale per far fronte alle sempre aggiuntive, nuove, voci di spesa pubblica. Si veniva, per tali vie a creare una situazione sempre più complessa che conduceva necessariamente a configurare delle ulteriori, incisive, forme d’intervento nel sociale,avvenute spesso in maniera totalizzante, da parte della istituzione statale. Nel particolare, l’interventismo statalista si veniva sviluppando attraverso una crescente gamma delle attività pubbliche espressive di una sempre maggiore ingerenza statale nella sfera economica nazionale. Un settore cruciale per un Paese laddove, d'altra parte, l'intervento regolatore del gioco di mercato cominciò a poco a poco ad essere sollecitato sia dagli stessi capitalisti che, per motivi opposti, dai non capitalisti. Dai primi che agivano, per interesse, allo scopo di ottenere misure protezionistiche a concreto vantaggio dell'agricoltura o dell'industria ed invece dagli altri, per avere qualche riscontro, aiuto e legittimazione rispetto alle proprie crescenti rivendicazioni. Invece, contro questi interventi ritenuti di natura pubblica, o meglio assistenziale, comportanti una sempre maggiore portata economica e di bilancio protestavano, come ancora oggi protestano, i teorici del liberalismo economico “puro”. Questi però senza accorgersi che la contraddizione era già sorta, senza poter essere sanata, dalle stesse basi fondanti dell’individualismo integrale che agli albori tanti avevano predicato. Tuttavia, mentre i più ortodossi preferirono, come ancor oggi preferiscono, chiudere gli occhi di fronte ad una tale realtà incalzante, continuando ad aver fede assoluta nell'assenteismo statale, i meno utopistici e forse meno logici, degli interpreti si avviano alla definizione di un giusto compromesso: dentro il quale, proprio quella contraddizione distintiva fanno assurgere a principio politico.

VI.11.
Il socialismo di Stato.
Tra liberalismo e socialismo sorgeva “il socialismo di Stato” per il quale, con o senza avervi precisa coscienza degli effetti consequenziali, si schiereranno tanti pensatori, scienziati e politici. Avverrà così anche nel campo economico, quando il sorgere delle più classificate antinomie renderà ormai inconciliabile quel confine che in origine era stato tracciato fra anti e statalismo. In particolare, renderà irriducibile quella distanza esistente fra privato ed interventismo pubblico allargato nei fattori che unitamente alla pratica impossibilità della loro soluzione contestuale cominciarono a preparare il terreno idoneo per attuare una revisione radicale del problema insorto. Laddove, i precedenti veri di una tale rivisitazione critico metodologica vanno ricercati nelle fonti del cd pensiero idealistico e in particolare alle radici di un movimento filosofico che, a partire dagli ultimi decennî del XVIII secolo, aveva cominciato a contrapporsi concettualmente, eppure in via analitica, all'affermazione del pensiero illuministico, razionalistico ed empiristico. In tale compito ponendosi piuttosto sulla scia del pensiero migliore del Rinascimento italiano che invece era espressione di un individualismo ben più profondo e spirituale per cui l'individuo stesso viene portato a coincidere con l'universale. Così come, sempre concettualmente, l'universale in esso s'incentra e si cominciano a dare dei frutti migliori che tuttavia si pongono in deciso contrasto rispetto all'astrattismo del pensiero franco-inglese. In particolare, ciò si nota nei pubblicisti della nostra tradizione più legata a Giovanni Battista Vico, grande pensatore italico, nei filosofi dell'idealismo tedesco come negli spiritualisti italiani della prima metà dell'ottocento, comincia a farsi strada un concetto diverso di libertà politica. Quello nel quale il dualismo di libertà e autorità e quindi di individuo e Stato viene ad essere riconosciuto come il fondamento necessario della superiore sintesi in cui consiste la vera libertà. Si inizia ad operare in tal modo la demolizione di tutti i dogmi dell'illuminismo precedente, soprattutto, di ogni presunto aspetto trascendente il valore naturale.
In questa rinnovata visione lo schema ideale e giuridico dello Stato moderno, quale concretamente scaturito dagli esiti dirompenti della rivoluzione francese, comincia a mostrare la fragilità delle sue basi di partenza. Sia perché troppo materialistico che quindi arbitrario ed inizia invece ad apparire in migliore luce il giusnaturalismo da cui deriva ed il diritto, come ogni altra manifestazione spirituale, acquista un significato immanentistico che troverà una prima compiuta espressione nella cd. “teoria dello stato giuridico” e proprio in tal senso si configura il vero concetto moderno di Stato. Mentre, nel campo economico, per un verso, si prepara il terreno alle teorie dell'economia nazionale, per altro verso, si pongono, forse senza averne neppure piena consapevolezza, le premesse ben diverse del socialismo marxista. In ogni caso, si viene a superare l'utilitarismo astratto della scuola classica nel mentre però ancora s'intravvede la necessità di sollevare il tema distinguendo la cognizione dell'economia rispetto all'etica.
Infine, l'ideale educativo si viene a spostare dal metodo contraddittorio in negativo proprio di Rousseau avvicinandosi a quello più spiritualistico, invece espresso negli scritti del Rosmini, di Gioberti e di Lambruschini. Con i quali si riesce a dimostrare sotto ogni possibile suo aspetto cognitivo che l'individualismo empiristico depaupera, riduce quando addirittura non finisce poi per svuotare di ogni contenuto pratico la sfera essenziale delle libertà. Tutto ciò viene a conferma del fatto essenziale che ogni valore non può essere solo un mero presupposto, bensì deve porsi come il fine ultimo e più alto dell'attività umana.
Tuttavia, nel liberalismo più moderno che particolarmente in quelle nuove forme si viene preparando non appare sempre rigorosa la coscienza di rappresentare quella che si definisce una visione neo immanentistica. In effetti, ora pur volendo i nuovi profeti andare oltre gli stretti termini originari dell'illuminismo, l'atteggiamento, tanto più polemico è contro di esso, finisce poi con il far nuovamente valorizzare i residui di una trascendenza religiosa o filosofica. In specie, in Italia, per l’esistenza di una tradizione religiosa che in particolare può essere verificata quale terra ove la storia del liberalismo, almeno dal 1848 in poi e sia esso di destra o di sinistra, non riuscirà mai a liberarsi dalle contraddizioni che le furono proprie alfine entrando in una strada senza uscita.
Mentre, diversa negli esiti, sarà la soluzione dapprima specificamente filosofica e poi giuridica adottata in Germania laddove invece, dopo il raggiungimento della massima potenza e della conseguente espansione economica, creandosi la “potenza” si equivocherà sul significato dialettico del binomio di individuo e Stato. Fin tanto che la concezione finirà per degenerare gravemente, con gli effetti drammatici che il mondo intero ben potrà conoscere per sconfinare nella situazione più perversa e pericolosa: ovvero in quella definita di “statolatria” ed è proprio questo il termine utilizzato da Ugo Spirito nel suo scritto.
Infatti, nel procedere ancora in avanti andando per tale contorta via ricostruttiva si stavano delineando delle conseguenze ideologiche profondamente deviate evocanti ancor più gravi pericoli nella derivazione. Con questi ultimi dei quali purtroppo si comincerà concretamente ad accorgersi, soprattutto in Italia, solo a partire dalla crisi della seconda metà del XIX secolo. Quando però i fenomeni in atto, denunciati da alcuni acuti osservatori ed invece da molti altri sottovalutati ed anzi ignorati dai più, sempre alquanto tardivamente, saranno finalmente più compiutamente analizzati. Tanto che essi appariranno infine, come erano, nella loro realtà quali gravissime problematiche, prendendo piena luce, ma solo nei primi decennî del secolo ormai trascorso quando, dalle macerie sociali e politiche nostrane, sorgerà il movimento fascista.
In conclusione, da Spaventa a Gentile, la tradizione del pensiero moderno italiano ed europeo viene ad essere così determinata nelle sue linee  portanti.

I PARTE

II PARTE

III PARTE

IV PARTE

V PARTE
di Federico PALUMBO, con la collaborazione di Giorgio PALUMBO
18-01-2018

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