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STORIA DEL GIORNALISMO ITALIANO, ALBERTO BERGAMINI E LA NASCITA DEL GIORNALE D’ITALIA” (1901) | III PARTE

Alberto BERGAMINI, nacque a San Giovanni in Persiceto (Bologna) il 1° giugno del 1871 da Luigi e da Gaetana ANSALONI, vedendo la luce in una sana famiglia di medie tradizioni borghesi e di media se non proprio modesta condizione sociale.

La nota biografica che viene ad essere sviluppata nel testo è stata, in gran parte, tratta dall’omonima voce redatta sulla figura di Alberto BERGAMINI pubblicata nel Dizionario biografico degli italiani - Volume 9 - edizione del 1967. Si tratta di una voce biografica curata dallo storico Alberto MONTICONE che aggiuntivamente viene al presente ad essere integrata con altri dati documentali. Questi sono in particolare tratti dai fondi documentali richiamati in premessa.
Per un primo orientamento generale sulla figura complessiva e sulle attività del BERGAMINI si possono consultare le tante notizie che su di lui sono contenute nella pubblicazione curata dalla Biblioteca “G.C.Croce” di San Giovanni in Persiceto (in provincia di Bologna, luogo di nascita del B.) intitolata: “In memoria di Alberto Bergamini”  edita in Bologna nel 1964.
Ivi compreso il testo della sua solenne commemorazione tenuta, il 28 dicembre del 1962, pochi giorni dopo la morte da  M. Gandini e A. Marzocchi ed una nota di bibliografia essenziale redatta sempre a cura del medesimo Gandini ed intitolata: “Scritti del B. e sul B.”

      * * * * *

Nella cittadina natia consegue meritoriamente il diploma di studi superiori presso la locale Scuola tecnica e poi, anche per strette necessità familiari, si doveva indirizzare verso un lavoro. Deve opportunamente essere qui ricordato che allora gli studi universitari nelle poche Università italiane, compresa quella viciniore di Bologna, erano assai costosi e quasi unicamente riservati agli appartenenti alle classi sociali più abbienti. Tuttavia egli, a sorpresa, invece di dedicarsi ad una attività lavorativa come gli sarebbe stato subito consentito dal diploma conseguito, continuò a coltivare in proprio, sia pure solo per alcuni mesi, gli studi letterari.
Con ottimo profitto, evidentemente affinando un’innata dote personale.
Presto, evidentemente guidato da quella forte vocazione, indirizzandosi al settore nascente del giornalismo nazionale, infatti se pensiamo che lo stesso “Corriere della sera” era stato fondato appena nel 1876 possiamo rendere bene al lettore la particolarità di quella scelta compiuta nell’anno 1890.
Nella nostra Italia, lettere, cronache, diari ed anche il settecentesco “Il Caffè” vero progenitore dei successivi giornali erano fioriti insieme con le conoscenze culturali nelle varie epoche storiche con situazione note ad alcun e non certo alla massa, ma prendendo una tale decisione, in quell’epoca ancora originale, coraggiosa e riservata a pochi eletti, il Bergamini sapeva di rischiare se non proprio di doversi occupare di un’attività pionieristica.
Quindi, in quell’anno 1890 e ancora meno che ventenne, si trasferì nella città capoluogo regionale, Bologna, sede di cultura e di una antica Università quivi effettuando una breve, ma assai intensa, collaborazione svolta presso il quotidiano bolognese Il Resto del Carlino laddove opera alacremente nella redazione centrale della testata giornalistica. Con questa che dichiaratamente, già nell’intestazione di prima pagina, veniva definita il quotidiano di Bologna ed aveva, come ancor oggi, capillare diffusione nei territori dell’Emilia Romagna. Sarà questa un’esperienza fondamentale per la sua formazione.
Ricordiamo che il giornale era stato fondato, pochi anni prima dell’arrivo di Alberto BERGAMINI, il 21 marzo del 1885
Come detto, si trattò di un ambiente ideale per formare quel giovane preciso ed intraprendente, arso dal desiderio di conoscenza e di successiva divulgazione, l’arte vera dell’attività giornalistica nella quale le sue innate qualità professionali vennero subito ampiamente riconosciute e da tutti apprezzate.
Sarà questo un dato di natura obiettiva visto che assai presto la sua dimostrata professionalità venne ad essere richiesta altrove.

III.1
L’incarico alla direzione del Corriere del Polesine a Rovigo.

Tanto è vero che già nel corso del successivo anno 1891, quando era appena ventenne venne chiamato ad operare nella città di Rovigo ove gli fu offerto un contratto di collaborazione presso la sede di un organo informativo per svolgervi l’attività giornalistica.
Infatti, gli venne offerto di operare nella redazione centrale de “Il Corriere del Polesine”, giornale quotidiano con sede a Rovigo che fondato nell’anno 1890 rimase in attività come testata giornalistica fino al 1927. Si trattava di un foglio locale ma ben diffuso nei territori circostanti del quale poi divenne rapidamente, nel corso dello stesso anno, direttore responsabile. Si trattava di un giornale  quotidiano, composto come allora era d’uso di sole quattro facciate, piuttosto rappresentativo nelle zone del delta del Po, in quelle limitrofe della provincia di Rovigo e delle aree circostanti del Veneto che costituiva un tipo di giornale pienamente confacente alle sue stesse idealità. Poiché rappresentava un organo di stampa locale che, nella linea editoriale tenuta dall’epoca della sua recente fondazione, aveva fatto evidente riferimento alle idealità proprie del gruppo politico conservatore, liberale, e monarchico a livello regionale, ovvero collegato alle medesime radici del B.
Un foglio giornalistico che assumeva, come avveniva in quel periodo per molti altri giornali editi nei territori della provincia italiana, un carattere prevalentemente elettoralistico: infatti riempiendosi di contenuti in vista delle varie votazioni locali. Tuttavia, anche in questo secondo impegno il direttore neofita riuscì presto grazie all’opera consentitagli dalle sue qualità organizzative a trasformare positivamente la situazione. Ciò avvenne attraverso le doti dimostrate sul campo e sopratutto espresse in quelle attitudini che, nei tempi attuali, certamente definiremmo quali moderne capacità manageriali con la introduzione di tante importanti novità rispetto alle più tradizionali strategie editoriali.
In effetti, nel corso di pochi anni sotto la sua direzione riuscirà tangibilmente a far diventare quel foglio quotidiano di periferia intanto una solida realtà giornalistica e inoltre a configurarla quale innovativa impresa editoriale. Infatti, la stessa era giornalisticamente indipendente dai poteri locali e da particolari finanziamenti ma contemporaneamente il B. ne riuscì a fare una sempre più fruttuosa impresa editoriale. Nell’ambito organizzativo della quale ricopriva molteplici responsabilità. Infatti, oltre a rivestirvi l’incarico trainante della direzione responsabile, quale capo della redazione giornalistica, egli per contratto si doveva occupare a tempo pieno ed in piena autonomia decisionale dell’intera amministrazione dell’impresa editoriale, ricomprendendo l’assunzione di tutte le decisioni operative. In pratica, tutte le azioni ritenute necessarie per la migliore diffusione editoriale quindi erano concentrate nelle mani del nostro che si doveva occupare anche degli aspetti commerciali dell’impresa editoriale ma rimaneva autore degli articoli più importanti continuando a svolgere, in contemporanea, un’assai intensa ed anzi infaticabile attività redazionale.
Tuttavia, egli riuscirà ad occuparsi con altrettanta capacità anche degli altri aspetti materiali ivi compresi quelli che attualmente si direbbero commerciali o di natura manageriale, in quanto necessari nei vari settori  per le esigenze della testata diretta. Tanto che la vita economica del quotidiano ebbe grande sviluppo traendo vantaggio da quelle forme gestionali tanto dirette quanto efficaci ed innovative per l’epoca. Infatti, nei risultati positivi conseguiti proprio grazie all’applicazione di quelle iniziative venne garantita la necessaria autonomia finanziaria e di bilancio resa possibile dalle superiori entrate finanziarie da lui assicurate, attraverso un’ampliata capacità di penetrazione sul mercato. Per quei tempi era un raro utile gestionale di attività che venne innovativamente conseguito, in particolare, con il successo editoriale recatogli da un'ampia raccolta di inserzioni pubblicitarie: il giornale si apriva all’economia produttiva del territorio.
Deve ancora aggiungersi che il Corriere del Polesine comunque non si limitò nei suoi rinnovati orizzonti giornalistici a trattare esclusivamente i temi della vita locale o regionale: poiché, al contrario, il neo direttore B. gli diede invece una molteplice varietà di contenuti. Si configurò un dato molto innovativo per quell’epoca di stampa ed infatti all’obiettiva vivacità editoriale veniva aggiunta per alimentare  l’interesse diversificato dei lettori la creazione di numerose rubriche accessorie. Inoltre, il direttore cercò di ampliarne l’orizzonte e su quel foglio periferico così rinnovato vennero pubblicati, abbastanza frequentemente, degli articoli politici recanti argomenti e relativi commenti di interesse generale quanto di prospettiva nazionale, ben indirizzati alla platea in ascesa dei lettori. Tanto è vero che nel 1898 a seguito della pubblicazione di un suo discusso articolo di fondo che molto sviliva la reale figura di statista di Francesco CRISPI  (1819 - 1901) uomo politico, statista, patriota del risorgimento siciliano, Ministro dell’interno e Presidente del Consiglio del Governo negli anni fra il 1893 ed il 1896 ebbe sviluppo un’assai aspra polemica, in particolare insorta con Felice Cavallotti, poeta, scrittore, uomo politico della sinistra estrema (1842-1898) che morirà a breve proprio a seguito delle ferite riportate in un duello,  finita in una contesa che rischiò di essere risolta addirittura con un duello.
In ogni caso, l'attività da lui svolta a Rovigo capoluogo del Polesine rese noto e non solo negli ambienti giornalistici del nord est dell’Italia il giovane direttore: tanto che in effetti già nel marzo 1895 egli ebbe ripetute offerte dai proprietari della “Gazzetta di Ferrara” per assumere la direzione di quel quotidiano emiliano a diffusione locale un giornale ambizioso negli obiettivi ivi fondato fin dal 1848 e che rimase in pubblicazione fino al 1929.
Tuttavia, in quella fase il B. preferì rimanere a Rovigo soprattutto perché, con molta probabilità, dalla proprietà della testata non gli vennero in occasione della discussione sull’offerta di conferimento del nuovo incarico  fornite quelle sufficienti assicurazioni che da lui erano ritenute come essenziali. Ovvero, quelle di avere una piena libertà nell'azione direttoriale oltre che di ampia possibilità organizzativa con autonomia decisionale, organizzativa e redazionale. Quindi, di  quelli operativi occorrenti per i contenuti giornalistici ed imprenditoriali, almeno pari a quelle che aveva avuto modo di sperimentare come modello di organizzazione, con sempre crescente successo, nella sede di Rovigo.
Successivamente, un'altra offerta che sembrava interessante gli pervenne ma neppure essa venne accolta, nel 1899, questa volta proveniente dall'on. Suardi Gianforte, un importante uomo politico lombardo, il quale lo voleva incaricato, sempre nella rivestita qualifica di direttore responsabile, al vertice della Gazzetta Provinciale di Bergamo che all’epoca era un nuovo giornale quotidiano politico, amministrativo, letterario e commerciale.
Una testata che venne edita nel periodo ventennale corrente fra il 1881 ed il 1910.

III.2.
Nuovi orizzonti si aprono al Bergamini.

Tuttavia, la sua migliore attesa fu comunque fruttuosamente premiata dato che nel corso di quello stesso anno, 1899, Alberto B. che ricordiamo, all’epoca, era appena ventottenne ma ricopriva l’incarico di direttore già da sette anni, venne chiamato ad occupare un posto per lui assai più importante, di corrispondente da Roma, capitale  politico amministrativa del Regno, del Corriere della Sera.
Era una collaborazione realmente prestigiosa che realizzava un primo evento professionale veramente determinante per la sua successiva carriera di vertice. Quello attuato con l'entrata al Corriere milanese ed il suo passaggio, neppure trentenne, nella più ristretta fila del giornalismo di più alto livello nazionale.
Nella realtà dei fatti deve qui ricordarsi come la vera condizione determinante, per la sua chiamata ed assunzione presso il grande quotidiano milanese, fosse stata quella dell'incontro precedentemente avvenuto nel 1896 con Luigi Albertini (1871-1941). Una figura poliedrica che resta nella storia nazionale del giornalismo italiano ricordato non solo come grande giornalista e per il fatto di essere stato così lungamente direttore de “Il Corriere della sera” ma, anche, come primo moderno organizzatore di un’impresa editoriale dopo le pionieristiche intuizioni societarie gestionali di TORELLI VIOLLIER sempre riferite al giornale milanese. Quell’incontro configurò una circostanza feconda intanto per l’immediata simpatia derivatane, poi divenuta nel tempo grande stima reciproca, fra i coetanei. Un sentimento che si era consolidato quando il nostro protagonista dirigeva il Corriere del Polesine mentre Luigi Albertini, presso la sede centrale di Milano, ricopriva l’incarico strategico di segretario di redazione del quotidiano meneghino. Poi ne sarà direttore per circa 25 anni fino a che la dittatura glielo consentirà.
Il destino parallelo con Luigi Albertini.   
Questi fu giornalista, anch’egli uomo politico assai rappresentativo per molti decenni, segretario ed organizzatore della redazione centrale del quotidiano meneghino il “CORRIERE della SERA” per divenirne a partire dal 1900 direttore, incarico mantenuto per ben venticinque anni, sino al 1925, quando la protervia fascista gli impose di lasciare poi si ritirò a Roma ove continuò a far parte del Senato del Regno.
La testata anche allora prestigiosa, laddove in effetti svolse tutta la sua brillante carriera durata fino a quando il regime dittatoriale glielo concesse.
Tanto che, proprio in questo, il suo destino personale, seppure svoltosi in un arco temporale di vita più breve, risulta essere singolarmente analogo a quello di Alberto Bergamini, suo coetaneo. Infatti, Luigi Albertini era nato ad Ancona nel 1871 quindi nel medesimo anno di quello che presto diverrà suo collega ed amico e facendo proprio come lui,si era subito dedicato dagli studi letterari all’attività giornalistica. Dopo essere entrato al “Corriere della sera” egli divenne dapprima redattore, poi segretario della redazione centrale di Milano, incaricato di ampi compiti organizzativi, predisposti secondo il ricordato schema operativo gestionale introdotto alcuni anni prima dal Torelli Viollier. Per arrivare infine alla direzione del quotidiano nel 1900: quando ancora non era trentenne.   
Mantenne quell’incarico prestigioso per un periodo di oltre venticinque anni, fino al 1925, riuscendo a consolidare sempre più il prestigio del giornale presso il ceto medio borghese di tendenze moderate, liberali e monarchiche di quell’epoca, pur senza  mai chiudere ad istanze diverse. Di fatto venne costretto, circa due anni dopo quanto accaduto all’amico B. a lasciare il suo incarico dal regime dittatoriale fascista che non poteva certo tollerare il prestigio personale del quale godeva e l’autonomia di pensiero del personaggio.
Infatti, l’espressione libera delle idee di area liberale propugnate negli editoriali, anche se con le opinioni conservatrici professate, unitamente all’incoercibilità dei contenuti giornalistici che venivano autonomamente decisi, non potevano essere certo sopportate dalla crescente tirannia fascista. In conseguenza, egli dovette lasciare quella prestigiosa direzione ritirandosi a Roma.
Laddove, insieme al BERGAMINI, continuò a far parte del Senato del Regno, oltre che a fare opera di valente scrittore.
Morirà nella capitale nel dicembre del 1941 durante la guerra ed ancora nel pieno della dittatura fascista.

III.3.
Il costante riferimento alla politica monarchico liberale.

Tuttavia, una volta arrivati a questo punto della ricostruzione la vicenda personale e professionale, ormai nota del nostro protagonista, si viene per indispensabile necessità ad intersecare più strettamente con quelle complesse dinamiche frutto proprio della politica nazionale di allora.
Infatti, in seguito, e siamo giunti agli inizi del 1901 per poter meglio consolidare il peso politico raggiungibile nell’opinione pubblica nazionale di idee moderate, individuandone degli strati sempre più vasti, qualcuno dei politici di area pensò di avviare una iniziativa editoriale importante. Tanto che in effetti il gruppo di opinione liberale dei conservatori, di tradizionale tendenza monarchica, in specie quello facente capo allo statista Sidney Sonnino. Questi era un uomo di diritto, Avvocato, politico nazionale, nato a Pisa nel 1847 visse poi prevalentemente a Roma, ove morirà nel novembre del 1922.
Proveniente da una nobile famiglia, di origine ebraica, fu diplomatico e uomo politico di alto livello, Deputato al Parlamento dal 1880 e poi Senatore del Regno fino alla sua morte, più volte Ministro, si occupò in particolare dei problemi del Bilancio statale, della Banca d’Italia e della necessaria regolamentazione del settore strategico del credito bancario nazionale, oltre a essere sempre stato un fautore della risoluzione della cd “Questione meridionale”.
Insieme al SALANDRA, valutata quella contingente situazione politico istituzionale come carente nella diffusione degli ideali liberali propugnati, decise di prendere concreta iniziativa per una informazione mirata attraverso la rapida fondazione di un nuovo quotidiano a tiratura nazionale, con sede nella capitale. Un organo editoriale intanto funzionale nel suo messaggio rispetto alle idealità professate e che allo stesso tempo ne fosse un diretto ed efficace portavoce verso il pubblico dei lettori. In modo da riuscire contemporaneamente sia ad esplicarne al meglio le posizioni del gruppo politico di riferimento che farne strumento diffusivo di larga e moderna informazione.
Una testata giornalistica che nasceva per introdurre un messaggio specificamente rivolto al ceto medio in forme e termini diversi dagli altri e per quei tempi piuttosto innovativi.
Quindi, un foglio informativo destinato a raggiungere negli interessi più sentiti dalle classi sociali intermedie, allora in particolare ascesa, che furono individuate come quelle di riferimento dei lettori potenziali. Infatti, all’epoca, proprio quello che si è appena descritto era il segmento di popolazione in costante ascesa numerico rappresentativa.
Un fenomeno che avveniva quale conseguenza diretta del maggiore benessere sociale che si stava raggiungendo nel nostro Paese.
Inoltre, era proprio quella fascia di popolazione in progresso a dimostrare un sempre crescente interesse informativo.
Nei fatti, avviata la fase di fondazione dell’impresa, per dirigere il nuovo giornale venne individuato per le caratteristiche professionali ed organizzative possedute proprio il BERGAMINI, quale soggetto professionale giudicato, a ragione, in grande ascesa invitato a rivestire la funzione dall’onorevole SONNINO in persona. Sempre collocando gli avvenimenti nel quadro temporale di riferimento si deve ricordare altresì come egli in precedenza, a marzo di quello stesso anno, fosse stato chiamato da Luigi Albertini, a Milano, alla sede del Corriere della Sera per essere incaricato di occuparvi, in sede di redazione centrale, un ruolo giornalistico di preminente importanza, seppure non ancora direzionale. Tuttavia, dopo aver giustamente avuto più di qualche esitazione, in specie per la difficile scelta, anche di vita, da dover compiere nel decidere di vivere fra Roma e Milano e nel primo caso con un ruolo manageriale ancor più da protagonista da svolgere, egli scelse questo. In effetti, pur essendo un soggetto professionale ben conscio dell’impegno come delle connesse, onerose, responsabilità esistenti e con queste determinate dai compiti assai vasti che nella nuova impresa gli venivano affidati. Comunque, una volta deciso di accettare la sfida, da subito, il neo incaricato direttore, nonché co-fondatore, si mise alacremente all’opera dedicandovisi con grande entusiasmo.
Così dimostrando, nel concreto dei fatti ed attraverso l’esercizio di quelle capacità organizzative che all’evidenza possedeva innate di poter attendere alla cura di ogni dettaglio della complessa fase di preparazione logistica ed operativa che si rendeva necessaria per il lancio del nuovo giornale nazional-popolare.

III.4.
La fase di avvio del nuovo quotidiano nel corso del 1901.

Per meglio consentire la nascita di quello che sarà poi denominato “Il GIORNALE d’ITALIA”, alla fine del giugno del 1901, veniva appositamente costituita in Roma una società commerciale, in accomandita semplice, una S.a.s. specificamente denominata "A. Bergamini e c." creata per poter sostenere “in proprio” la gestione economica delle onerose attività di stampa. Si trattava dell’utilizzo di una nuova modalità organizzativa che meglio preservava l’autonomia della redazione, con una formula sperimentata presso altri giornali. Esattamente plasmata sul modello di quella tipologia che il direttore Torelli Viollier aveva in precedenza creata per il “Corriere della sera” attraverso la individuazione della innovativa funzione del socio accomandante, Direttore.
In altre parole, quindi, dell’impresa giornalistica moderna.
Infatti, si voleva che queste attività accessorie o strumentali dovessero avvenire in proprio per il nuovo quotidiano che nasceva a tiratura nazionale.
Si trattava ora di sceglierne la denominazione, e qui, dopo aver avuto più di qualche incertezza sul titolo da dare al nascente foglio, laddove, Domenico Oliva, già brevemente direttore del Corriere della sera, prima del 1900, venendo dopo Torelli Viollier aveva proposto il nome: "La Patria". il Sonnino preferiva invece un titolo più generalista quale:" L'Italia" nel mentre, il Bergamini stesso propendeva per denominarlo come: "La Fiamma"; oppure, in alternativa, riprendendo un vecchio titolo di una rivista che molti anni prima era stato coniato sempre dal Sonnino: "La Rassegna". Tuttavia, alla fine, il nuovo quotidiano nazionale di area monarchico liberale tradizionalista venne ad essere denominato in questo raggiungendo, nei termini, una felice sintesi complessiva: “Il Giornale d’Italia”.
 
Nasceva così il nuovo quotidiano portatore di tutte le sue ambiziose prospettive di partenza, soprattutto quella di poter rappresentare le intere classi sociali centrali e moderate della nazione, quelle che venivano individuate nelle vesti dei potenziali lettori.
La società commerciale in accomandita, proprietaria dell’impresa, era composta dal gruppo dei finanziatori editoriali ed annoverava nella propria compagine, oltre all’on. Sidney Sonnino ed al Salandra, alcune altre figure di sicura importanza nazionale. Quali:
- Pietro Bertolini, Cesare Ferrero di Cambiano, Giovacchino Bastogi, Emilio Maraini, Giuseppe Potenziani, Eugenio Bergamasco ed Enrico Desiata.
Proprio agendo in tal modo attraverso l’assetto societario e commerciale si venne a realizzare in un’epoca ancora da considerare pionieristica un assetto realmente innovativo dell’attività imprenditoriale di natura giornalistica. Laddove, il B. quale principale figura incaricata dell’impresa ed oltre ad essere il direttore del giornale, come tale posto a capo della redazione giornalistica, vi rivestiva anche un ruolo gestionale. Nel particolare, il coevo incarico operativo consisteva in quello di svolgere le funzioni di responsabile amministrativo ed organizzativo: il gerente reale della complessiva impresa costituita nella società editoriale.
Quindi, attraverso tali nuove forme operative si vennero a realizzare sia un assetto direttivo snello, decisionale, di impronta più moderna e non solo deputato alla materiale gestione dei mezzi disponibili quanto al reperimento commerciale di nuove risorse. Un’attività da ritenere sub specie imprenditoriale con la quale, soprattutto, si otteneva il risultato di rendere effettiva la garanzia dell’autonomia dell’attività giornalistica che sotto il profilo economico non era affidata ad alcun altro.
Proprio per questo l'impianto iniziale del nuovo periodico richiese, per la sola fase di avvio dell’impresa, alcuni mesi di lavoro assai intenso.
Infatti, nel periodo che si rese necessario ad avviare l’impresa, si configurò per il B. un impegno personale molto gravoso dato dalla contemporanea necessità di dover organizzare un'efficiente redazione centrale ed inoltre, contestualmente, individuare un’ottima rete di corrispondenti tanto in Italia che all’estero.
Finalmente, alla data della sua prima uscita in edicola materialmente avvenuta nei giorni del 16-17 novembre 1901, benchè sul frontespizio del GIORNALE d’ITALIA vi fosse indicata quella del 15 antecedente, la redazione nazionale del nuovo quotidiano era composta dai seguenti giornalisti e collaboratori: oltre al citato Domenico Oliva, che sicuramente doveva ritenersi il primo collaboratore del direttore, vi erano  Bacchiani, Raimondi, D'Atri, Torre, Cafiero e Della Porta.
Mentre, nelle principali piazze estere operavano le seguenti firme, alcune prestigiose: il corrispondente da Vienna era Alberto Albertini. Si trattava del fratello di Luigi Albertini che dall’anno precedente, il 1900, era divenuto il direttore responsabile del “Corriere della sera”. Mentre, da Parigi, almeno inizialmente rivestì quelle importanti funzioni, quale inviato speciale, Ugo Ojetti che presto sarà affiancato dalla importante collaborazione di L. Schisà. Come si può vedere dai nomi appena indicati, si trattava di una redazione centrale che nasceva con collaboratori assai illustri e fra questi vi era in particolare l'Oliva. Questi aveva avuto un’esperienza direzionale del Corriere della Sera dopo quella svolta dal precursore Torelli Viollier tanto che, come in precedenza ricordato, nell’occasione della fondazione, era stato uno dei più qualificati collaboratori. Anzi, il redattore di un completo promemoria tecnico sulle caratteristiche editoriali innovative che avrebbe dovuto assumere il nuovo quotidiano.
In modo da partire bene con interesse dei potenziali lettori e vendite tanto da plausibilmente rivaleggiare sia per diffusione che per i contenuti non solo con La Tribuna ed Il Messaggero di Roma. Il primo era un giornale quotidiano fondato a Roma, nel 1883, dai politici Alfredo BACCARINI e Giuseppe ZANARDELLI con questi che erano tra i cinque membri della corrente della sinistra storica la c.d. «pentarchia». Una testata che inizialmente ebbe un buon successo editoriale per sopravvivere in stampa poi fino al novembre 1946. Mentre, per sua parte, Il quotidiano “Il Messaggero” che costituiva una testata ormai storica della capitale, tuttora in stampa, venne fondato nel 1878.   
Ma il nuovo quotidiano voleva rivaleggiare anche con le altre importanti testate giornalistiche allora esistenti, ad esempio, La “Stampa” di Torino ed “Il Mattino” di Napoli. Allora, cercò innovazioni originali in contenuti e rubriche proprio al fine di poter assumere, nel più breve tempo, una propria fisionomia editoriale che risultasse ben marcata nelle differenze rispetto al confronto iniziale, in partenza impari, con gli altri quotidiani nazionali citati.
In particolare, si doveva ricercare ogni profilo di attenzione, innovando proprio nei contenuti editoriali concreti che potevano essere dati all’informazione giornaliera, di renderli interessanti ed immediati nella comunicazione che veniva ricercata verso un sempre vasto pubblico di lettori. Inseguendo l’obiettivo ambizioso di riuscire a conquistare al nuovo giornale degli ampi spazi di lettura ed in particolare diffusione nei territori delle provincie centro-meridionali.
Al riguardo si deve notare una particolarità positiva. Ovvero che un vero e proprio programma politico editoriale impegnativo per il neo quotidiano non venisse in realtà formulato e quindi direttamente esplicato al pubblico dei lettori destinatari. Tale scelta della comunicazione non fu casuale poiché la linea editoriale doveva in pratica coincidere nei tempi, come nella stessa formulazione del linguaggio divulgativo e di proposta, con quella linea politicamente espressa dai promotori. Ovvero, rispettando nel messaggio giornalistico reso al pubblico una conformità informativa rispetto alle vedute politiche del gruppo capeggiato dal Sonnino e dal Salandra. Laddove, proprio il primo, in particolare era da considerare come il vero artefice, promotore ed ispiratore di quel complessivo progetto politico giornalistico. Una situazione informativa che, nei fatti, era quasi di “porta voce” editoriale di quel gruppo politico sociale, di messaggi, stilemi ed ideali seppure qualificati. Come si può trarre, peraltro con estrema chiarezza cognitiva, dagli stessi termini letterali che da questi furono sintetizzati al neo direttore incaricato A. B. con gli obiettivi da dover conseguire che si trovano contenuti in una lettera scrittagli nell'agosto del 1901 e quindi pochi mesi prima dell’uscita del primo numero:
“Occorre difendere le classi conservatrici e capitalistiche, ma esercitando sempre una forte pressione anche su di esse perché non confidino soltanto nella violenza e nella prepotenza, e perché facciano una parte equa anche alle classi lavoratrici”.
Al riguardo, deve dirsi che il nuovo giornale non vedeva la luce con l’unica volontà di cercare di raccogliere indistintamente, intorno a sé, tutte le forze conservatrici che a vario titolo socio economico erano presenti nel Paese. Al contrario, quel “debuttante informativo” aveva ben diversamente l’obiettivo principale, strategico quanto ambizioso, di riuscire a conquistarsi dentro quell’ambito sociale che ne costituiva il riferimento prioritario, il ruolo di organo preferenziale di stampa.
In altre parole, di cercare di divenire stabile centro di aggregazione informativa, leggi propaganda anche elettorale, per la diffusione ideale del messaggio rivolto, a preferenza, verso alcune forze sociali. Alle fasce sociali da considerare più direttamente sensibili rispetto alle idee propugnate dagli esponenti della corrente politica che faceva capo allo statista Sonnino ed in questo si trattava di un ruolo equilibrato e da raggiungere attraverso assegnazione di un compito preciso da svolgere. Da un lato, tenendo ben presenti le preferenze verso quell’entità socio-politica di riferimento che si trovava in espansione demografica continua. Rispetto alla quale si doveva cercare di essere fedeli interpreti degli interessi preminenti da individuare nella divulgazione giornalistica rispetto alle esigenze di classe in consolidamento. Quindi, quale formazione sociale centrale della società italiana di quel periodo storico e che tanto fedelmente si voleva rappresentare ma, dall’altro, di riuscire a mantenere una propria visibile autonomia, anche per potersi nettamente distinguere dalla componente facente capo al politico rivale di Rudinì ed in effetti così avvenne. Qui il riferimento è rivolto ad Antonio Starabba, Marchese di Rudini  (1839-1908) uomo politico siciliano che fu più volte Ministro e Presidente del Consiglio nel Governo nazionale, prima del 1900.
Il primo numero del nuovo quotidiano nazionale uscì nelle edicole italiane il 15 novembre del 1901.

III. 5.
Analisi dei contenuti editoriali.

Ricordiamo che il numero iniziale del nuovo quotidiano, pur recando nell’intestazione l’indicazione di anno I, n. 1, in realtà porta stampate le date di sabato 16 e domenica 17 novembre 1901 giorni di reale diffusione del giornale. Come di seguito viene dimostrato dalla riproduzione di quel frontespizio.

Pur tuttavia, occorre sottolineare il fatto che la vita del nuovo giornale quotidiano nonostante l'ampio quanto rapido, forse neppure in tali termini sperato, successo della neo iniziativa editoriale non fu almeno inizialmente facile. Intanto perché, in effetti, scontava economicamente alcune delle onerose idee organizzative, alcune grandiose, del suo direttore ed unico gestore imprenditoriale Bergamini. Poiché, molte di queste iniziative si scontravano poi nella concreta realtà dei fatti con le inevitabili difficoltà finanziarie determinate dal passaggio dalle idee progettuali a quelle reali di attuazione. Laddove, diverse situazioni venivano a contrastare rispetto agli intendimenti di più prudente amministrazione esternati dal gruppo dei finanziatori. Istanze di maggiore cautela gestionale queste ultime spesso fatte proprie dallo stesso Sonnino, il vero promotore originario dell’impresa giornalistica che si assumeva il frequente compito di moderare continuandolo ad incoraggiare il B. Il politico era la figura che peraltro, come deve essere qui doverosamente ricordato, più volte, provvide facendo ricorso ai suoi averi personali a sanare le insorgenti passività finanziarie dell’impresa editoriale. Tanto che proprio quale diretta conseguenza delle difficoltà iniziali il B. presentò insistentemente le sue dimissioni. Come dapprima fece nei primi mesi del 1902 reiterandole poi ed in diverse occasioni, anche negli anni successivi: quando, più d'una volta, chiese al gruppo di riferimento di poter lasciare il giornale.
Soprattutto ciò avvenne in quelle diverse circostanze nelle quali, durante il corso della sua gestione, si ebbe a determinare qualche serio ostacolo.
Sia di ordine amministrativo che organizzativo, distributivo e commerciale, quindi rispetto alle funzioni attribuite alla sua preminente attività direttiva. Mentre, sul piano politico giornalistico il nuovo quotidiano rappresentò effettivamente il frutto positivo di una diuturna, ininterrotta, pluriennale collaborazione del B. con Sidney Sonnino.
Una stretta consuetudine personale, amicale e politica questa sempre perdurata nel tempo lungamente trascorso che venne ad essere contraddistinta da un’ampia quanto reciproca attestazione di stima. Un rapporto definibile di amicizia ma pur sempre deferente da parte del nostro che si concretava in sentimenti corrispettivi ed in particolare del B. nei confronti dello statista nazionale di colui che era stato il suo vero mentore.
Così, in progresso di tempo, “Il Giornale d'Italia” che fondamentalmente era nato come foglio di espressione divulgativa e propagandistica del gruppo, quasi una funzione di “megafono qualificato”, rivolto ai seguaci di quella particolare corrente politica della destra liberale individuati quale platea di lettori, dovrà poi cambiare linea editoriale. Infatti, quando successivamente essa sarà considerata funzionale  ad una ripresa come e contestuale rinnovamento del partito liberale monarchico, nella sostanza editoriale, cambierà il proprio volto editoriale. In seguito, il giornale andrà sempre più ponendosi in una posizione decisamente contraria, quasi di antitesi diretta, rispetto alle denegate aperture ed al denunciato trasformismo giolittiano ed in tal senso ebbe ancora a svolgere un’importante funzione para-politica di supporto. In sostanza, si configurò un particolare ruolo informativo dell’organo di stampa che venne mantenuto almeno fino a che il clima politico nazionale lo consentì e ciò accadde con crescente successo per un periodo di oltre venti anni, quelli della direzione Bergamini.
Un’epoca informativa che durò fin quando i destinatari preferenziali, costituiti dalla massa dei lettori divenuti ormai tradizionali di quel messaggio divulgativo, restò ricompreso nell'ambiente socio culturale “proprio” alla classe centro moderata di principale riferimento, ovvero fintanto che essa ebbe una prospettiva politica. In altre parole, il meccanismo informativo politico     durò fino a quando quella classe sociale centrale continuò a rappresentare la fascia importante di riferimento privilegiato dei lettori, quella per alimentare la quale il giornale era sorto e poi si era sviluppato. Ovvero gli approdi possibili e funzionali al gruppo politico editoriale di riferimento del Giornale, ma solo fintanto che le idealità moderate in Italia ebbero terreno di cultura e perdurarono, anzi mantenendosi in progresso culturale e materiale costante. Analogamente, anche la situazione sociale complessiva del Paese si mantenne in quel periodo stabile riuscendo a restare in equilibrio almeno sino all’insorgenza acuta della grave crisi complessiva dello Stato liberale. Infatti,
da quel momento di rottura avverandosi pienamente il vero e definitivo frutto avvelenato proprio di quel distruttivo ultimo periodo socio economico, dal 1919 in poi: la situazione critica che per il nostro Paese era effettivamente conseguita al primo disastroso dopoguerra, una sconfitta, mascherata da vittoria.
Occorre comunque affermare, sempre in un’ottica storiografica quanto di critica positiva, come l’apporto personale fornito dal B. rispetto all'orientamento politico del quotidiano, per tutti gli anni esaminati, possa essere in realtà conclusivamente considerato nel complesso modesto. In definitiva, restando sia nella direzione che negli editoriali firmati sempre ben allineato nelle espressioni divulgative rivolte al pubblico dei lettori, fedele interprete dei messaggi lanciati dal gruppo politico liberale capeggiato dal Sonnino. Tuttavia, con il giornale egli diede autonomia ai dibattiti ed agli interventi pubblici di questa corrente di riferimento un appoggio editoriale assai efficace, ma sempre svolto intelligentemente con relativa autonomia di pensiero. Ciò riuscì a fare, quasi con naturalezza, attraverso quelle doti personali di capacità e sorretto da un grande intuito giornalistico, qualità che certamente dimostrava di possedere in così notevole spessore.
In particolare, in occasione delle diverse tornate di votazioni elettive, riuscendo a mettere a frutto le precedenti esperienze elettoralistiche seppure di livello provinciale fatte quando dirigeva il Corriere del Polesine.
Infatti, il Bergamini seppe abilmente dissimulare, orchestrandoli magistralmente, inserendoli nei contenuti degli articoli ed editoriali pubblicati, anche i messaggi politici più propagandistici originati dal gruppo non facendoli come apparire tali. Riuscendo ad inserire, all’interno di brani informativi, dei contenuti divulgativi diversi redatti in forma di sintesi recanti i punti essenziali delle principali proposte formulate dal gruppo politico di riferimento rispetto alle varie campagne d’opinione svolte. Analogamente, in occasione delle altre molteplici iniziative giornalistiche intraprese dal suo giornale ed anche in queste situazioni sempre sapientemente miscelando informazioni, suggerimenti ed altre indicazioni. Quali fonti cognitive utilizzate poi nelle più vaste iniziative pre-elettorali prese su scala nazionale, nelle più diverse vicende di politica interna. Circostanze laddove riuscì soprattutto ad operare abilmente attraverso un’informazione specificamente resa a difesa degli interessi delle popolazioni dei territori del centro-sud ed in opposizione ai metodi di governo più spiccatamente giolittiani.

Rispetto agli orientamenti di politica estera espressi dal gruppo del Sonnino diede buona visibilità alle tesi propugnate anche a mezzo di alcune fortunate interviste fatte a livello internazionale.
Per esempio, quella di fondamentale importanza per quell’epoca, concessagli dal potente Cancelliere tedesco von Bülow pubblicata sul giornale nel corso del 1902 seguita da altri speciali contenenti una serie di servizi sulle questioni estere al tempo più sentite. Quali erano, ad esempio, quelle sulla “Triplice Alleanza”, le mire nazionali su Fiume, la Dalmazia, l'Albania, Rodi, il Dodecanneso, i problemi dell’Istria e quelli balcanici in genere, Eritrea, Libia, Somalia ed il nord Africa con tutte le manifestate aspirazioni coloniali italiane.
In proposito, resta da sottolineare come accanto alla quotidiana ed impegnativa opera direttoriale, a quelle amministrativo commerciali, di governo della redazione e di organizzazione editoriale svolte dal B. debba essere ricordata la costante collaborazione qualificata fornitagli da altri. Il riferimento è rivolto a quella, diretta o indiretta, fornitagli dai principali "esperti" di politica estera del gruppo a cominciare dal Sonnino stesso, per arrivare al Guicciardini ed  Antonio, marchese di San Giuliano, politico di quell’epoca.
Mentre, con riferimento invece alla sfera della politica interna, l'azione direttiva del giornalista divulgatore B. si espletò soprattutto in quella continua ricerca di fornire al vasto pubblico dei lettori contributi sempre più qualificati, sia di livello tecnico che documentario, sui diversi problemi nazionali.
Un compito assai impegnativo che il B. riuscì a fare spesso ospitando, con sicura professione democratica, anche contributi a firma di ospiti editoriali schierati in campi politici ben diversi.
Infatti, nella stessa redazione del giornale da lui diretto, nel tempo, entrarono fra gli altri tre giornalisti che in origine erano vicini alla figura politica di Barnaba Oriani, anche se poi presero strade ben diverse: si trattava di Luigi Federzoni uomo che, come viene riportato dallo storico De Felice, era stato da sempre molto vicino a Mussolini. Sicuramente, il soggetto più di tutti organico al partito fascista del quale divenne, in progresso di tempo, un notabile di regime per il settore stampa e propaganda posto al governo di questo settore, poi di Mario Missiroli  e Goffredo Bellonci, così come tanti altri.

III.6.
Ulteriori cenni sui contenuti editoriali.

Tuttavia, a parte i temi politici esterni ed interni, sulle colonne del Giornale d'Italia trovarono ingresso contemporaneamente ai temi seriosi anche dei contenuti molto diversi dagli argomenti politici, scientifici, culturali ed insomma tradizionali. Ovvero di quelli a contenuto impegnativo ed obiettivamente serio anzi piuttosto leggeri, comunque anch’essi tali da doversi ritenere innovativi all’epoca.
Infatti, vennero pubblicate nelle pagine interne del quotidiano e in alcuni casi, come pure occorre sottolineare, mediante accostamenti di contenuti da ritenere ampiamente discutibili, alcune cronache prettamente mondane se non proprio scandalistiche, almeno per l’epoca. Laddove, queste ultime voci più che notizie o spunti di colore venivano poi ad essere contemporaneamente pubblicate, magari affiancandole impropriamente a pezzi letterari che invece avevano dei contenuti di grande pregio e valore culturale divulgativo. Fatto è che i lettori mostravano di gradire.   
Quindi, nonostante queste obiettive pecche il giornale riuscì e forse proprio in queste varianti discutibilmente moderniste ad essere sempre più popolare presso il suo crescente pubblico.
Infatti, quanto faceva pubblicare veniva sempre più apprezzato a differenza di altri quotidiani italiani di minore livello culturale o dello stesso Corriere della Sera che rimaneva un foglio serioso, politico economico, classico ed assai meno incline a pubblicare articoli ad effetto.
Quindi, nel tempo, il “Giornale d’Italia” operava con crescente successo editoriale tanto da riuscire abbastanza presto a divenire il quarto quotidiano nazionale per tiratura, vendendo fino a 130.mila copie giornaliere, quota poi aumentata durante la I guerra mondiale fino alle oltre 200.mila raggiunte. Inoltre, soprattutto, riusciva a corrispondere al meglio rispetto al variabile gusto dei lettori con questo che si era andato, nel decennio trascorso, sempre più a modificare e diversificare nel tempo. Principalmente, quanto abilmente, con la sua impostazione riuscì a far coincidere bene nei contenuti offerti quegli interessi di riferimento ideale che erano propri sia della borghesia colta romana, urbana che di quella di provincia e di campagna. Quindi riuscendo ad omologare differenze evidenti, forse in origine opposte, rispetto a quelli, pur tanto diversi, del crescente ceto medio: laddove, era proprio quest’ultima classe sociale quella che rappresentava la categoria in costante aumento sia numerico che nella complessiva capacità d’influenza sulla società in progresso.
Sempre rimanendo in tema, proprio a questo proposito, può affermarsi a merito come le pagine del giornale quotidiano nazionalpopolare diretto dal B. siano forse divenute, in progresso di tempo, lo specchio rappresentativo più immediato oltre che fedele della società italiana, all’epoca del primo novecento. Attraverso gli articoli, i fondi, i servizi e contributi esterni, le cronache, pure quelle mondane, si riusciva così a fornire il reale spaccato socio economico contemporaneo ai tempi, di una situazione nazionale in evoluzione progressiva.
Comunque, quello che veniva spiegato esplicandolo ai lettori, anche in veste meramente divulgativa, quando non sostanzialmente politica, corrispondeva alla realtà di fatto almeno per come vista ed elaborata nella particolare ottica “propria” dall’osservatorio della capitale politico istituzionale del Regno. Si trattava di certo di una visione di parte, magari deviata, verso gli interessi del Centro sud che si voleva compiacere, oltre che assai meno rispondente di quella economica prevalente già allora da indicarsi in Milano.

III.7.
La “Terza pagina” del“Giornale d’Italia.

Anche la divulgazione culturale rappresentò un’ eccellente strumento agevolatore per la rapida fortuna editoriale del giornale che venne determinata dall’originalità della propria innovativa comunicazione. Fra gli strumenti artefici del successo una parte fondamentale consistette nell’invenzione della cosiddetta "terza-pagina" che avvenne dopo meno di un mese dalla fondazione del giornale.
Tale innovazione, avente carattere spiccatamente culturale, venne personalmente ideata dal B. che ne volle fortemente l’inizio della pubblicazione fin quasi dai primi numeri della nuova testata, avvenuta con l’uscita del n.25 del nuovo quotidiano. Si trattava del numero speciale in uscita nelle edicole in occasione della prestigiosa “prima romana” della Francesca da Rimini con la messa in scena e musica di una celebre opera di Gabriele D'Annunzio avente la ormai mitica Eleonora Duse come protagonista. Per “il Vate” divo della letteratura, ella era una musa, compagna di vita e di palcoscenico. Sua interprete teatrale poi anche cinematografica preferita.
Si trattava di un evento di enorme risonanza e grande richiamo popolare per quei tempi, pre cinematografici, quello mandato in scena al romano “Teatro Costanzi” nella serata del 9 dicembre 1901.Tanto che nell’occasione l’evento teatrale venne analiticamente illustrato tramite il giornale che conteneva ampi servizi e commenti redatti ad opera dei noti critici Diego Angeli, Nicolò D'Atri, Domenico Oliva ed Emilio Checchi. Si tratto di una mossa ingegnosa, inventata dal direttore B. che tanto fortemente la volle fare ed essa fu non soltanto tempestiva, ma ebbe straordinario successo ed enorme riscontro pratico per il quotidiano.
Ricordiamo che, in quell’epoca, i giornali esistenti uscivano ancora stampati su di un foglio doppio, quindi sulle facciate di sole quattro pagine nella prima delle quali la colonna, a sinistra, consisteva in uno spazio riservato agli eventi principali dati dall’attualità, quasi sempre occupato dal pezzo principale. Quello comprendente il cd fondo il commento forte del giorno di carattere solitamente politico mentre, l'ultima, a destra era occupata, almeno di solito, da un articolo di varietà.
Il B. fu in questa scelta editoriale un abile innovatore precorrendo i tempi infatti, pur mantenendo questa struttura tipo della prima pagina, aggiunse al giornale altre due pagine interne. In conseguenza, nella prima, trovarono più ampio spazio tanto la varietà letteraria che quella scientifica attraverso la puntuale divulgazione delle nuove scoperte frutto dell’età moderna. Comunque, l’innovazione della “terza pagina” modellata ed affinatasi nel corso del tempo divenne poi in tutti i giornali italiani, la sede naturale dell'avvicinamento del grande pubblico rispetto ad opere musicali, teatrali e poi cinematografiche con i relativi contenuti. Così come ospitò sempre più i contributi editoriali resi da parte della cultura italiana più qualificata dell’epoca, con la presenza di scrittori, poeti, filosofi, scienziati, professori ed artisti. Ricordiamo, di seguito, fra i tanti nomi noti ed altri prestigiosi, alcuni erano degli originari collaboratori, mentre fra quelli chiamati poi a scrivervi, in maniera continuativa, furono in particolare i seguenti: Francesco d'Ovidio, Isidoro del Lungo, Francesco Torraca, Giuliano Mazzoni e Domenico Gnoli, oltre al D’Ancona. Inoltre, nella ulteriore successione temporale con la positiva situazione determinata dal crescente successo giornalistico della testata, la cerchia dei collaboratori letterari di grande richiamo si venne ancora notevolmente ad allargare. Ciò avvenne piuttosto rapidamente fino a ricomprendervi una buona parte dei massimi esponenti del mondo culturale italiano di quel tempo. Tra i quali, e solo a titolo di esempio  si possono ricordare i nomi di:
-    Antonio Fogazzaro, Diego Angeli, Francesco De Roberto, Luigi Capuana, Luigi Pirandello, Panzini, Pasquale Villari, Vilfredo Pareto,  Maffeo Pantaleoni ed ancora di Benedetto Croce, Rodolfo Lanciani, Luigi Pigorini, Giuliano Fortunato, Antonio Oriani e Cesare De Lollis.
Si sono così citati alcuni dei nomi più illustri rimasti nella storia della nostra cultura. Inoltre, sempre ad opera e merito del suo direttore Bergamini il nuovo Giornale aprì in maniera particolare le sue colonne a stampa attraverso un’ampia divulgazione di tematiche di attualità al pubblico. Si trattava di un’attività divulgativa accompagnata da esaustivi commenti rispetto ad alcuni dei dibattiti sociali più sentiti fra i quali quelli di natura religiosa che vengono trattati nel seguente paragrafo.
Riproduciamo di seguito l’immagine di quella storica “terza pagina” del giornale.

III.8
Il Giornale d’Italia e le tematiche religiose (1901 - 1923).

Rispetto alla linea editoriale con le idealità veicolate dal giornale restano altre importanti questioni da dover segnalare all’attenzione dei lettori e sempre a merito della funzione divulgativa svolta in quelle ormai lontane epoche dal giornale. Il riferimento riguarda alcune tematiche oggetto di pubblicazione anche relative ai problemi esistenti all’interno del mondo cattolico ed in specie ai temi ed agli aspetti critici posti all’attenzione dal movimento del c.d. modernismo religioso. Una decisione all’epoca certamente molto coraggiosa, anche per un anti clericale classico quale era il suo direttore. In effetti la scelta informativa giornalistica che allora venne presa, ovvero quella di trattare, rendendole note al grande pubblico, per farle conoscere e dibattere, tali delicate tematiche interne alla chiesa, si basò probabilmente sulla traccia fondante degli antichi interessi religiosi che erano patrimonio genetico della destra liberale toscana e del Sonnino in particolare. Tuttavia, anche per intuito ed intervento personale del B. il Giornale d’Italia in specie negli anni tra il 1904 ed il 1909 ebbe a dedicare larga attenzione, nelle sue pagine quotidiane, alla questione ed alle relative discussioni sul fenomeno del modernismo religioso come del tema del possibile rinnovamento della Chiesa. Come riporta in suo analitico saggio t. Baldini ciò fece ospitando in proposito gli scritti di S. Minocchi, Antonio Fogazzaro, Romolo Murri, E. Buonaiuti, T. Gallarati Scotti, nonché di Denis e di F. Von Hügel.
Inoltre, sul delicato tema vennero pubblicate sul quotidiano numerose interviste, alcune anonime, effettuate sia con personaggi italiani che stranieri.
In tali aspetti e forme il Giornale d’Italia, insieme con il Corriere della Sera, costituì un’eccezione, isola di autonomia critica positiva, sorta nel panorama informativo desolato di quell’epoca.   
Certamente innovando rispetto al generalizzato disinteresse che, da sempre, era stato proprio dell'ambiente liberale come sino a quel momento attuato rispetto alla divulgazione di qualunque tematica religiosa ed in specie cattolica. Infatti, stante la rigida separazione allora imposta tra politica e religione, con le due entità statali rispettive, veniva mantenuto un rigoroso silenzio informativo rispetto a qualsiasi problematica religiosa e del cattolicesimo da parte degli altri organi di stampa. Tuttavia, nella verificata realtà storica, il giornale non seppe poi cogliere appieno quelle, pur notevoli, divergenze che erano invece sussistenti all'interno dello stesso variegato movimento riformatore religioso. Tanto da continuare sempre a considerarlo, erroneamente, così come a rappresentare, contrariamente al vero, nella qualità di un complesso rinnovatore di carattere unitario. Inoltre, l’erronea percezione del fenomeno venne ripetuta sia da lui che dal giornale anche quando, nel corso del 1907, il giornale ospitò i termini di una dura e ripetuta polemica insorta tra il Buonaiuti e Romolo Murri. Circostanza laddove, l’accesa diatriba era relativa proprio ai reali contenuti attribuibili al dictum ritenuto innovativo e quindi alla possibile, in quanto ritenuta conseguente, interpretazione laica da poter dare dell'Enciclica papale “Pascendi”. Ora proprio in relazione a tale punto da ritenersi focale che sicuramente riveste grande interesse storico occorre confermare che l’appoggio editoriale dato dal giornale diretto dal B. al tema della invocata riforma religiosa rappresentò strumento di certo importante per la conoscenza popolare del problema. Inoltre, la divulgazione del tema servì a dare un notevole risalto alla causa rinnovatrice propagandata attraverso le idee del movimento modernista. In conseguenza, tanto più sentita si avvertirà la mancanza informativa allorquando il quotidiano all’improvviso smise di trattare la delicata problematica religiosa.
Scendendo nel particolare quella rinuncia informativa avvenne proprio in seguito alle diverse prese di posizione, susseguenti quanto sempre più dure nei toni usati, pubblicamente effettuate in numerose occasioni da vescovi e sacerdoti e tutte apertamente rivolte contro il giornale. Rispetto a quelle contestazioni e proteste che possiamo definire come sollecitazioni provenienti dal basso si aggiunsero le tante altre concomitanti pressioni esercitate, nelle più diverse occasioni, anche dalle più alte gerarchie ecclesiastiche rappresentative della Curia romana. Quindi, in stretta conseguenza,il quotidiano diretto dal B. decise precauzionalmente nel corso del 1909 di non occuparsi più degli aspetti e dibattiti ideologici e teologici propri del movimento ecclesiale del cd. Modernismo religioso.

III.9.
La cronaca parlamentare e “le notizie dal palazzo”

Un’altra innovazione importante positiva nella vita rigogliosa di allora del Giornale d'Italia fu l'aggiornata, anche nella tempistica di uscita al pubblico, delle relative “notizie sul potere”. Ovvero la divulgazione assai informata nei contenuti offerti, sia con la pubblicazione della cronaca parlamentare ufficiale che di notizie o voci ed indiscrezioni riconducibili a definibili “voci di palazzo”. Un’attività informativa che il B. abilmente fece attuare dal quotidiano da lui diretto e che venne basata in particolare su indiscrezioni provenienti da fonti privilegiate, governative o parlamentari. Quindi, sfruttando molto bene ai fini informativi quelle confidenze “di palazzo” agevolate sia dalla vicinanza fisica della sede del giornale ubicato in palazzo Colonna - Sciarra che dai favorevoli orari di uscita del quotidiano romano. Peraltro, questo era l’unico rispetto alla concorrenza esistente a prevedere l’uscita in edicola di diverse edizioni del pomeriggio ed almeno una della sera. Vennero così propalate al pubblico diverse situazioni riservate come, a volte, fatti politici e privati discutibili o non rilevanti che però spesso venivano arbitrariamente elevati nella divulgazione giornalistica da semplici indiscrezioni a vere e proprie notizie interesse politico e di conoscenza collettiva. Situazione informativa molto dubbia che B. seppe comunque magistralmente organizzare non senza avere più di qualche compiacimento nel far riferire, spesso, al grande pubblico nazionale delle notizie di cd corridoio. Si aggiunga che, rispetto ai maggiori quotidiani nazionali, quello d’Italia aveva infatti il vantaggio di anticipare di mezza giornata gli altri sia quanto al tempo di uscita del foglio come di oggetto delle medesime informazioni sensibili. Si trattava di propalazioni di fonte riservata ma che spesso erano assai  dettagliate in quanto provenienti dagli “interna corporis” dai “rumori” propri degli ambienti politico parlamentari di Montecitorio. Oppure, come meglio si potrebbe dire, con definizione attuale più calzante, della diffusione al grande pubblico di attendibili indiscrezioni sempre provenienti dal cosiddetto palazzo. Una funzione nella quale, piuttosto frequentemente, il Bergamini, nel riferire queste informative, non si limitava allo svolgimento seppure innovativo, discutibile e fuori dagli schemi precedenti della funzione di moderna stampa libera, ma qualche volta andandovi oltre. Ovvero, tendeva a superare spesso nell’interesse commerciale del giornale diretto quella tradizionale linea confinaria dedicata alla più tradizionale funzione giornalistica. Tanto che, a volte, apertamente sconfinando dai limiti giornalistici, intervenne attivamente nella vicenda politica allora in corso ed in più di qualche occasione utilizzando impropriamente il mezzo tecnico informativo del giornale, in tali forme prese parte concreta ad alcune “manovre di corridoio” in specie antigiolittiane. Non diversamente o se si preferisce ancora meglio, in altri casi, riuscendo in modo attendibile ad anticipare importanti notizie riservate attraverso le proprie uscite editoriali o veicolando voci, molte poi realmente concretatesi, sulle prossime vicende governative ed elettorali oppure in altri casi addirittura concorrendo a provocarle.Questo accadde, ad esempio, quando in occasione delle strategiche elezioni parlamentari del 1913 che si svolsero in un clima nazionale delicatissimo, dopo la guerra italo Turca per il Dodecanneso e l’impresa di Rodi (1911 - 1912), il giornale riuscì a pubblicare in anticipo compiendo quello che attualmente si definirebbe un abile scoop giornalistico, il testo integrale del c.d. “patto Gentiloni” che prendeva nome dal suo promotore, il Conte Vincenzo Ottorino Gentiloni. Ivi compresa la lista completa dei candidati al Parlamento che avevano aderito a quell’impegno, con vincolo di mandato cattolico, in vista della contesa elettorale.

III.10.
La vicenda riservata del c.d. “Patto Gentiloni”.

La locuzione di «patto Gentiloni», termine appartenente alla storia recente del gergo politico giornalistico italiano, indica un accordo politico informale poiché in realtà mai messo per iscritto su un documento intervenuto tra i liberali del gruppo di Giovanni Giolitti e l'Unione elettorale dei cattolici italiani (U.e.c.i.) presieduta dal conte Gentiloni noto e stimato uomo politico dell’epoca di provata fede cattolica, in vista delle cruciali elezioni politiche del 1913. Gli antefatti politici del patto furono i seguenti: agli inizi del XX secolo erano ancora valide quanto impegnative, nel mondo cattolico, le solenni dichiarazioni di Papa Pio IX, Pontefice che rimase in carica fra il 1846 ed il 1878, sulla "non convenienza" morale (non expedit) della partecipazione dei fedeli all'attività politica del Regno d’Italia dato che questo era uno Stato “aconfessionale” ed inoltre sussisteva irrisolta la “questione romana” di status della Capitale che era fonte di divisione storica. Tuttavia, l'ambiente delle associazioni laicali era in fermento e costante evoluzione e le idee progredivano. In particolare, si verificò che all'interno dell'associazione “Opera dei congressi” che rappresentava la principale compagine dell’associazionismo cattolico italiano divenne predominante il gruppo di Don Romolo Murri. Con questi che sosteneva pubblicamente la necessità di preferire un accordo tattico con il partito socialista piuttosto che continuare ad appoggiare, sia pure informalmente, i conservatori liberali. Comunque, nel 1904, il Papa Pio X, regnante fra il 1903 ed il 1914, decise d’intervenire sciogliendo l'associazione nel luglio di quell’anno. Mentre, Vincenzo Gentiloni ed i cattolici vicini alle sue posizioni politiche si schieravano invece con la monarchia e con i liberali giolittiani proprio per fermare la tanto temuta l'avanzata socialista, marxista e anarchica. Tale orientamento, preoccupato e dichiaratamente volto a preservare il patrimonio dei valori tradizionali del mondo cattolico, era particolarmente condiviso dal Pontefice Pio X che nel suo decreto “lamentabili sane exitu” emanato nel 1907 aveva espressamente condannato tutte le sessantacinque principali proposizioni moderniste e subito dopo comminato la "scomunica" del modernismo cattolico ecclesiale nell'enciclica “Pascendi Dominici Gregis”. Nel corso del 1909 ancora Papa Pio X promosse la creazione dell'unione elettorale cattolica italiana (UECI), un'associazione laicale che aveva il compito di indirizzare i cattolici italiani che si voleva impegnati nell'agone politico. Il Pontefice impose il medesimo Conte Gentiloni alla direzione dell'organismo su cui faceva particolare affidamento, mentre il primo banco di prova della nuova forma di collaborazione tra la neonata Associazione e le forze politiche dei moderati si ebbe in occasione delle elezioni politiche di quell'anno. Infatti, diversi cattolici si candidarono nelle liste liberali e l'esito fu ampiamente positivo furono eletti 21 "deputati cattolici" nelle liste di Giolitti, ovvero in quelle del neoformato partito liberale italiano da lui guidato. Così, nel 1913, quell'esperimento divenne una prassi sancita dal cosiddetto «Patto Gentiloni» anche se la stipula di questo era avvenuta già in precedenza, nel 1912, quando una riforma elettorale, approvata con legge del 30 giugno di quell’anno, aveva introdotto il suffragio universale maschile per i cittadini almeno ventunenni. Il numero degli aventi diritto al voto nelle elezioni aumentò notevolmente passando dai circa tre milioni precedenti agli oltre 8.600.000. La riforma elettorale, in termini approvata, era stato il “prezzo politico” che Giolitti aveva dovuto pagare ai socialisti guidati da Leonida Bissolati per ricambiare l'appoggio ottenuto dall’esecutivo durante la guerra Italo-Turca del 1911/12 in occasione del ricordato evento bellico avente a pretesto la sovranità italica rivendicata anche dalla Grecia sulle isole del Dodecanneso. Molti dei nuovi elettori erano appartenenti al ceto operaio e fra questi il “partito socialista d’Italia” riscuoteva, oltre ai loro, molti consensi nel mondo delle periferie rurali, in quello contadino e del nuovo proletariato urbano. Quindi le nuove ammissioni al voto ed il conseguente allargamento della base elettorale avrebbero pericolosamente cambiato lo status quo ante influendo sull’esito elettorale tanto da preoccupare Giovanni Giolitti ed insieme con lui vari esponenti della classe politica al potere. Ovvero, quella, ormai non adeguata rispetto ai cambiamenti epocali, che aveva sostanzialmente governato con continuità l’Italia durante il primo cinquantennio di vita nazionale dello Stato riunificato (1861-1911) ora impaurita ed in cerca di alleati poiché tutti desideravano bloccare l'avanzata del partito socialista italiano. Presero perciò l'iniziativa di rivolgersi proprio all'Unione elettorale cattolica italiana per arrivare ad un accordo pre elettorale, a tal fine rivolto, contando pure sull'esistenza di un precedente attuato nelle elezioni politiche del 1909 e così avvenne. Quindi, l'esperimento essenziale della collaborazione con i cattolici venne ad essere positivamente rinnovato tanto che, nella circostanza, il partito liberale mise a disposizione una notevole quantità di seggi a favore dei candidati cattolici e per sua parte, l’on. Gentiloni venne incaricato di passare al vaglio i possibili candidati liberali. Tanto avveniva al preciso fine di far confluire i voti dei cattolici su quelli tra di loro che più convintamente promettessero di fare propri i valori affermati dalla dottrina cristiana e, parallelamente, di negare il proprio sostegno rispetto a future leggi o comunque ad iniziative anticlericali.Tuttavia, sussisteva un problema strutturale nel voto dato che con quel sistema elettorale uninominale, maggioritario, vigente non si assicurava la futura fedeltà del candidato eletto poichè il vincolo reale di appartenenza partitica risultava essere molto debole. Per tale ragione il patto consisteva in un elenco tassativo di sette punti comportamentali considerati irrinunciabili e sui quali i candidati prescelti dovevano impegnarsi per ottenere nei collegi loro assegnati per il voto il sostegno degli elettori cattolici.

Si riportano, di seguito nel testo, quei sette punti dell’impegno personale detti, con un grecismo, “eptalogo” che ciascuno dei candidati presentati alle elezioni, in quell’ambito, doveva preventivamente sottoscrivere impegnandosi al loro puntuale rispetto.

III.11
Il cd “eptalogo” previsto per i candidati alle elezioni dal patto Gentiloni.
Tale impegnativa che il candidato “cattolico” doveva assumere quale “vincolo di mandato” prevedeva:
1.    La difesa delle istituzioni statutarie come delle garanzie date dagli ordinamenti costituzionali alle libertà di coscienza e di associazione, quindi opposizione fattiva rispetto ad ogni proposta di legge fatta contro le congregazioni religiose o che comunque tendeva a turbare la pace religiosa della nazione italiana;
2.    Svolgimento della legislazione scolastica secondo il criterio che con il maggiore incremento della scuola pubblica non siano approvate condizioni che intralcino o screditino l'opera dell'insegnamento privato, delle “scuole cattoliche”, fattore importante di diffusione e di elevazione della cultura nazionale;
3.    Sottrarre ad ogni incertezza ed arbitrio e munire di forme giuridiche sincere e di garanzie pratiche, quanto efficaci, il diritto dei padri di famiglia di avere per i propri figli una seria istruzione religiosa nelle scuole comunali;
4.     resistere ad ogni tentativo di indebolire l'unità della famiglia e quindi assoluta opposizione al divorzio;
5.    Riconoscere gli effetti della rappresentanza nei consigli dello stato, diritto di parità alle organizzazioni economiche o sociali indipendentemente dai principi sociali o religiosi ai quali esse si ispirino;
6.    Riforma graduale e continua degli ordinamenti tributari e degli istituti giuridici di giustizia nei rapporti sociali;
7.    Appoggiare una politica che tenda a conservare e rinvigorire le forze economiche e morali del paese, volgendole a un progressivo incremento dell'influenza italiana nello sviluppo della civiltà internazionale.
Questi punti qualificanti furono quelli inseriti anche nell'accordo iniziale che venne firmato, nel 1912, in sede di fondazione del partito liberale ma il patto venne poi concluso in maniera informale: infatti, l’on. Giolitti, di fronte alle accuse fattegli di aver "ceduto" alle pressioni dei cattolici che gli furono avanzate da molti dei liberali della sua maggioranza, arrivò a negarne perfino l'esistenza. Sul punto, storicamente importante, risulta illuminante lo scritto di Andrea Tornielli che approfondisce tutte le circostanze relative a quella fase della vita nazionale ed a quei fatti nel suo libro “La fragile concordia. stato e cattolici in centocinquantanni di storia italiana” testo edito da Rizzoli (v. pagg. 88 e seg.). Sempre a proposito di quei fatti, tuttavia, gli esponenti radicali decisero di lasciare immediatamente la nuova maggioranza elettorale che sorreggeva la compagine giolittiana. Mentre, fra i cattolici, espresse delle riserve in particolare Don Luigi Sturzo, sacerdote, che era proprio colui che si batteva per la diretta creazione di un partito di cattolici, cosa che poi gli riuscirà fondando, nel 1919, il Partito popolare italiano. Anche Francesco Luigi Ferrari fu tra i cattolici più tradizionalisti che erano rimasti contrari a quell’accordo come scrive con accenti ancora accesi Sergio Turone nella prefazione al libro di storia patria: “Corrotti e corruttori dall’unità d’Italia alla P2” edito per i tipi di Laterza (da pag.126).
La Santa sede tuttavia appoggiò non solo tacitamente il patto tanto che, in vista delle elezioni, il Papa Pio X tolse il veto “non expedit” da ben 330 collegi su 508. Riguardo agli esiti occorre sottolineare che i risultati delle elezioni del 1913 sancirono il grande successo del patto: infatti i “nuovi liberali” ebbero il 51% dei voti e su 508 seggi videro ben 260 eletti e di questi almeno 228 risultarono gli eletti che avevano sottoscritto gli accordi personali previsti dal patto prima dello svolgimento di quelle decisive elezioni.
Il tradizionale quadro politico post risorgimentale e pre-bellico era salvo.
Secondo le risultanze di voto, i deputati socialisti nelle liste del Psi e dei "Socialisti indipendenti e sindacalisti" videro comunque salire a 58 il numero dei propri eletti, i riformisti del Partito socialista riformista italiano eletti furono 21.
Ancora, ben 73 furono i radicali, tra i quali risultò eletto pure don Romolo Murri ed, inoltre risultarono eletti 34 i cattolici di altri gruppi che non erano aderenti al partito liberale, infine solo 5 seggi furono conseguiti daii nazionalisti.
Quindi, si può concludere notando che nei fatti il patto Gentiloni aveva portato alla stabilizzazione del barcollante sistema politico nazionale attraverso la fusione tra il filone politico istituzionale cd post risorgimentale con quello il nascente politico partecipativo di stretta matrice cattolica tanto che poi le due componenti, una volta riunite, formarono nel tempo una larga maggioranza nel Paese.
Prima della stipula del «Patto Gentiloni» invece l'alleato principale di governo del gruppo politico capeggiato da Giolitti era stato il partito radicale che, con i suoi settanta deputati, aveva appoggiato sia il terzo che il quarto governo Giolitti. Tuttavia, dopo l’esito avuto dalle elezioni del 1913 ovviamente i radicali passarono con durezza di contenuti all'opposizione quale forma di protesta ed infatti dopo il loro congresso nazionale svoltosi a Roma tra il 31 gennaio ed il 2 febbraio del 1914 decisero di uscire dal governo, cosa che fecero il successivo 4 marzo dello stesso.
La politica italiana da allora cambiò.

III. 12.
Le questioni sociali e religiose trattate sul Giornale d’Italia.

Inoltre, sempre ad opera e merito precipuo del Bergamini il Giornale aprì in modo particolare, superiore a tutti gli altri coevi organi dell’informazione nazionale, le sue colonne a stampa ospitando pregnanti articoli e commenti rispetto ad alcuni problemi ed ai dibattiti sociali all’epoca più sentiti.
Fra di essi, per l’importanza della loro adeguata trattazione sono da segnalare tutte le principali tematiche sociali, economiche, scientifiche, religiose e culturali che allora erano di piena attualità. Accogliendo, come peraltro viene riportato da numerose altre fonti dell’epoca, sulle varie situazioni problematiche scritti frutto di autonomia e critici quali furono, ad esempio, quelli di:
 _S. Minocchi, Antonio Fogazzaro, Romolo Murri, E. Buonaiuti, Tomaso Gallarati Scotti, nonché di Denis e di F. von Hügel.

Inoltre, come scritto in precedenza, il giornale effettuerà numerose interviste in campi un pò particolari, diverse di esse però resteranno pubblicate anonime, proprio riguardo ai loro contenuti, con alcuni noti personaggi italiani e stranieri dell’epoca. In tali forme  discutibili ma di certo innovative il giornale, unitamente al Corriere della Sera, venne a costituire un’eccezione nel panorama tradizionale della stampa italiana di quel periodo storico. Come abbiamo appena ricordato, ciò avvenne soprattutto quando il giornale intervenne sia tempestivamente che in modo attivo rispetto alle ricordate questioni riguardanti l’organizzazione interna della Chiesa ed ai fermenti interni al mondo cattolico. In quest’ultimo caso, come pure si è scritto, sicuramente innovando gli usi, divulgando problemi e sollevando curiosità che erano assolutamente nuove rispetto al generalizzato disinteresse sul tema storicamente proprio dell'ambiente liberale. Una forma agnostica, tuttavia, almeno tacitamente condivisa dagli altri organi di stampa ed invece alimentata sul Giornale diretto, quindi alimentando l’interesse del pubblico in generale per i problemi religiosi. Con questi che da tutti gli altri erano evitati poiché questi temi erano ritenuti complessi, difficili da spiegare o non interessanti per i più e quindi non venivano proprio evocati sui giornali tanto pubblicamente resi noti e discussi, salvo errare valutazione nella realtà come nella prospettiva storica. Poiché, sul tema, il giornale non seppe cogliere poi neppure gli scenari futuri del cattolicesimo ora militante nella vita sociale con le conseguenze politico strutturali che ne derivarono per il nostro Paese. 
Inoltre, non si colsero appieno le notevoli divergenze pur visibili e sussistenti nel variegato movimento riformatore religioso.
        
Intanto, avendo conseguito attraverso il successo delle vendite una buona stabilità finanziaria il direttore-gestore Bergamini riuscì a far pubblicare, a cura dell’impresa editoriale, due ulteriori iniziative giornalistiche da tempo propugnate: una edizione del mattino che venne diversamente chiamata il Piccolo Giornale d'Italia, oltre ad un settimanale settoriale denominato Il Giornale d'Italia agricolo.
Il rafforzamento editoriale accadeva nel mentre il foglio maggiore, grazie anche alla sua cronaca locale, alla serie di ottimi corrispondenti di provincia dal Lazio, all'Umbria per giungere fino alla Sicilia ed alle altre regioni meridionali, era riuscito a penetrare largamente nei reali interessi coltivati dal pubblico dei lettori conservatori del centro-sud.
In effetti, si trattava di un bacino di utenza tradizionale che era stato da sempre coltivato in specie dal partito liberale e risultava prevalentemente, composto dagli appartenenti a quella medio borghesia agraria della quale il giornale difendeva con ogni possibile argomento gli interessi materiali, oltre a cercare spesso riuscendovi,di appagarne le aspirazioni culturali.
In ulteriore progresso di tempo, però, la situazione politico editoriale del Giornale venne radicalmente a cambiare ed in particolare ciò avvenne quando, in seguito alla formazione del gabinetto del governo Salandra avutasi nel corso del 1914, il quotidiano romano diretto dal B. divenne nella sostanza quasi un organo ufficioso dell’esecutivo e almeno ciò apparve agli occhi di molto del suo pubblico. Tuttavia, sotto tale specifico profilo già ai tempi dei pur brevi governi guidati dal Sonnino, il prestigio derivato dalla sentita vicinanza del quotidiano al potere politico veniva ad esserne ulteriormente accresciuto. Una situazione privilegiata che in seguito si accentuò ancor maggiormente con la presenza al Ministero degli Esteri avutasi dal quarto ministero Giolitti, dell’ on.Antonino di San Giuliano, Marchese di San Giuliano, nato nel 1852 e morto proprio nel 1914, che fu uomo politico sulla scena nazionale, e più volte componente del governo italiano. Una figura istituzionale che, al pari di Antonio Salandra, era stata e da sempre uno degli uomini politici più vicini al giornale. Tuttavia, in tali forme della sua divulgazione giornalistica, il B. sul foglio quotidiano diretto doveva rendere pubblica l’approvazione del gruppo rispetto alla linea di politica estera governativa in atto. Anzi, appoggiandovisi acriticamente ed andando a confluire nella scia entusiastica manifestata dal gruppo di potere vicino al Sonnino che aveva tanto improvvidamente elogiato il tentativo della pretesa ed ancora fallimentare impresa libica. Si trattava della campagna coloniale italiana, che nuovamente avviata nel corso del 1911 aveva visto subire, contro truppe indigene improvvisate, un’altra grave sconfitta militare delle nostre forze militari.
Tanto che, nel corso del 1914 come a maggior ragione dal novembre successivo, con l'ingresso al governo proprio del Sonnino, al posto dello scomparso Antonino di San Giuliano, il giornale non si venne a trovare più nell'atteggiamento di relativa autonomia critica e di opposizione politica da sempre tenuto. Quindi, in un ruolo naturale che aveva fin lì coerentemente svolto nei confronti di tutti gli esecutivi che nel corso degli anni si erano succeduti al potere, bensì nelle nuove vesti di organo di sostanziale appoggio “filo governativo”. Nella realtà obiettiva, con il mutamento di una posizione editoriale originaria dalla quale aveva fin lì tratto notevole vantaggio e conseguito pubblica visibilità per passare, senza soluzione di continuità, nei fatti, all’adesione politica rispetto a quella indecifrabile maggioranza governativa all’epoca formatasi.Tuttavia, come detto e sotto altro verso, si accrebbe così ulteriormente l'influenza personale avuta dal Bergamini nei circoli politici romani. Anche se il Sonnino, come aveva sempre fatto nella sua carriera muovendosi con perfetta correttezza istituzionale, evitò accuratamente di favorire il giornale di riferimento fornendo notizie derivanti dalla sua carica. Anzi, come risulta espressamente dimostrato dai contenuti storici tratti dal suo carteggio personale, questi diradò volutamente i contatti diretti e personali con il nostro Bergamini ed il giornale del quale era stato promotore con il suo gruppo politico e ciò fece signorilmente in modo da lasciargli una maggiore autonomia nell’iniziativa editoriale. Al riguardo, con circostanza che merita di essere comunque sottolineata vi è quella essenziale che il Giornale d’Italia da tale accostamento di chiaro sostegno para-governativo venne a perdere molti dei suoi contenuti. Infatti, questi erano stati fin lì indipendenti ed ora non potevano più esserlo. In particolare, perdendosi sia il mordente critico che quella funzione di stimolo e progettualità ideale che invece aveva avuta in pieno nel precedente periodo giolittiano. Dunque, la nuova posizione era innaturale anzitutto per il B. soggetto sempre dotato di autonomia critica che per il giornale da lui diretto.

III. 13.
La deriva nazionalista, la prima Guerra mondiale e la difficile posizione del Giornale d’Italia.

Anche perché venne ad essere presto superato nel tono dei messaggi divulgati, fino alla platea dei lettori di tradizionale riferimento, da altri giornali che con ben altra intensità emozionale - dall'Idea nazionale al Popolo d'Italia - quali organi editoriali fiancheggiatori del movimento fascista, meglio si assunsero il compito di farsi veri e propri portavoce del verbo delle nuove aggressive tendenze. Quelle sempre più nazionaliste quando non violente e paramilitari laddove poi queste presunte idealità venivano portate avanti o per meglio dire continuamente strillate da partiti e movimenti estremisti. Nuove istanze sociali ed economiche cavalcate da soggetti velleitari, improvvisati ed unicamente propagandistici ma, purtroppo in sviluppo ed in grado di esercitare crescente presa sulle masse popolari. In quanto sempre meglio coincidenti nella veloce fase di radicalizzazione complessiva della società italiana e quindi rispetto ai nuovi approdi personali almeno di una gran parte degli antichi lettori del Giornale d'Italia. Avvenne così che, allo scoppio del conflitto mondiale, il Bergamini fosse interpellato, per un consiglio, dal Salandra al fine di poter meglio conoscere ab externo il pensiero del Sonnino, in quei giorni forzatamente assente da Roma, in relazione all'atteggiamento più opportuno da dover prendere pubblicamente in quei delicatissimi frangenti storici. Una sorta di ufficio stampa e propaganda quello che forse si voleva. Ovvero, incidendo anche sul piano di politica editoriale da dover tenere verso le diffuse istanze popolari favorevoli alla Triplice Alleanza che era quella formata dalle cd potenze centrali: Austria, Germania ed Ungheria, prendendo una posizione che però significava sostenere l’entrata in guerra al loro fianco. In quella strategica circostanza il B. espresse inizialmente un parere nettamente favorevole rispetto al mantenimento dei nostri obblighi di alleanza mantenendo una posizione di coerenza personale. Una convinzione sua e di molti altri che però, per diretta conseguenza, portava dopo l’agosto del 1914 all’ingresso immediato dell’Italia nel conflitto armato.Invece, dopo aver successivamente riconsiderate tutte le concrete circostanze, più opportunamente accolse con  favore l'idea mediana della prospettata, iniziale, soluzione di neutralità rispetto agli eventi bellici ormai in corso.
Frattanto, il Sonnino che in quei convulsi frangenti era stato richiamato a Roma, proprio su accorato suggerimento del Bergamini, giunse però quando la decisione di restare neutrali era stata presa ed ufficializzata dal Governo. Si trattava di una posizione attendista, inizialmente neutrale, che sarà mantenuta dall’Italia pur dopo la sottoscrizione segretamente avvenuta il 26 aprile del cd “Patto di Londra” sino alla diversa decisione interventista nel conflitto presa il 24 maggio del 1915. Allora pur restando un convinto seguace del dovere di alleanza verso la c.d. triplice il B. seguirà, appena più tardi, la conversione politica di Sonnino rispetto all'immediato interventismo italico nel conflitto che doveva diventare planetario. In tal modo, cambiando fino a divenire in stretta conseguenza addirittura un deciso sostenitore dell'azione del ministero Salandra - Sonnino.   
Addirittura, appena un mese dopo, nel giugno del 1915 forse propagandisticamente il B. che incidentalmente ricordiamo come all’epoca avesse compiuto i quarantaquattro anni di età, inoltrò formale richiesta al Ministro della guerra Zuppelli domandando di essere arruolato come volontario nell’Esercito italiano. Infatti, la sua richiesta non ebbe ovviamente alcun concreto seguito restando, come doveva, un gesto puramente simbolico ed egli infatti rimase, per l’intera durata della guerra, alla direzione del suo giornale. Tuttavia, riuscendo a farne attraverso incisivi editoriali e grazie alla sua capillare diffusione, anche al fronte, un costante quanto efficace strumento, a volte di propaganda eppure di grande sostegno per rincuorare gli animi spingendo tutto il Paese all’unità, al coraggio ed alla strenua resistenza. Anche durante quei difficili frangenti facendo del giornale un luogo interessante e dibattendo al solito e con l'intervento di numerosi esperti delle più importanti questioni economiche oltre a quelle sociali ed organizzative connesse con la Guerra mondiale in corso. Così, al termine della prima grande tragedia bellica e nonostante fossero intuibili gli esiti realmente disastrosi di questa, coperti dalla propaganda della vittoria storica, il B. purtroppo insieme a tanti altri protagonisti dell’informazione e della vita pubblica, errando gravemente nella prospettiva storica, si fece, anch’egli, portavoce, certo non più convincente di altri, degli ulteriori quanto pretesi diritti patri. Con questi dichiaratamente figli mancati della pur tanto magnificata vittoria italiana rimasta incompiuta o mutilata come alcuni sostenevano ed essi saranno poi gli argomenti usati dagli estremisti, quale pericoloso viatico delle conseguenti rivendicazioni nazionali di ulteriore sovranità territoriale. In proposito,il B. prese quasi subito una posizione molto personale, apparentemente distaccata e piuttosto attendista, se non problematica. In tal modo, distanziandosi in modo equanime tanto dalla prospettiva propria del cd.“interventismo democratico” come parallelamente dall’altra tendenza ancora più neutrale, ma ben differentemente espressa nelle tesi propugnate dal Corriere della Sera. Ricordiamo inoltre come in quell’epoca, correva l’anno 1918, la società editrice del Giornale d'Italia fosse composta dalle seguenti figure: P. Boselli, Eugenio Enrico Bergamasco, Enrico Arlotta, Pietro Bertolini, Cesare Ferrero di Cambiano, Emilio. Maraini, Giuseppe Frascara, Giuliano Visocchi, Antonio Salandra, Sidney Sonnino, Giovacchino Bastogi, Emilio Morpurgo e Giuseppe Potenziani. Pur tuttavia, la significativa presenza nella compagine societaria di alcuni  elementi di tendenza giolittiana non impedì al B. di continuare a restare strettamente fedele, interprete, nell’esplicazione giornalistica di quel pensiero ideale, dell’azione politica del Sonnino come del gruppo conservatore liberale a lui riconducibile. Anche se mutando nel tempo, come poi apparirà maggiormente chiaro agli interpreti successivi, rispetto all’originaria impostazione cautamente attendista, prudente quanto sensata, ebbe ad indicare sia pure indirettamente una pericolosa preferenza per il montante movimento nazionalista, il fascismo.

III.14.
I problemi sociali e politici dell’Italia nel primo dopoguerra.

Anche il Bergamini ed il suo giornale purtroppo individuando nel movimento del fascismo, con l’errore che tanti altri fecero all’epoca, l’aspetto programmatico più interessante da raggiungere per l’Italia proprio nel pericoloso quaderno delle ulteriori rivendicazioni territoriali nazionali. Divenuto un impegno solenne per raggiungere un obiettivo strategico che venne elevato ad elemento fondamentale: quello di allargare i territori del Regno d’Italia fino a farne una potenza non solo continentale. Tornare ai fasti antichi dell’Impero Romano con Roma capitale del mondo. Una vera follia che intanto venne ad essere indicato e dichiarato quale obiettivo programmatico e nuovo collante socio-economico del popolo italiano, l’obiettivo “vero” da perseguire per la politica della nazione italica. Purtroppo, una volta scelta tale improvvida e pericolosa linea, il giornale diretto dal B. avversò in conseguenza utilizzando nella polemica toni assai decisi e spesso aspri tutti i successivi governi diretti da Francesco Saverio Nitti. Nella realtà, si trattava di esecutivi di coalizione poco rappresentativi che vennero sopratutto accusati di grave debolezza esterna sulle rivendicazioni di sovranità, mentre invece erano solo contraddistinti da linee governative di politica internazionale più prudenti. Addirittura, il giornale riuscì ad esaltare, ben al contrario, diverse avventure inutili e pericolose fra le quali la sciagurata spedizione dannunziana a Fiume che causerà un altro grave danno all’azione istituzionale della Società delle Nazioni. Infatti, anche in quei frangenti post bellici, l’antesignana dell’organizzazione delle Nazioni unite mondiali aveva già dimostrato tutta la propria inadeguatezza di azione internazionale devoluta al mantenimento della pace, delle corrette relazioni fra gli Stati del mondo. Infatti, nel 1914, l’ente mondiale si dimostrò incapace sia ad operare un effettivo intervento di mediazione preventiva che poi nel profilo negoziale in occasione dello scoppio della I guerra mondiale, non evitata Ma, anche dopo il conflitto planetario, non ebbe veste attiva nel Trattato di Versailles.
In proposito, secondo numerosi analisti, osservatori e storici quella pericolosa avventura italiana concretatasi nella pluriennale occupazione paramilitare della città e dei circostanti territori di Fiume, capeggiata dal D’Annunzio, sarebbe stata una delle concause scatenanti della crisi della stessa istituzione.   
Poiché, la Società delle Nazioni diede dimostrazione, in quell’occasione, di essere incapace di intervenire con azioni concrete per ripristinare la legalità del diritto internazionale leso in seguito all’impresa di Fiume dall’azione inconsulta compiuta dai bravi del cd Vate. Tuttavia, ancora peggio e con maggior danno si fece dopo, contrapponendo quella dannosa iniziativa pseudo patriottica, vista invece in positivo, rispetto all’azione governativa in politica estera, al contrario, definita unanimemente debole, per come svolta, in quel complesso periodo che precedeva la prima grande guerra dal governo Nitti. Quest’ultimo, in realtà, era un uomo politico avveduto che nell’attività governativa si era sempre personalmente connotato di prudenza nella guida dell’esecutivo.
Quindi, per essere uno statista moderato, un conservatore d’impronta liberale fautore di cautela istituzionale tanto interna quanto, con italico buonsenso, di alleanze più tradizionali in campo estero.
Tuttavia, governo ed assetto istituzionale non erano, come non potevano più essere, al passo rispetto a tempi ormai schizofrenici e di esaltazione nazionale sempre più aggressivi e pericolosi, come ben presto purtroppo si vedrà. Certamente, in quei difficili frangenti storici ove qualunque statista avrebbe avuto enormi problemi a restare in carica il Nitti venne, ingiustamente, accusato di errori politici che pure con il governo non aveva realmente commesso. Tanto venne artatamente fatto, dolosamente utilizzando argomenti di pura esaltazione propagandistica e di crescente violenza verbale ad opera dei gruppi estremisti nazionalisti che lo accusavano di essere in realtà succube del disfattismo, del socialismo e in stretta conseguenza soggetto politico incapace di governare il Paese. In proposito, anche il B. scrivendo sul giornale, compiendo un errore tanto grave di comprensione di quei pericolosi tempi contemporanei, che, invece, si trattava de: “l’Italia giovane..che ha fatta e vinta la guerra" ma, nonostante questo non aveva avuto il giusto ed auspicato seguito di espansione territoriale. Infatti, l’argomento principale della esaltata propaganda nazionalistica all’epoca in essere, ovvero il vero ed unico movente giustificativo delle pretese rivendicazioni territoriali ulteriori frutto del ritorno al passato era il ripetitivo refrain che: “la vittoria era rimasta incompleta”.
In altre parole che l’Italia “vincitrice” al tavolo di pace non aveva ricevuto quanto storicamente gli spettava quale ricompensa che doveva derivare per la storica destinazione di quei siti rivendicati a suolo nazionale.
Intanto, a complicare ancor di più la già incerta situazione politico istituzionale del Paese concorse l’esito contraddittorio e complesso avuto dalle elezioni politiche del 1919.

III.15.
Le elezioni politiche del 1919 in Italia.

Una competizione elettorale che si svolse in un contesto di crescente tensione sociale e di grande confusione anche sotto il profilo organizzativo. Infatti in quell’occasione di voto, in piena crisi epocale, si verificarono due concomitanti circostanze che fra loro di diverso rilievo, entrambe, incisero significativamente in negativo sulla vita del giornale inevitabilmente riflettendosi così sulla posizione personale del suo direttore:
a)    il primo, vide il successo di nuove forze politiche, socialisti e popolari, ovvero di formazioni nate al di fuori dei vecchi schemi dell'età giolittiana propri di un’età che, almeno a parole, lo stesso giornale voleva fosse ormai relegata nel passato;
b)    in secondo luogo, avvenne il ritiro dalla scena politica attiva di Sidney Sonnino; che forse aveva preavvertito quei terribili periodi storici che seguiranno per l’Italia, tanto da decidere di abbandonare l'agone parlamentare.
 
La composizione variegata e contrastante della nuova Camera dei Deputati quella che si insediò nel 1919 dopo quel frastagliato tanto contraddittorio e tuttavia, pur nei limiti evidenti della prospettiva storica, innovativo, esito elettorale veniva per tutti a simboleggiare solo una pericolosa certezza. Che era quella, ormai resa con evidente chiarezza al popolo italiano e non solo al pubblico dei lettori del giornale diretto dal nostro B. dell’esistenza di una profondissima crisi nazionale. Si era in una situazione tanto deficitaria, addirittura drammatica nei focali settori economico sociali e non certo di prevedibile natura transitoria.
Anzi, come purtroppo il tempo dimostrerà, insuperabile, per il nostro sistema complessivo e per quello politico istituzionale ormai pienamente inadeguato del nostro Paese. Fosse pure crisi, come all’epoca vivamente si sperava da parte di alcuni, di possibile durata temporanea anche nella necessaria rappresentanza della borghesia italiana: una classe sociale per la quale si stava verificando una evidente mancanza di ulteriore prospettiva storico politica.
Tuttavia, rispetto alla situazione di così grave incertezza creatasi e nonostante il continuo richiamo di esaltata propaganda all'eredità della tanto magnificata vittoria in guerra, agli alti valori ed agli interessi nazionali superiori della Patria, neanche il Bergamini ed il suo gruppo politico - sociale di riferimento seppero indicare alcuna possibile via di soluzione della crisi ed individuare una figura politica che fosse al contempo nuova e credibile.
Tanto che, nel giugno del 1920, giunti al momento della caduta del terzo ministero presieduto dall’on. Francesco S. Nitti sia il B. che altri non seppero trovare od indicare sul giornale o altrove alcuna valida alternativa, rispetto alle vecchie logiche di potere ed alle ormai logore manovre della “vecchia politica”. Ovvero indicare il nome di un uomo nuovo rispetto alla politica corrente ormai logora, non più accettata nei suoi giochi di potere dalla gente, una personalità che fosse figura di prestigio indiscusso. Semplicemente forse perché in quell’oscuro periodo della vita nazionale non ne esisteva una.
In effetti, doveva trattarsi di un personaggio non solo credibile sul piano interno ed internazionale che doveva essere tale da poter entrare sulla scena politica da protagonista per essere vittoriosamente contrapposto al tanto paventato ritorno del Giolitti. Anzi, probabilmente proprio dietro un ultimo e saggio consiglio di Sidney Sonnino, il B. nella delicata circostanza attuò un suo completo reviremant. Ciò fece attraverso un gesto con il quale rinunciò, pubblicamente e in termini non equivoci all'antica avversione, peraltro sempre manifestata, nei confronti dello statista Giolitti. Per quella che riteneva una giusta causa nazionale giunse infatti fino a dichiararsi disposto ad accoglierne favorevolmente la direzione di un nuovo Ministero in cambio si chiedeva solo una pubblica assicurazione dell'applicazione pura e semplice - resa possibile - del cd Patto di Londra. Si trattava di un accordo segreto firmato a Londra il 26 aprile 1915 stipulato fra I’Italia e gli stati della cd “triplice alleanza”, con il quale il nostro Paese si impegnava ad entrare in guerra contro gli “imperi centrali” in cambio di cospicui riconoscimenti di sovranità territoriale. Tale documento, conosciuto come “trattato di Londra”, comporta il problema che meno di un mese dopo, esattamente il 24 maggio, l’Italia farà il contrario scendendo nel conflitto bellico da avversaria.
Deve qui anche essere ricordato come la contrastata politica di conciliazione con la Iugoslavia, quella che portò alla discussa stipula del Trattato di Rapallo firmato il 12 novembre 1920. Questo, consistette in un accordo con il quale l'Italia ed il Regno di Serbia stabilirono consensualmente i confini territoriali delle due sovranità con le rispettive aree territoriali di esercizio e nel rispetto reciproco dei principi di nazionalità e di autodeterminazione dei popoli. Sotto tali aspetti rappresentò la conclusione del processo risorgimentale di unificazione italiana sino al confine orientale alpino e l'annessione al Regno delle città di Gorizia, Trieste e Pola. Si trattava di una linea di politica estera sempre rifiutata prima che venne infine accettata dal B. pur rimanendo egli dichiaratamente avverso all’azione diplomatica del ministro degli Esteri di quel governo, il sen. Sforza.
Una tale decisione probabilmente venne presa per assecondare le ultime pressioni morali esercitate dal Sonnino oltre che, assai lodevolmente, per il giusto timore di non aprire negli esiti una imprevedibile crisi istituzionale “al buio”.
Una situazione realmente critica che, date le concrete circostanze, poteva portare a conseguenze immediate, quanto realmente imprevedibili, per il Governo del Paese, per gli italiani e il loro futuro, il tutto senza poter contemporaneamente prospettare alcuna chiara, tantomeno prevedibile, soluzione politica alternativa. Nel frattempo, proprio il disprezzato Presidente del Consiglio, Giovanni Giolitti, aveva proposto al Re Vittorio Emanuele, per farne decretare una loro nomina parlamentare, sia il nominativo di Sidney Sonnino che quello del Bergamini. La proposta governativa venne accolta dal regnante e ciò avvenne, facendoli entrambi elevare agli onori della carica di Senatori del Regno (1920). In tal modo, quest'ultimo entrava in quella vita parlamentare che molti anni prima, in occasione delle elezioni politiche al Parlamento del 1906 gli era stata preclusa dalla sconfitta subita proprio nel collegio di San Giovanni in Persiceto, suo luogo natio, inflittagli dal candidato suo rivale il socialista, Enrico Ferri (1856-1929). Con questi che venne eletto rappresentante dell’Emilia Romagna per poi essere più volte rieletto deputato al Parlamento italiano.
Purtroppo nella troppo rapida, se non convulsa, successione di quei tempi di crisi la situazione di estrema incertezza, e quindi di confusione politico istituzionale, andò ulteriormente accrescendosi, anzi in maniera più che esponenziale quanto assolutamente prevedibile negli esiti, in negativo.
Portando rapidamente l’Italia alle soglie del collasso socio-economico ed aprendo in tal modo uno spazio decisivo di successo alle peggiori forze movimentiste.

III.16.
L’Italia corre ormai verso un regime, la dittatura fascista.

Così certamente sbagliando, come poi vedrà contro la sua persona, dall'epoca dell’occupazione di massa delle fabbriche del nord avvenuta nell'autunno del 1920 il B. andò accogliendo ed indicandolo al pubblico dei lettori, con crescente favore e manifesta simpatia, il movimento fascista, accreditandolo come la forza politica in evoluzione di possibile riferimento.
Sembrava un gruppo movimentista distinto da una forte intonazione nazionalista che, da lui come da altri, venne erroneamente giudicato e classificato per essere l'ala giovane di espressione nazionale del neo liberalismo italiano, composto dai veri figli della borghesia liberale.
Tuttavia, un tale pericoloso quanto immotivato accostamento ideale consolidava sempre di più le basi di propaganda che portavano alla pubblica legittimazione del nuovo movimento nazionalista. Fatto che avveniva specialmente coltivando con abile propaganda martellante il fertile terreno dell'esaltazione infinita della tanto artatamente magnificata vittoria italica nella grande guerra. Quell’argomentazione aggressiva sui mancati esiti del conflitto appena passato e vinto, ancora ritenuto incompiuto nelle rivendicazioni, costituiva un elemento fortissimo di propaganda che, data la profonda crisi esistente, tanta presa faceva sulle classi più popolari e le persone suggestionabili. Nella realtà, come storicamente ormai sappiamo, era consistita in un’esperienza nazionale drammatica che nella ben diversa realtà degli accadimenti storici doveva essere considerata, già appena trascorsa, per essere stata un’avventura bellica rovinosa ed assolutamente distruttiva per la Nazione. Allo stesso modo doveva essere considerato l’ulteriore interventismo italico propugnato dalla distorsiva propaganda fascista come dagli altri gruppi nazionalisti e che conseguentemente veniva alimentato ed auspicato da tutte quelle forze populiste.
In effetti, l'atteggiamento editoriale tenuto sulle colonne del Giornale d’Italia tra il 1920 ed il 1922 venne uniformato alla erronea convinzione che il fascismo non fosse un gruppo od un nuovo partito politico che si aggiungeva agli altri. Bensì, consistesse in un sempre più vasto moto popolare sorto a difesa dei valori nazionali e della nostra società borghese che si sviluppava in propaganda poi per il progresso, l’ordine e la sicurezza contro quelli che venivano montati quali nostri crescenti pericoli, quelli dell'anarchia e del bolscevismo. In questo particolare periodo storico della vita nazionale, notevole incidenza sulla linea politica del Giornale d'Italia ebbero alcuni dei collaboratori editoriali del settore economico, quali Maffeo Pantaleoni e Giovanni Preziosi, questi era un ex sacerdote, pubblicista e studioso di economia, collaboratore del fascismo dalla primissima ora (1881-1945) che aveva fondato, fin dal 1917, il “fascio parlamentare.
Si trattava, all’epoca, comunque di due fra i più noti economisti italiani ma entrambi erano fortemente caratterizzati nella loro visione ideologica verso le nuove istanze economiche liberiste propugnate nel programma fascista. Figure di collaborazione al giornale le quali, attraverso le loro aspre polemiche sollevate in materia di politica finanziaria e contro le organizzazioni cooperativistiche socialiste molto contribuirono sia pure indirettamente a definire oltre che a far accettare le linee guida del nuovo programma economico, dichiaratamente liberistico, del movimento del fascismo e ritornava così, anche all’epoca, il vecchio dilemma del liberalismo economico “duro e puro”: il mercato libero può salvare tutto?
Nell'autunno del 1922 attraverso gli stessi collaboratori anche il nostro B. così come fecero, in via diretta o mediata molti altri esponenti liberali, ebbe contatti con il gruppo dirigente fascista ed in particolare con Michele Bianchi, un esponente da considerarsi fra i più moderati del regime fascista.
Tali incontri allo scopo di poter raggiungere un accordo relativo ad una possibile combinazione ministeriale, alla quale partecipassero anche i fascisti, ma lasciasse ancora alle componenti liberali la primaria direzione del potere. Il gruppo politico d’ispirazione monarchico liberale al quale aderivano accettò infine la soluzione della prima compagine ministeriale diretta da Mussolini, legittimamente chiamato in quella fase storica al potere, pur con qualche riserva.
Ovvero, cercando ed in forma quasi propagandistica di rendere la decisione data con il sostegno politico come meglio presentabile. Quindi, inserendola nel tradizionale quadro delle istituzioni monarchiche e in tal modo coltivando l’illusione di poter contribuire a chiarire, anzi rafforzandoli, quegli auspicati legami che in tesi teorica esistevano tra il fascismo e la destra storica conservatrice, liberale e monarchica. Proprio per tale compromissoria via avvenne l'approvazione della prima politica governativa dell’esecutivo fascista: quella che era stata basata al primario fine di rassicurare gli animi degli italiani su programmi dichiaratamente popolari ed anzi populistici. Anche se ben rappresentati essi restavano nei contenuti obiettivamente propagandistici e tali da dimostrare già i successivi intenti dittatoriali. Tuttavia l’adesione di molti ambienti, gruppi e giornali fu comunque piena ed inizialmente senza riserve per il “movimento dei fasci littori” sia perché quel gruppo militante così attivo e fattivo sembrava poter realizzare le tendenze conservatrici del gruppo del B. e del suo giornale contrarie, in ogni modo e forma, al socialismo ed al comunismo. Inoltre, sotto altro e concomitante profilo, perché, nel propugnare con forza dei nuovi rapporti internazionali, quel movimento faceva apparente sfoggio di coraggio politico e di grande decisione, interna ed esterna, oltre la solida retorica guerrafondaia. Infatti, usava un linguaggio diretto ed aggressivo atteggiandosi ormai specie nell’auspicata soluzione di forza da attuare per la questione di Rodi e Corfù ad una potenza continentale. Consisteva in un altro esempio emblematico di rivendicazione ingiustificata di sovranità territoriale da parte dell’Italia. Dopo il problematico scontro insorto, sempre con la Grecia, relativo a Rodi, come alle Isole del Dodecaneso, avvenuto negli anni 1911 - 12.
In effetti, tale linea politica    restando all’apparenza di quanto dichiarato, corrispondeva pienamente all'atteggiamento sempre avuto dallo scomparso mentore politico del giornale, Sidney Sonnino. Quella relativa ad una difesa intransigente dei pretesi diritti territoriali degli italiani e ricomprendendo in questi una ferma posizione, almeno paritaria, da mantenere verso le storiche rivali Francia e l’Inghilterra.
Quest’ultima veniva letterariamente definita dai fascisti la “perfida Albione”.

III.17.
L’ira di Mussolini contro il Bergamini.

Tuttavia, non così avvenne, anzi rompendosi subito quel fragile equilibrio che si era faticosamente raggiunto invece solo due mesi dopo l’insediamento di quel governo nazionalista e ciò si verificò in occasione di una successiva “manovra di palazzo” riconducibile proprio al gruppo di riferimento politico del B. Un incidente, forse causato dal tentativo di un’azione politico giornalistica “para politica” ma che venne inteso e considerato come un atto di grave ostilità compiuto contro il neo Presidente del Consiglio, il Cav. Mussolini, soprattutto per le insidiose modalità della sua tentata attuazione. Laddove, questa venne formulata, quale prima fonte, attraverso una proposta di nomina all’incarico ministeriale degli affari interni formulata sul giornale “il Piccolo” mediante articolo pubblicatovi il 13 dicembre 1922. Il grave fatto politico consistette proprio in questa modalità di quell’iniziativa che, come detto e forse non casualmente, era intervenuta durante un'assenza del presidente del Consiglio dall'Italia. Si deve infatti ricordare che il movimento - partito fascista – benchè con pochi parlamentari eletti giunse legittimamente al potere il 28 ottobre 1922, quando il Re conferì al suo Segretario politico, il Cav. Benito Mussolini, l’incarico di formare il suo primo governo. Tale azione era avvenuta appena un paio di mesi dopo la formazione del primo Ministero fascista e consistita nel lanciare una candidatura del Prefetto di Milano Lusignoli, uomo di Stato di lungo corso e di grande equilibrio istituzionale esponente della destra liberale monarchica, a rivestire l’incarico di Ministero dell'Interno. Un episodio che, pur richiamando un precedente determinatosi per l'assenza dall’Italia di Vittorio Emanuele Orlando, accaduto nel 1919, per le sue ripercussioni in politica interna ebbe gravi conseguenze portando alla rottura di ogni rapporto, personale e politico con il giornalista e Senatore del Regno Bergamini. Nella ricostruibile realtà storica, quell’episodio probabilmente consistette in un tentativo, forse l’ultimo possibile, di reinserimento dei liberali in una funzione di controllo di un dicastero strategico. Una operazione tentata mediante la proposta di nomina di un personaggio stimato ma di loro fiducia che fosse in grado di incidere condizionandola sotto profili essenziali sull’azione politica del neo governo Mussolini. Tuttavia, quell’episodio ingigantendosi nell’oggetto reale ebbe la conseguenza di provocare le profonde ire di Mussolini tanto che a seguito di esso il B. nel tentativo di salvare il Giornale d’Italia offrì subito le proprie dimissioni dalla direzione di entrambe le testate giornalistiche dirette. Quindi, sia dal Giornale d'Italia che dal gemellato il Piccolo: pur se queste annunciate decisioni non ebbero poi un immediato seguito pratico. Ma, nell’occasione, egli aveva cominciato a provare contro la sua persona la prima grave delusione verso il fascismo al governo che pure non era ancora divenuto regime. Intanto, già pochi mesi dopo l'avvento di Mussolini a capo del suo primo Ministero, il movimento fascista, nel gestire la situazione nazionale ben presto mostrò, anche ai suoi residuali sostenitori liberali che tuttora erano presenti nell’ambito della destra tradizionale, di non essere affatto quel docile alleato delle forze conservatrici moderate e monarchiche che si era voluto far credere. Poiché invece quell’improvvisato movimento politico nazionale, propagandistico, e forse per qualcuno folcloristico che sarebbe presto divenuto il “partito unico fascista” nei fatti manifestò e perseguì e raggiunse un obiettivo immediato di potere liquidando gli improvvisati “compagni di viaggio” e molti dei simpatizzanti. Quello di voler subito arrivare a sostituire integralmente, occupandone ogni ambito ed assetto, il vecchio ceto politico dirigente tradizionalmente liberale, conservatore e monarchico, così da poter monopolizzare il potere controllando ogni esistente aspetto della vita nazionale. Tuttavia, pur cominciando seriamente a dubitare sia il B. che la sua corrente politica di riferimento non potevano ancora, perlomeno in quella primissima fase temporale, contraddire ai motivi fondanti dell'appoggio precedentemente dato ai fascisti. Ciò fecero sempre nella errata convinzione di fare gli interessi storico politici della destra liberale contro il socialismo tanto temuto ed in ascesa.
Successivamente, gli giunse un ulteriore segnale di pericolo personale quando, nel settembre del 1923, in occasione delle elezioni per il rinnovo della presidenza dell'Associazione nazionale della stampa B. riuscì rieletto, ma a stento, contrapposto alla candidatura di Emilio Corradini.
Questi era un giornalista militante e per anni sarà uno dei principali “portavoce” del nuovo regime,
Quindi una candidatura di un fedele servitore del fascio quella oppostagli proprio ad iniziativa del Sindacato nazionale della stampa ormai strettamente controllato dal partito nazionale fascista.
Nel frattempo, il movimento era stato formalmente denominato P.N.F. diventando il Partito nazionale fascista.

III.18.
Il momento della resa dei conti con le dimissioni dal Giornale d’Italia.

Per il Bergamini, come appare chiaro, si trattava di altro grave segnale intimidatorio, con ulteriore avvertimento di manifesta ostilità rivolto alla persona ed alle funzioni svolte, in autonomia intellettuale dal giornalista.
Con questi che di fronte all'invadenza fascista sempre più aggressiva e minacciosa vedeva ormai compromessa la propria posizione direttiva al giornale. Infatti, la sua posizione personale si era andata facendo sempre più difficile nel corso dell'anno tanto che giunti alla fine di novembre del 1923 il Bergamini prese le sue conseguenti irrevocabili decisioni e si dimise, dopo oltre ventidue anni trascorsi, dall’incarico e attraverso l’editoriale di addio del successivo 9 dicembre si accomiatò formalmente dai lettori lasciando la direzione a Valerio Vettori. Comunque, nel forzato commiato editoriale il B. affermava, forse sperandolo, che il giornale non avrebbe mutato, dopo di lui, colore né indirizzo ma, in realtà, un profondo mutamento era già avvenuto tanto nel giornale, quanto nell’animo provato del suo storico direttore. In effetti, in precedenza, nella data del 16 novembre 1923, era stata modificata la struttura della società finanziatrice del giornale e nella circostanza si era proceduto alla nomina di un nuovo consiglio di amministrazione che risultò formato dai seguenti componenti: Giuseppe Frascara, Nicolò D'Atri ed Ennio Borzino con quest’ultimo che, all’epoca, era il presidente del nuovo Partito liberale italiano. In proposito, si deve ricordare come dall'estate precedente il B. avesse trattato, proprio con Borzino, la possibile cessione delle vecchie carature del giornale in suo possesso ed in pratica il riassetto finanziario avrebbe significato che il quotidiano diventasse l'organo ufficiale del partito liberale. In tal modo, il Bergamini aveva cercato, sia attraverso la trattativa per la cessione delle quote del giornale direttamente al Partito liberale che mediante il suo contestuale abbandono della direzione, di ridare contemporaneamente slancio e sicura prospettiva al quotidiano. Infatti, in tesi sperata,questo sarebbe divenuto il diretto organo editoriale della intera destra liberale italiana ricercando in tal modo di salvaguardare la funzione giornalistica autonoma nei confronti del fascismo rivelatosi nemico anche del liberalismo più tradizionale. Nel perseguire tali intenti il suo gesto non era certo privo di un preciso significato politico antifascista. 
Tanto che ormai egli era un oppositore catalogato e da eliminare.

III.19.
Alberto Bergamini è ormai a rischio di vita.

Infatti per lui quel periodo era molto pericoloso.
Tanto è vero che nel successivo febbraio del 1924 il Bergamini benchè non fosse più direttore durante una passeggiata, cosa che abitualmente faceva nel parco romano di Villa Pamphili, venne aggredito e pugnalato da un sicario, per ucciderlo, fu salvo solo per essersi finto morto. Ovviamente non furono mai cercati e tantomeno scoperti gli organizzatori e gli autori materiali dell'aggressione che mostrava nella violenza e nelle modalità dell’episodio i chiari segni del suo carattere fascista.
Come tale anche quell’episodio di sangue venne incluso dall’on. Donati nell’elenco delle aggressioni così dette minori, ma considerate imputabili ai sicari fascisti, un’accusa che fece nella pubblica denuncia presentata il 6 dicembre 1924 al Senato. luogo solenne, ove il coraggioso parlamentare rivolse gravi e circostanziate accuse, in particolare contro il gerarca Emilio De Bono, quale capo della neo costituita speciale Milizia nazionale per la sicurezza nazionale, la MVSN. Ciò accadde nella prima sessione parlamentare che seguì al barbaro assassinio dell’on. Giacomo Matteotti, uno dei primi martiri del regime fascista. Quella milizia paramilitare, non ufficiale, ove confluivano avventurieri, sbandati e violenti psicopatici era stata infatti configurata come una sorta di braccio armato speciale che agiva in parallelo rispetto alle forze dell’ordine legalmente costituite (Polizia e Carabinieri). Si trattava di un organismo illegale posto direttamente agli ordini del Partito nazionale fascista organizzato in “squadracce”. Ovvero, formazioni armate di sicari che furono, da subito, protagoniste di molti gravi episodi di aggressione rivolti ad oppositori veri o presunti del fascismo spesso con esiti sanguinosi e di omicidi dei “nemici del regime” e, fra i primi,cadde  il coraggioso on. Giacomo Matteotti assassinato nel 1924.
Inoltre, il nostro B. compiendo un’altro evidente gesto di protesta personale nella precedente data del 20 marzo 1924 si era dimesso per diretta conseguenza, anche, dall’incarico di Presidente dell'Anspi, l’Associazione nazionale della stampa periodica italiana, ruolo da lui rivestito in base ai risultati delle regolari elezioni svoltesi l’anno precedente. Si trattava, in buona sostanza, dell’antecedente associativo della successiva Federazione nazionale della stampa italiana, la F.n.s.i. della quale poi sarà presidente fino alla fine dei suoi giorni. Ovviamente, come appare chiaro, anche questa entità rappresentativa era divenuto ormai di stretta osservanza al regime che non sopportava più alcuna ipotesi di autonomia rappresentativa, tantomeno una voce critica. Quindi, arrivati a questo punto, era inevitabile che avvenisse una completa rottura pubblica e formale con il fascismo imperante che, nel frattempo, rapidamente si era trasformato in regime dittatoriale: poiché la misura era ormai stata completata. Tuttavia, neppure questo bastava all’imperante regime perché l’anno successivo ed era il 1928 a sanzionarla definitivamente giunse anche la sua espulsione dapprima dal Circolo della stampa. Un avvenimento punitivo che contro di lui sarà poi replicato mediante la successiva esclusione dall’organismo rappresentativo dei giornalisti che pure aveva decisivamente contribuito a fondare diversi anni prima. Ma ormai anche questo era divenuto un sindacato unico e di stretta osservanza alla dittatura. Resta da ricordare al contrario come, ancora agli inizi del 1926, in diversi ambienti politico giornalistici si fosse parlato ed ipotizzato un suo ritorno alla direzione de Il Giornale d'Italia e proprio Benedetto Croce prese iniziativa in tale direzione. Questi che ormai collaborava da oltre vent'anni con il giornale, oltre ad essere stato sempre in cordiali rapporti di amicizia con il B., lo aveva, in quelle circostanze, personalmente pregato di accettare l'offerta che, come pure si diceva, fattagli al fine precipuo di poter salvare il quotidiano, iniziativa che non ebbe alcun pratico seguito. Mentre, invece, nel marzo 1926 sempre più sotto pressioni fasciste si venne a costituire un nuovo consiglio di amministrazione dell’impresa editoriale “Il Giornale d’Italia” presieduto da un fido collaboratore del regime fascista, il già citato Emilio Corradini. Arrivati a quel punto, il quotidiano già diretto in autonomia critica dal nostro Bergamini entrava invece nella più diretta orbita del partito unico finendo sotto stretto controllo del regime fascista. Si era così realizzata, completandola, un’opera demolitoria di ogni residuale autonomia; che venne ad essere ulteriormente conclusa affidando una vergognosa direzione a Virginio Gayda: si trattava di una squallida figura giornalistica, di un “pennivendolo di regime” per utilizzare una colorita denominazione all’epoca coniata, che riuscirà a rimanere direttore fino al 25 luglio del 1943 e quindi per circa 17 anni. Una direzione irresponsabile che snaturò completamente la precedente natura della testata e la linea giornalistico editoriale fin lì seguita facendone invece semplicemente un organo di propaganda completamente asservito al regime neo dittatoriale.
Quindi, in conseguenza di un tale sempre più pericoloso andamento collettivo quanto personale e rispetto alla grave concatenazione di eventi antidemocratici ormai in essere il Bergamini decise compiendo una scelta personale prudente, molto sofferta, di ritirarsi temporaneamente da ogni attività giornalistica e per gran parte dell’anno dalla stessa città di Roma. In effetti, visse piuttosto appartato per quasi tutta la durata degli anni trenta dimorando prevalentemente in Umbria, regione ove si rifugiava nella sua amata casa di campagna sita nella suggestiva località di Monte Folone, per essere presente nella capitale in occasione delle sedute importanti del regio Senato. Egli ovviamente soffriva l’inerzia forzata degli avvenimenti e prevedeva lucidamente i crescenti pericoli indotti dalle azioni del regime dittatoriale.   
Passava il tempo studiando, scrivendo ed in lunghe passeggiate ristoratrici.
Comunque, il B. si mantenne sempre in contatto con gli ambienti antifascisti di Roma ed in specie con gli esponenti liberali della corrente antifascista facenti ancora capo ad Enrico Borzino. in tali forme continuando a realizzare, anche in tempi sempre più difficili, una situazione di vicinanza intellettuale e ideale contatto amichevole che sarà perdurante anche dopo lo scioglimento, anch’esso forzato, del Partito liberale italiano che ricordiamo era stato fondato solo nel 1914.   
Inoltre, continuerà per tutti gli anni Trenta in veste e con dignità molto istituzionali a partecipare alle più importanti sedute del Senato, regia Assemblea della quale restava a far parte per diretta volontà del sovrano. Proprio nell’alta sede assembleare durante la discussione plenaria della sessione del novembre 1926, prese parola e dopo aver chiaramente motivato, con grande coraggio ed alla presenza dello stesso Mussolini, il suo atteggiamento di opposizione, votò contro il disegno di legge "per la difesa dello Stato" presentato dal ministro Arturo Rocco. In effetti, si trattava di un pericoloso testo legislativo, di tenore antidemocratico, che, fra l’altro, istituiva il “Tribunale speciale per la difesa dello Stato” (fascista) e prevedeva l’introduzione della pena di morte.    Successivamente, nel maggio 1928, fu presente e partecipe tra quei quarantasei coraggiosi senatori che, dietro appello nominale, espressero il loro voto contrario rispetto alla iniqua riforma elettorale fascista (c.d. legge Acerbo). Poi, ancora nel maggio 1929, insieme con Luigi Albertini, Benedetto Croce, E. Paternò, F. Ruffini e T. Sinibaldi, votò, in forma palese, contro l’ordine del giorno governativo che prevedeva la ratifica parlamentare dei cd “Patti lateranensi”. Quelli appena raggiunti dal governo del Regno d’Italia con il Papato di Pio XII ed origine del riconoscimento, anche internazionale, dello Stato della Città del Vaticano.
Si trattava degli storici accordi che mediante le sottoscrizioni apposte nella data dell’ 11 febbraio del 1929 chiudevano, per sempre, la cd. “questione romana” insorta con l’unità d’Italia ed aggravata dalla “presa di Roma”.
La stipula dei Patti vide protagonisti, da una parte, Galeazzo Ciano, Ministro degli Esteri e, dall’altra, il Cardinale, Segretario di Stato della neo riconosciuta soggettività sovrana dello Stato Città del Vaticano, Pietro Gasparri.

III.20.
Le azioni del Bergamini fra la fine degli anni Venti ed il decennio successivo.

In tale particolare contesto storico politico, invece, appare meno spiegabile il fatto, che però assume solo apparente significato collaborazionista, che il B. nel giugno 1927 venisse incaricato, quale relatore, per riferire in occasione dell’approvazione di un importante provvedimento legislativo nell'Ufficio centrale del Senato. Infatti, egli ricoprì tale ruolo in occasione della conversione in legge di un decreto legge, di proposta governativa, istituente una iniqua imposta gravante sul celibato. Mentre, in base alla martellante retorica di regime, occorrevano invece degli incrementi di natalità ovvero più “figli della patria italica”.
In realtà si scontava ancora quel “vuoto generazionale giovanile” causato all’Italia dalle immani perdite subite negli anni della Grande guerra.
In ulteriore progresso di tempo il B. continua le sue attività di riflessione, studio e scrittura che gli erano imposte dal regime e durante l’intero decennio degli anni Trenta trascorse un periodo durante il quale il regime antidemocratico si andò sempre più consolidando, nonostante un periodo di crisi ai primi degli anni Trenta.
In specie, il regime operò attraverso le sue fuorvianti opere pubbliche, alcune veramente importanti, e l’idillio popolare durò almeno fino ai primi gravi rovesci militari dati dalle improvvide imprese coloniali. Poi molti si accorsero del pericolo.
In questo contesto in evoluzione, ma ove ancora mancava una consapevole e decisa opposizione al regime, ad esempio nel corso degli anni 1935/36, il B. mantenne un profilo personale prudente ed estremamente istituzionale in specie presso il Senato del Regno.
Si dedicò approfonditamente allo studio, alla cultura e al riordino delle tante carte del suo archivio personale, come pure a redigere molti progetti per il futuro.
Il tempo passa, per giungere poi ai cruciali anni quaranta quando, e siamo arrivati alla fine del 1942, il B. che era sempre rimasto in relazione con i gruppi antifascisti decise di tornare personalmente in gioco per cercare di contribuire a salvare il Paese. A tal fine, riprese così degli stretti contatti con i liberali, i conservatori ed i monarchici con questi divenuti, nel tempo ed in maniera sempre più convinta, anti-fascisti, ora facenti capo alle figure illustri di Ivanoe Bonomi e Casati ed intensificò questi contatti aderendo alle molteplici iniziative libertarie da loro prese. Tanto che organizzò spesso nella sua casa di Roma, in piazza del Popolo, correndo dei rischi assai gravi numerosi incontri di oppositori del regime. Queste riunioni divennero, nei mesi a venire, sempre più frequenti ed operative formando in sostanza il nucleo centrale dei gruppi dell'opposizione antifascista che avranno parte decisiva nel periodo della provvisoria “liberazione di Roma” dopo il 25 luglio del 1943.
Infatti, il regime fascista dopo venti anni era alle corde, la guerra era praticamente persa, il Paese in rovina fra immani lutti ed altre catastrofi annunciate.
Occorreva comunque muoversi.
In pratica, si creò una prima componente di fondazione di quello che doveva diventare il C.L.N. il Comitato di liberazione nazionale.   
Sul punto di quella situazione di politica clandestina avviatasi con la fine del 1942, concretata dal luglio e finita a seguito della restaurazione nazi fascista alla metà di settembre del successivo 1943 più ampiamente si può leggere la cronaca redatta da un altro di quei protagonisti coraggiosi, il giovane prof. Pier Fausto PALUMBO; che dopo gli appunti presi ne scriverà il resoconto nel suo libro - testimonianza:   “Il diario dei 45 giorni e la Resistenza a Roma”. Edizioni del Lavoro. Roma. I edizione 1967. Ristampa del 1992. Laddove, in particolare, il B. viene citato alle pagine 35 - 46 e 55 ivi compiendosi un’analitica ricostruzione, per giorni ed ore, in forma di breve diario, sia di uomini che attività della resistenza di quei particolari frangenti storici.

III.21.
L’impegno attivo nella Resistenza (1942 - 1945)

Il gruppo direttivo della resistenza romana che si era costituito nel corso dell'ultima riunione clandestina tenutasi proprio, curiosa coincidenza storica, quello stesso 25 luglio del 1943 aveva visto la presenza di Giuseppe Casati, Ivanoe Bonomi, Della Torretta, Alcide De Gasperi, Giovanni Gronchi, Giuseppe Spataro e di Meuccio Ruini. Ovvero di molti dei prossimi “Padri della Repubblica”.
Dapprima però, nel maggio-giugno del 1943, il gruppo, nel frattempo organizzatosi nel denominato Movimento di ricostruzione, stabili i primi contatti operativi anche con i comunisti del partito armato clandestino e ciò avvenne durante una riunione svoltasi proprio in casa Bergamini cui partecipò anche Concetto Marchesi, un loro esponente nazionale di punta nella direzione della lotta clandestina. Tuttavia, l'attività compiuta fu intensa e, per come si dimostrerà concretamente fruttuosa, nello svolgimento di quell’azione utilmente esplicata verso gli ambienti militari tradizionali, ossia quelli che erano rimasti fedeli e vicini alla casa regnante dei Savoia. Tra i fatti accaduti in precedenza, si deve ancora ricordare una importante circostanza avvenuta nella data del 30 marzo del 1943 trattandosi di un episodio importante del quale il Maresciallo d’Italia, Enrico Caviglia, scrive nel suo Diario edito in Roma, nell’anno 1952, in particolare alle pagg.397 e seguenti. Si tratta in particolare della ricostruzione di un colloquio, all’epoca avuto proprio con Bergamini, teso a verificare la possibilità di una iniziativa antifascista attivabile ad opera del Senato. Una iniziativa istituzionale di quel ramo Parlamentare che, in tesi, doveva portare al rovesciamento istituzionale del regime votandone la sfiducia. Una possibilità remota e forse inattuabile ma che, nella circostanza, venne esclusa però sotto un profilo istituzionale puro dal B. Inoltre, ancora nel giugno e poi nel luglio di quell’anno, si ebbero diversi ulteriori contatti e alcuni importanti colloqui anche con il Maresciallo d’Italia, capo del governo provvisorio, gen. Pietro Badoglio; così come, più direttamente, con la casa regnante dei Savoia. Ciò avveniva sempre nel tentativo di premere sul Re per incitarlo a svolgere, finalmente, un'azione che si richiedeva sollecita quanto decisa contro la feroce tirannia fascista ormai ritenuta alla fine. Così come, almeno, per persuadere il sovrano, mentre l’Italia si trovava in un frangente storico fra i più critici ed essenziali della sua storia, a costituire un governo composto non da soli tecnici ma anche dai più rappresentativi uomini politici sopravvissuti alla tirannia. Proprio su tale argomento progettuale venne redatta una importante quanto analitica memoria elaborata in particolare da quatto esponenti del comitato: Casati, Della Torretta, Bonomi e Bergamini, la proposta venne formalizzata in un documento. Si trattò di una iniziativa democratica importante, di un gesto che rimane unitamente allo scritto propositivo di grande valore storico documentale. Successivamente, tale proposta, per il tramite qualificato del duca Acquarone, venne ad essere inutilmente trasmessa al Sovrano rimasto irresoluto, nel caso, come sempre. Comunque, dopo il 26 luglio 1943 con la prima caduta del  regime dittatoriale il B. riassunse quasi subito, già il 1 agosto, la direzione del Giornale d'Italia ed insieme alla carica editoriale tornò ad esercitare una rinnovata funzione di elevato riferimento personale nell'ambiente politico, ancora semi clandestino, eppure in tumultuosa trasformazione della capitale. Tuttavia, appena trascorso l’8 settembre una volta ristabilita sanguinosamente la dominazione nazi fascista, sulla capitale, il B. rientrò nel mortale mirino del regime risorto. Egli che aveva fatto pubblicare, volutamente senza darne alcun particolare risalto, la notizia dell’intervenuta liberazione di Mussolini dalla prigionia, continuò ad operare nella sua linea editoriale ormai chiaramente antifascista, perciò rifiutandosi anche di stampare il violento discorso fatto da Hitler nel suo proclama contro l'Italia. Anche per questo, venne considerato elemento pericoloso per il regime appena re-insediato dai nazisti, quindi fatto arrestare e condotto nel carcere romano di Regina Coeli e poi, da questo, rapidamente trasferito in detenzione in un antico convento presso San Gregorio al Celio. Un luogo di restrizione dal quale riuscirà ad evadere, con l'aiuto determinante di un coraggioso ufficiale dell’Arma dei Carabinieri per rifugiarsi, dapprima in Vaticano e poi con molti altri perseguitati nella basilica di San Giovanni in Laterano. Un rifugio sicuro datogli dalla sede protettiva di natura extra territoriale, inviolata pure in quelle circostanze, dalla quale uscirà solo il successivo 4 giugno del 1944 all’alba della definitiva liberazione della città dai nazifascisti. In quello stesso anno, il 1944, B. fondò un proprio movimento politico denominato Concentrazione nazionale democratico liberale. Un gruppo associativo che nasceva proponendosi quale rinnovata componente di aggregazione di quell’area storica. Tanto che l’associazione confluirà più tardi nel Partito nazionale monarchico gruppo politico del quale assunse infine la presidenza. Una carica dalla quale si dimise, nel corso del 1945, per sopraggiunti od almeno tali dichiarati motivi di salute.

III.22.
Gli anni del secondo dopo guerra negli impegni politici e professionali.

Tuttavia, nonostante l'età fosse ormai avanzata il B. nuovamente affrontò la sfida e, fin dagli anni dell'immediato dopoguerra, la rinnovata contesa politica che ora era espressione propria dell’adozione del nuovo sistema di democrazia rappresentativa diretta, introdotto con il modello proposto alla scelta popolare.
Tanto fece attraverso un impegno personale notevole che svolse soprattutto e come sempre in difesa degli ideali della monarchia per la sempre più difficile sopravvivenza di una istituzione nella quale continuerà fino in fondo a credere, fino all’ultimo, con grande convinzione, malgrado i fatti della storia fossero radicalmente contrari. Da ricordare in proposito come, ancora prima dello svolgimento del Referendum istituzionale, quindi alla fine dell’autunno del 1945, venne nuovamente consultato dal Luogotenente del Regno, Umberto II, tale divenuto dopo l’abdicazione del Re, in relazione alla possibilità di proporre agli italiani un nuovo Statuto costituzionale. Proponendo, in particolare, la promulgazione di uno strumento che fosse largamente aperto alle nuove istanze sociali, ai diritti ed alle nuove libertà democratiche. In modo tale da potersi presentare, con auspicabile indubbio vantaggio strategico, sui partiti repubblicani, socialisti e comunisti di fronte all'opinione pubblica. Tuttavia, anche su tale ultima possibilità politico istituzionale il B. espresse un suo netto parere negativo che ebbe a motivare, sempre per coerenza personale, con il carattere ritenuto non costituzionale della proposta che reputava sfavorevole all’istituzione monarchica per come in termini formulata.
Quale riconoscimento personale, egli, sempre nel corso del 1945, venne nominato membro dell’assemblea denominata Consulta nazionale che costituiva un organismo istituzionale provvisorio, di designazione nominativa, di natura pre-parlamentare, formato in attesa del primo compimento della libera scelta popolare. Quell’esito atteso attraverso i risultati delle prime votazioni a suffragio universale e diretto sulla forma istituzionale dello Stato. In tale circostanza il diritto di voto alle elezioni venne concesso agli uomini e per la prima volta nella storia italiana alle donne che avessero compiuto i 21 anni di età. La sede assembleare della Consulta nazionale costituiva una prima istanza democratica, seppure di soggetti “nominati” proporzionalmente rappresentativa dell’insieme delle forze politiche antifasciste che erano state artefici della resistenza e si erano unite nel patto post liberazione. Un organo istituzionale ponte costituito per garantire una prima fase di rappresentanza democratica in attesa del decisivo svolgimento del Referendum istituzionale. Dopo la ventennale dittatura era quest’ultimo infatti l’evento epocale, democratico, quello fondamentale all’esito del quale doveva uscire, con il voto, la preliminare indicazione popolare consistente nella scelta tra monarchia e Repubblica attraverso una votazione che avrebbe eletto un’altra Assemblea fondante: la Costituente. Così, nell’estate del 1946, il candidato monarchico Alberto Bergamini dopo l’esito del voto del 2 giugno concluso, seppure dopo ben dieci giorni di riconteggi e verifiche, con circa due milioni di scarto in favore, la solenne proclamazione della Repubblica parlamentare italiana, risultò eletto quale componente rappresentativo dell'Assemblea costituente. Quindi, anche la sua nomina in seno a quella originaria Istituzione repubblicana, avente natura provvisoria e durata biennale (1946-1948) con il compito di scrivervi la Costituzione della Repubblica, avvenne attraverso il primo storico evento popolare di “auto determinazione”. Un vero Plebiscito deciso direttamente dagli elettori, uomini e per la prima volta donne, con libero esercizio e democratica partecipazione al voto da parte di tutti i cittadini italiani maggiorenni ad elezioni per il Parlamento rappresentativo della Nazione. Per l’Assemblea Costituente, anche in questo caso, si configurava un Organo previsto ed eletto nella fase istituzionale transitoria, quella propriamente detta della “costituente”, previsto specificamente per il periodo biennale ritenuto necessario per poter scrivere ed adottare il testo fondante del nuovo stato: la Costituzione della Repubblica italiana.
Quindi per poter “traghettare” l’Italia verso la formazione della nuova compagine statale democratica, a forma repubblicana, dopo l’abdicazione del Re.
Assemblea elettiva nella quale il B. venne chiamato a presiedere il gruppo misto. Mentre, successivamente, le prime elezioni decise con metodo democratico per insediare i componenti rappresentativi sia del Senato della Repubblica che della Camera dei deputati, nel sistema cd. Bicamerale perfetto voluto dai Costituenti, si svolsero, invece, in un clima incandescente nell’aprile del 1948.
Le prime elezioni si svolsero nella successiva data del 22 aprile 1948 ed il B. che non vi era stato candidato venne nominato Senatore di diritto della Repubblica per meriti per il quinquennio 1948-1953.
Tuttavia, nonostante il rinnovato impegno politico recante le indubbie gratificazioni ed i riconoscimenti personali ed anche istituzionali ricevuti, egli restava però legato al suo mondo passato, ovvero ai rituali ed al tipo di rapporti politici che erano propri dell'età precedente l’avvento del fascismo.
In effetti, si trattava di situazioni passate quanto ormai definitivamente superate dagli avvenimenti, spazzate via dalle forme innovative, alquanto dirompenti, proprie della intervenuta democrazia rappresentativa tanto da presentare in lui, irrimediabilmente, dai toni nostalgici. Così che talvolta, se non spesso, nelle scelte compiute tra il 1948 ed il 1962 nei quattordici anni trascorsi fino alla data della sua morte, il 22 dicembre di quell’ultimo anno, prevalse in lui soprattutto una prevalente ispirazione malinconica di carattere sentimentale, nostalgica.
Per un grande protagonista della nostra storia moderna una tendenza di vita finale in chiaroscuro, quasi volesse essere un richiamo tenace, ma ormai obiettivamente poco convincente, rispetto ai fatti ed alle ben diverse risultanze storiche contemporanee: in quanto tesa verso un'epoca che appariva ormai sempre più lontana. Si manifesta sintomatica, proprio nel senso appena indicato, la sua adesione insieme con altri uomini illustri, quali erano nella circostanza Benedetto Croce, Luigi Einaudi, Vittorio Emanuele Orlando, Ivanoe Bonomi, Francesco Saverio Nitti, Rosario Bencivenga ed altri esponenti ad una iniziativa velleitaria e realmente antistorica. Fatto che avvenne con la sottoscrizione offerta ad un documento che invitava gli italiani a far svolgere un Referendum popolare contro il nuovo sistema elettorale. Quello avente lo scrutinio di lista, voto diretto e democratico, appena introdotto e per il conseguente ritorno al vecchio sistema del voto, a collegio uninominale, sia pure con una serie di correttivi e modificazioni.
Dopo questo vistoso errore di prospettiva politica, tutta la sua ulteriore attività di partecipazione alla vita rappresentativa e fino alla fine dei suoi giorni si svolse, comunque, nell’ambito delle file monarchiche.
Infatti, nelle successive competizioni elettorali venne presentato come capolista nelle elezioni amministrative romane svoltesi nel maggio 1947 all’esito delle quali, venne eletto Consigliere comunale nell’Assemblea Capitolina per il Partito monarchico ed ivi chiamato poi a rivestire le funzioni di Assessore alla cultura nella relativa Giunta: un incarico di governo locale che mantenne sino al 1950.
Mentre non risultò eletto alle elezioni per il rinnovo dell’assemblea del Senato della Repubblica nelle successive votazioni politiche del 1953 che saranno le ultime alle quali si presenterà, ormai ultraottantenne

III.23.
Le ultime fasi di attività.

Avvicinandosi alla fine della sua esistenza, malgrado la eccezionale tempra, deve notarsi come Alberto Bergamini nell’ulteriore partecipazione data attraverso contributi personali e culturali ancora importanti, se non determinanti, alle attività di diverse associazioni culturali ove rivestiva incarichi rappresentativi dava segni di stanchezza. Infatti, il suo atteggiamento nell’ultimo periodo ebbe, forse inevitabilmente, il carattere prevalente di un ripiegamento, sostanzialmente nostalgico sulle vicende degli anni migliori della sua attività giornalistica che si era svolta in un diverso periodo storico costituzionale.
Al contrario, assai più efficace e meglio inserita nel nuovo clima politico che era frutto proprio di quei tempi di rinnovamento con la democrazia rappresentativa si dimostrò la sua partecipazione, sempre rimasta ferma ed ampiamente propositiva, alla vita della F.N.S.I. la Federazione nazionale della stampa.
Infatti, egli, che era stato fondatore di un sindacato di settore, nell’incarico si trovava in una migliore situazione personale in quanto rappresentativa di una, sempre più strategica categoria organizzata, quella editoriale, fondamentale nel nuovo sistema democratico.     In questa, svolse, ancora a lungo, un ruolo istituzionale associativo battendosi sempre con vigorosa forza per l’autonomia della funzione informativa. Quella di certo più confacente alla sua vera natura di pubblicista oltre che di sempre tenace quanto combattivo assertore dei valori d’indipendenza ed organizzazione del giornalismo associato.
Già vice-presidente della Federazione nazionale dei giornalisti, la FNSI, fin dai primi di giugno del 1944 ne divenne presidente, una carica mantenuta sino al luglio 1954.
In seguito venne ancora rinominato alla presidenza dell’organismo associativo dal 1956 al 1962.
Quindi rimase in carica sino alla data della sua morte che avvenne il 22 dicembre di quell’anno.
Proprio relativamente all’attività associativa svolta per le categorie dei giornalisti e della stampa riunita deve darsi pienamente atto che egli si ispirò, in ogni sua azione, nello svolgimento del proprio incarico rappresentativo, alla correttezza istituzionale. Tuttavia sempre operando con grande fermezza e teso a perseguire quale obiettivo fondamentale quello di preservare l’autonomia del giornalismo associato. Fu tale la sua coerenza in questo impegno che, nel 1959, in un’occasione fondamentale, lui profondamente anticomunista, si schierò con forza in difesa della stretta apoliticità della Federazione e quindi riuscì a sventare la manovra che tentava l’esclusione dei giornalisti comunisti dalla medesima.
Infine, fra le sue ultime soddisfazioni professionali, il 29 gennaio del 1959, proprio a riconoscimento di una intera vita dedicata alla stampa, all’editoria ed alla migliore divulgazione giornalistica, oltre ai meriti sindacali ed associativi di settore, gli venne conferito il Premio Saint-Vincent per il giornalismo. 
Alberto BERGAMINI morirà in Roma, ultra 91enne, il 22 dicembre del 1962.

I PARTE

II PARTE
di Federico PALUMBO, con la collaborazione di Giorgio PALUMBO
26-10-2017

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