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STORIA DEL GIORNALISMO ITALIANO, ALBERTO BERGAMINI E LA NASCITA DEL GIORNALE D’ITALIA” (1901) | V PARTE

La figura professionale del Bergamini: dalle sue origini giornalistiche fino alla collaborazione con Albertini al “Corriere della Sera”.

Alberto Bergamini era un fiero, volitivo ed intelligente figlio della operosa provincia bolognese proveniente da una famiglia di origine sociale media, non certo agiata, anzi dalle condizioni economiche piuttosto modeste. Il protagonista del presente elaborato si avvicinò per sua naturale ed innata inclinazione allo studio della cultura letteraria, pur da auto-didatta, dopo aver compiuto studi tecnico commerciali che però molto gli saranno utili dedicandosi poi all’impegno giornalistico. Un’attività quella che all’epoca volle intraprendere costituente uva figura lavorativa nuova e non molto conosciuta, in evoluzione quale innovativa professione, tuttavia rischiosa. Si trattò di una scelta di vita quella fatta appena dopo il conseguimento del diploma in materie tecniche. Ma, all’evidenza, era un predestinato, oltre che un sicuro precursore dei suoi tempi. Occorre ancora sottolineare il fatto che compiendo una tale scelta egli rinunciava in termini molto concreti a tutte quelle immediate possibilità lavorative che per lui erano invece sicuramente ben attivabili e quindi ad un lavoro tradizionale da poter svolgere pure vicino ai luoghi di residenza. Infatti, quel titolo di istruzione tecnica conseguito al termine del ciclo di studi compiuto con il diploma preso costituiva, pur esso, titolo non ancora molto diffuso che gli avrebbe agevolmente consentito, in quella prosperosa provincia, di trovare rapidamente un buon posto di lavoro. Certamente, nella società italiana dei tempi quella compiuta era certamente da considerare una decisione innovativa, originale, fuori dagli schemi consolidati e certamente non priva di rischi, comunque economicamente incerta negli esiti. Tuttavia, la sua famiglia, pur non comprendendo quella strana passione come gli stessi atipici interessi dimostrati dal giovane Alberto, non lo volle ostacolare. D’altronde, egli presto dimostrerà, a tutti, di avere le capacità individuali, l’intuito, l’attitudine e la tenacia per raggiungere obiettivi difficili e riuscirà a farlo in giovane età. Infatti egli appena ventenne si trasferisce nella “dotta” Bologna, città capoluogo regionale, laddove inizia a collaborare alla redazione dello storico foglio giornalistico locale. Un quotidiano rappresentativo delle diversificate, attive, tanto operose e produttive realtà locali quelle componenti costitutive dell’Emilia Romagna: “Il Resto del Carlino”. Qui, operando nelle iniziali funzioni di redattore facendosi presto apprezzare in tutte le attività svolte sia per attitudine che applicazione, costanza e duttilità professionale. Attraverso quelle grandi doti che esprimeva sia come persona che nelle innate vesti e capacità di giornalista-redattore. Poi, la grande avventura, dopo le esperienze passate per circa sette anni al “Giornale del Polesine” ed al “Corriere della Sera”, che arriva con la fondazione di un nuovo giornale quotidiano: “Il Giornale d'Italia”. Questo foglio, come già sappiamo, nacque in particolare da un progetto dei politici Sidney Sonnino e Antonio Salandra, i maggiori esponenti di una corrente di minoranza della destra storica, quella liberale - conservatrice. Infatti, il 15 febbraio del 1901 quando si era appena formato il governo diretto da Giuseppe Zanardelli un esecutivo nel quale Giovanni Giolitti era stato nominato ministro dell'interno essendo all’epoca una figura centrale della maggioranza parlamentare. Quasi per reazione, allora, il nuovo quotidiano venne da questi ideato in funzione di una forte ripresa, un sostegno a favore del rinnovamento di quella storica corrente liberale oltre che come voce di contrasto proprio allo schieramento giolittiano in ascesa. In un contesto nel quale i due fondatori scelsero insieme al gruppo, dopo alcune esitazioni terminologiche, la denominazione della testata e poi la persona del suo direttore: in ciò consultandosi sopratutto con Luigi Albertini, direttore del Corriere della Sera, con la scelta che cadde, proprio su prevalente consiglio di questi, sul trentenne  Alberto Bergamini. Con questi che stava dando prova di spiccate capacità organizzative nell'ufficio di corrispondenza romano del medesimo Corriere. Deve sottolinearsi come all’incaricato non venne affidato solo il ruolo di gerente responsabile dell’impresa giornalistica, equivalente a quello di direttore responsabile, in ciò seguendo il modello inaugurato con Torelli Viollier. Metodo che il predecessore alla direzione de il Corriere della Sera di Luigi Albertini, aveva ideato al giornale milanese, tanto che il B. si vide assegnato anche il ruolo di socio accomandante della società editrice. La nuova impresa giornalistica vide così la luce sotto la ragione sociale di «Società Alberto Bergamini e c” ed i necessari finanziamenti, che furono presto trovati, ammontarono a 550.000 lire dell’epoca. Tali somme erano provenienti dagli ambienti di riferimento del gruppo politico, in specie dall'aristocrazia ed imprenditoria immobiliare della capitale. Tra i finanziatori, oltre al Sonnino ed al Salandra, si trovano in effetti i nomi di Pietro Bertolini, Cesare Ferrero di Cambiano, Giovacchino Bastogi, Emilio Maraini, Eugenio Bergamasco ed Enrico Desiata. Inoltre, nella redazione entrò e con un ruolo di primo piano anche Domenico Oliva, un’altro ex direttore politico del Corriere della Sera. Il primo numero uscì la sera del 16 novembre 1901. La sede era ubicata in un palazzo di antica edificazione nobiliare, quello degli Sciarra - Colonna, strategicamente affacciato com’era sulla centrale via romana del Corso. Anche gli impianti tipografici erano moderni: con due rotative alimentate a gas, alle quali lavoravano inizialmente ben sessanta operai.  Per quanto riguarda il programma politico editoriale del nuovo quotidiano esso venne enunciato dallo stesso on. Sidney Sonnino con queste parole:
“occorre difendere le classi conservatrici e capitalistiche, ma esercitando sempre una forte pressione anche su di esse perché non confidino soltanto nella violenza e nella prepotenza, e perché facciano una parte equa anche alle classi lavoratrici “.      
Tale saggio e ben condivisibile programma di azione politico editoriale, nel tempo, verrà ad essere compiutamente realizzato dal direttore Bergamini che, sua volta, scrisse nell'articolo di fondo del primo numero le seguenti parole:
“lavoreremo alla conciliazione degli animi, a ravvivare i sentimenti di solidarietà fra tutti gli ordini e i cittadini, a rialzare col minore attrito possibile le condizioni morali ed economiche delle classi più disagiate, dalla cui redenzione dipende per tanta parte l'avvenire d’Italia”.
Con quelle parole si apre l’avventura editoriale de Il Giornale d’Italia, anno primo, n. 1 di sabato 16 - domenica 17 novembre 1901 come recano gli articoli di presentazione. Nella strutturazione il nuovo foglio era confacente agli altri esistenti. In effetti, alla fine dell'ottocento tutti i quotidiani italiani avevano solo quattro pagine stampate laddove la prima ospitava l'articolo di fondo, con la cronaca dei fatti più rilevanti della giornata. La seconda era invece dedicata alla cronaca politica, italiana e straniera. La terza pagina ospitava il cd “romanzo d'appendice” e le ultime notizie telegrafiche infine la quarta pagina era dedicata alle notizie ritenute secondarie ed alla nascente pubblicità. Spesso però la domenica, quale giorno festivo per eccellenza, le pagine diventavano sei ed il nuovo giornale non faceva inizialmente eccezione a questa regola propria delle altre testate. Appena nato, per necessità vitale, il quotidiano doveva però costituirsi una solida base di lettori ed Alberto Bergamini sapeva che il suo pubblico, appartenente alla medio borghesia romana e meridionale, amava molto il teatro. Sapeva anche che i suoi lettori facevano letteralmente a gara per essere presenti alle prime teatrali che rappresentavano eventi culturali e mondani insieme ed il 9 dicembre 1901 si presentò l'occasione per fare un esperimento in grande stile. Quella sera, si dava al Teatro romano COSTANZI la prima nazionale della nota tragedia
“La Francesca da Rimini” di Gabriele d’Annunzio, con prima scena per la compagna di vita grande attrice Eleonora Duse nella parte della protagonista. Nella circostanza allora il B. cercò abilmente di sfruttare al massimo la rilevanza nazionale dell'evento preparando un resoconto giornalistico speciale che fosse il più possibile completo.    Il giornale uscì in edicola, con il n. 25 del 10 dicembre 1901, attraverso una speciale edizione a sei pagine, contro le tradizionali quattro dei giorni feriali, recando in prima pagina proprio l’annuncio della innovazione cui dedicava gran parte del contenuto ed il successo dell’iniziativa fu strepitoso. Infatti, in prima pagina, venne pubblicato (v. riproduzione) un pezzo scritto su di un'intera colonna per richiamare l'attenzione del lettore e incuriosirlo maggiormente sull'argomento e tutta la terza pagina fu dedicata all'evento. Pur tuttavia, sebbene l’applicazione dell'idea di base avesse riscosso un indubbio successo, il quotidiano continuò con gli esperimenti in tema almeno per un biennio prima di trovare una forma organica stabile per la parte culturale. Accadde almeno per un certo periodo che la materia degli eventi fosse trattata in altre pagine, mentre, la terza pagina che conosciamo trovò una sua definitiva sistemazione solo tra il 1904 ed il 1905. A tal fine vi collaborarono attivamente giornalisti di grande esperienza alcuni dei quali esperti provenienti dal Resto del Carlino. Collaborarono attivamente alla nascita della innovativa “terza pagina” diversi giornalisti di grande livello ed esperienza tra cui Luigi Federzoni, Mario Missiroli e Goffredo Bellonci, questi ultimi due provenienti proprio dal quotidiano bolognese il Resto del Carlino. Indubbiamente, la innovazione della terza pagina culturale così evidenziata accrebbe di molto il prestigio e la stessa diffusione del giornale tanto che venne presto ripresa anche dagli altri quotidiani. In pochi anni, il GIORNALE d'ITALIA riuscì a diventare la voce più rappresentativa del liberalismo monarchico ed alla testata collaborarono pensatori, scrittori e poeti come Giustino Fortunato e Benedetto Croce. Quest’ultimo, in particolare, collaborerà in effetti al giornale per un periodo di ben ventuno anni durato dal 1902 fino al 1923. Inoltre, vi erano altri eccellenti, Gaetano Mosca, Maffeo Pantaleoni e Alfredo Oriani. Sempre, per curare la redazione della “terza pagina” il quotidiano romano si arricchì poi dei contributi di alcuni tra i massimi esponenti del mondo culturale italiano quali: Antonio Fogazzaro, Federico De Roberto, Carlo Alianello, Luigi Capuana, Giovanni Pascoli, Luigi Pirandello, Alfredo Panzini, Giovanni Papini, Pasquale Villari, Vilfredo Pareto, Rodolfo Lanciani, Marino Moretti, Luigi Pigorini E Cesare De Lollis. Accanto ad essi, operarono gli italianisti Francesco Torraca e Guido Mazzoni, oltre agli storici Raffaele De Cesare e Alessandro Luzio.
Il Giornale d’Italia diede almeno per alcuni anni, come sappiamo, anche un coraggioso spazio al dibattito interreligioso che contrassegnò i primi anni del nuovo secolo, il XX, dando voce ai protagonisti del complesso dibattito sul fenomeno del modernismo ed ospitando contrapposti interventi specifici su tali delicati argomenti. Proprio in un Paese tradizionalista dove la Chiesa cattolica esercitava, da sempre, un grande influsso sulla complessiva società, di tali problematiche e dei connessi aspetti divulgativi piuttosto delicati di esse si occuparono sulle colonne del quotidiano, per anni e fino al 1907, diverse firme importanti come quelle di Romolo Murri, Ernesto Buonajuti, Tommaso Gallarati Scotti, oltre ad Antonio Fogazzaro.
Inoltre, il nuovo Giornale riuscirà unico fra i principali di livello nazionale a stampare fino a sette diverse edizioni giornaliere del quotidiano. Poi, il 18 marzo 1912, nacque anche un'edizione pomeridiana, denominata il “Piccolo giornale d'Italia”. Così, giunti nel 1913 la testata romana era già divenuta una delle più prestigiose del Paese stabilmente posizionandosi al quarto posto, su scala nazionale, per la vendita di copie subito dopo le maggiori testate: il Corriere della Sera, il Secolo d’Italia e la Stampa. Infatti, la sua diffusione media per molti anni si attesterà stabilmente sul numero di 130.000 copie quotidiane superando ampiamente il concorrente diretto “La Tribuna” di Roma e quasi doppiando il fatturato economico de “Il Messaggero”, ovvero dell’altro giornale storico della capitale romana pure rivale di vendita.
Tuttavia, la descritta situazione ottimale era destinata a cambiare radicalmente, ma in peggio quando, nel marzo del 1914, l’on. Antonio Salandra, da sempre uno dei principali sostenitori del Giornale, divenne nuovamente Presidente del Consiglio dei ministri. Allora, il giornale che era sempre stato foglio di opposizione, spesso critico ma sicuramente autonomo, divenne piuttosto un organo “quasi ufficioso” visto da molti a sostegno del governo, almeno nella percezione del grande pubblico. Anche se, come si sottolinea, la proprietà dell’impresa giornalistica non cambiando atteggiamento continuò in quei frangenti ad assicurare al Bergamini un’ampia libertà di manovra editoriale. Ma, nonostante tutto ciò, il quotidiano perse sicuramente di mordente, calando soprattutto in quella funzione di stimolo critico, di pungolo sempre intelligente e continuo, che aveva avuto durante il precedente periodo giolittiano. Così, giunti alla nostra entrata nella prima guerra mondiale, dal maggio del 1915, il giornale scelse dapprima di mantenere una posizione neutrale, pur dichiarandosi fedele alla “triplice alleanza”. Un atteggiamento di attesa, quasi agnostico, quello iniziale che durerà per alcuni mesi fino a quando tra la fine del 1914 e l’inizio del 1915 il Sonnino non deciderà improvvidamente di convertirsi alla causa prevalente, quanto propagandistica, dell'interventismo bellico, con il giornale che purtroppo lo seguirà nella infausta scelta così abbracciando la tesi dell'inevitabilità del conflitto. Occorre sottolineare come, durante gli anni più duri della prima grande guerra, il foglio quotidiano diretto da Alberto Bergamini si distinse per i contenuti di grande sostegno dati alla popolazione e ai combattenti sui vari fronti bellici, in particolare.                 
In proposito, furono innegabili i risultati positivi e il coraggio che riusciva ad infondere ai soldati come alla gente comune, tanto che in alcuni periodi le vendite raggiunsero addirittura la quota, da record assoluto, delle 200.000 copie e dal fronte di guerra si distinsero in maniera particolare le cronache redatte dall’inviato speciale Achille de Benedetti.                                                               
In effetti, con grandi meriti e capacità, nel corso di quei pochi anni il Giornale d’Italia divenne nei fatti la voce più autorevole e seguita del liberalismo monarchico.

I PARTE

II PARTE

III PARTE

IV PARTE
di Federico PALUMBO, con la collaborazione di Giorgio PALUMBO
25-11-2017

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