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STORIA DEL GIORNALISMO ITALIANO, ALBERTO BERGAMINI E LA NASCITA DEL GIORNALE D’ITALIA” (1901) | II PARTE

PREMESSA: Il GIORNALISMO NELLA SOCIETA’ ITALIANA IN EVOLUZIONE DEI PRIMI DEL NOVECENTO.

Molte delle seguenti notazioni sono tratte da materiali bibliografici riconducibili al Bergamini. In particolare, documenti e carte confluite nella biblioteca personale di Alberto e poi della famiglia sono state donate, in base ad una sua espressa disposizione testamentaria, alla Biblioteca comunale intitolata a "Giulio Cesare CROCE" una istituzione culturale con sede nella cittadina natia di San Giovanni in Persiceto (provincia di Bologna).   
Particolarmente importante, sotto il profilo storiografico, si dimostra il considerevole carteggio intercorso, per molti anni, dal nostro autore con il politico liberale Sidney SONNINO, più volte ministro ed anche Presidente del Consiglio nei governi del Regno d’Italia, suo mentore originario, sostenitore e costante riferimento personale fino alla sua scomparsa.
Si tratta di un fondo documentale completo quanto importante complessivamente consistente in circa seicento lettere.
Tuttavia, per espressa volontà del BERGAMINI che ne volle togliere ogni ricordo, dopo la sua morte, vennero purtroppo distrutti interi pacchi di lettere relative ai rapporti intrattenuti sia con Benito MUSSOLINI che con altri importanti esponenti dell’allora nascente dittatura, tra i quali il potente Luigi FEDERZONI. Un altro notabile della “prima ora” del partito unico fascista per il quale si occupava di stampa, ma soprattutto delle numerose iniziative di propaganda nazional-popolare quanto del coordinamento della “censura preventiva”. Questa un’attività o meglio una specialità dapprima del movimento, del partito e poi del regime dittatoriale svolta con il Ministero per la cultura popolare od i vari Commissari speciali alla stampa, fra i quali vi sarà lo stesso FEDERZONI.
Tornando indietro l’Italia, nel periodo temporale di maggiore interesse per l’attività professionale di Alberto BERGAMINI che precisamente è quella intercorsa nel decennio fra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo viveva finalmente un’epoca storica di cambiamento e di significativo progresso in ogni ambito di attività.
Si veniva a configurare per il Paese da poco e forzatamente riunificato una fase storico politica che può definirsi epocale di cambiamento “post risorgimentale”.  Un periodo ricco di fermenti oltre che di sensibile progresso socio economico che finalmente si concretava, per trasformarsi in quella di avvento anche per i cittadini italiani di una prima effettiva fase di modernità. Una situazione ampiamente positiva determinatasi in modo particolare attraverso la nascita ed il successivo notevole, quanto piuttosto rapido, sviluppo della grande industria manifatturiera in virtù della quale allora si venivano consolidando reali fattori nazionali di crescita. Elementi questi ultimi che finalmente apparivano essere di promettente natura strutturale, stabili in positivo, e come tali espressivi di riscontri comportanti una fase di reale progresso, sia negli aspetti economici che di riflesso in quelli sociali. Come, d’altronde, era assolutamente necessario per una nazione che era stata appena unificata e doveva costruirsi un futuro sostenibile nel costante progresso.
In altre parole, si stava finalmente verificando anche nel nostro Paese, seppure con ritardo notevole rispetto ai principali stati europei, una fase nuova e di crescita che non doveva essere più effimera, legata cioè a particolari contingenze favorevoli, bensì duratura. l’Italia, a differenza di Belgio, Olanda e soprattutto Inghilterra e Francia non aveva colonie d poter sfruttare. Si stava delineando una nuova situazione “interna” tesa al progressivo e sostanziale miglioramento del benessere collettivo della popolazione, quindi, con gli effetti benefici di questo maggiormente diffusi grazie alla ora più equa distribuzione delle risorse alle varie classi sociali.
Infatti, da un lato, per l’Italia si trattava di riuscire ad incrementare la crescita sotto il profilo generale dell’economia e di ottenere tale risultato il più velocemente possibile conseguendo dei traguardi essenziali di sviluppo. Mentre, dall’altro, si doveva pure ottenere un consolidamento infrastrutturale, duraturo, dell’intero sistema Paese che invece ne era storicamente deficitario in ogni sua componente socio economica.
All’epoca, quella che si è appena descritta veniva a configurare una situazione di crescita certamente promettente, ma necessitante di stabilità, grande impegno collettivo ed armonia sociale per poter raggiungere negli standard nazionali degli indicatori ora più europei.
Tuttavia, come purtroppo accadrà successivamente per la crisi e l’incapacità di un’intera classe politica, tutte quelle faticose conquiste sociali, economiche, quanto infrastrutturali, positivamente prodottesi in quel ventennio di operosa pace andranno a finire male, saranno integralmente distrutte.
Quei risultati appena citati saranno infatti completamente annullati proprio a causa degli effetti assolutamente nefasti, oltre che duraturi, direttamente prodotti dalla nostra, comunque disastrosa, partecipazione alla prima delle due grandi guerre planetarie che sconvolsero il mondo.
In ogni caso, quel periodo storico precedente di transizione positiva durato quasi venti anni, per il nostro Paese, aveva visto una società non omogenea e tanto meno coesa ma finalmente in concreta evoluzione, seppure in ritardo notevole con altri, verso la modernità. Tanto che, sotto diversi aspetti qualificanti, si distingueva positivamente nei fattori di crescita economico sociale che in quel periodo venivano ad essere determinati da reali elementi infrastrutturali. Senza dover dimenticare, tuttavia, che l’impianto politico istituzionale di uno Stato italiano moderno restava ancora tutto da realizzare e da dover costruire dalle fondamenta più profonde, ora possibili, sulla base di una tanto faticosa, tardiva ed incompiuta unità nazionale.

II. 1.    La situazione socio economica dell’Italia all’inizio del XX secolo.
Laddove però, il Paese, appena riunificato forzatamente in un’unica entità politico nazionale, continuava ad essere gravemente afflitto, leso nei suoi essenziali profili socio-economici strutturali, dagli effetti perduranti di una “questione meridionale”.
Una situazione storicamente determinata da secoli di grave sottosviluppo afflittivo di vaste aree territoriali del Mezzogiorno italiano che non si risolveva con l’unitaria proclamazione dello Stato. Un evento epocale, lungamente atteso, storicamente ormai raggiunto e tanto declamato già dall’11 gennaio del 1861, che si cercava in quel periodo di consolidare sotto la guida istituzionale della regnante monarchia sabauda dei Savoia.
Infatti, a seguito dei ricordati avvenimenti storici del 20 settembre del 1870 che segnarono temporalmente la fine del Risorgimento culminati nell’episodio cruento noto come la “Breccia di Porta Pia”, la capitale del Regno era stata finalmente trasferita a Roma.
Inoltre, proprio a partire dall’ultimo trentennio precedente all’avvento del nuovo secolo, il tanto atteso XX, si diede finalmente un grande impulso pubblico alla costruzione di numerose opere d’interesse collettivo che, da molto tempo, erano indispensabili. Il governo del nuovo Stato unitario mise direttamente impegno nella realizzazione di essenziali infrastrutture quali le nuove reti ferroviarie, la costruzione di porti merci e turistici. Furono realizzati molti collegamenti stradali, reti di elettrificazione, costruzione di impianti e caserme, come di ponti, gallerie, viadotti e dighe, fino alle prime piste per aerei.
Come si è prima ricordato, in generale, si progettarono ed attuarono degli assetti ampiamente modificativi e moderni applicando nuovi criteri rispetto al previgente impianto urbanistico che spesso risaliva all’impronta medioevale sia della capitale del Regno che delle principali città italiane.
In particolare, devono essere ancora ricordate, nella capitale, la costruzione di opere infrastrutturali ed idrauliche, acquedotti, reti fognarie od il completamento dei grandiosi muraglioni di argine che, da secoli, erano necessari contro gli storici e pericolosi straripamenti del Tevere. Si trattò di un’opera quanto mai necessaria per la sicurezza collettiva dei romani la cui costruzione “ad opera dei piemontesi” era iniziata a metà degli anni settanta del XIX secolo per terminare nel 1881. Finalmente mettendo in sicurezza molti quartieri e zone della capitale.
Inoltre, avvennero sia la edificazione della Stazione ferroviaria centrale che del Policlinico, di molte altre opere e caserme, di Ospedali cittadini, giardini pubblici, come di interi quartieri nuovi fra questi. quelli dei “Prati”, del “Nomentano” - “Italia”, del Salario –Trieste, del prestigioso “Pinciano” e del piccolo ma particolarissimo Coppedè (1910-1921). Per finire, fra le tante opere destinate ai cittadini romani, con la costruzione sia del “Giardino zoologico che dell’Orto botanico”.
in altri casi, l’emersione di importanti reperti dagli scavi consentì la valorizzazione di molte vestigia romane o ancora la realizzazione di numerose strade sia urbane che extraurbane attraverso le relative opere di viabilità e di completamento.
Sono da ricordare ancora le numerose iniziative urbanistiche di analoga natura, avvenute attraverso la costruzione di molte altre opere pubbliche. In sostanza, si intervenne ridisegnando gli agglomerati urbani, procedendo ad un ampio disegno rinnovatore delle aree cittadine, urbane, e non solo centrali riuscendo in tali forme a delinearne un nuovo assetto urbanistico che cambiò profondamente l’aspetto precedente di stampo tardo medioevale di molte delle città italiane.                 Inoltre, contemporaneamente, grazie all’introduzione di nuove tecnologie sia di origine nazionale che di importazione dall’estero, si potettero creare e si andarono a sviluppare, anche con notevole velocità di realizzazione, diverse grandi imprese manifatturiere. Tanto che si ampliarono molto, in conseguenza diretta, i mercati interni grazie alla raggiunta accessibilità per i cittadini di una varietà di nuovi beni e con diversi di questi che da allora erano divenuti di più largo consumo. Così come iniziarono ad intensificarsi le transazioni commerciali direttamente avviate con numerosi Paesi esteri, inoltre ebbero un grande sviluppo i mezzi di trasporto collettivo su ferro e quelli, sempre più dotati di tecnologia moderna, utilizzabili per la comunicazione a distanza e poi per quella emergente cd. “di massa”.   
Contemporaneamente, si assistette allo sviluppo di diverse altre attività innovative e, fra queste, un notevole impulso ebbero anche le nuove attività culturali e quelle giornalistico editoriali che ora, nei mezzi disponibili, potevano essere rivolte ad un maggiore pubblico potenziale. Poiché queste ora potevano usufruire e in maniera decisivamente favorevole delle recenti innovazioni tecnologiche ed in particolare quello avvalersi dei moderni mezzi di stampa. Infatti, il progresso tecnologico consentiva allora di introdurre sempre nuovi ed efficienti macchinari: in particolare per le rotative a stampa, la riproduzione seriale e la linotipia industriale.

II.2.
La società italiana in progresso.
Oltre a quelli di comunicazione e trasporto che ora ne consentivano la più agevole distribuzione per favorirne la più ampia conoscenza, unitamente ai mezzi che ne favorivano una più capillare diffusione sul territorio nazionale. Quindi, si stava verificando, proprio in quei frangenti storici, un grande fervore operoso pur se obiettivamente ancora limitato nelle complessive potenzialità nazionali. Un limite  di sviluppo causato dai sussistenti e gravi squilibri, peraltro ampiamente storici, da sempre rilevati fra le regioni del nord più progredite rispetto a quelle arretrate del sud. In particolare, le diseguaglianze causate dal peso secolare di quei ritardi di sviluppo territoriale che, peraltro da antica epoca, venivano configurate dalle grandi differenze esistenti nella geografia economico-sociale. Ancora concretati in aspetti e differenze tanto critici che necessariamente si riverberavano in negativo sui dati economici dell’intera nazione.
Una stagione, comunque, di progresso e di notevole modernizzazione che nel ventaglio temporale costituito dal ventennio intercorso fra gli anni 1890/1910 si venne materialmente a configurare nelle molteplici realizzazioni costruttive quanto artistiche compiute nel cd periodo Umbertino, dal nome del regnante Savoia. Successivamente ancora meglio progredite negli stilemi artistici del successivo “liberty”.
Proprio quest’ultimo periodo rimane nei fatti epoca ricca di plurime testimonianze urbanistiche, di apprezzate opere, anche architettoniche, non solo originali nella progettazione ma di assai pregevole fattura costruttiva. Tanto da poter essere considerato quale vero discrimine temporale, come un’età del trapasso, verso una nuova e più favorevole stagione che si andava a cominciare: era “il novecento”. Quella cerniera temporale ricca di idealità che doveva consentire, in ogni campo dell’attività umana, di poter chiudere l’epoca eroica ma ormai da considerare storica del Risorgimento frutto delle tre guerre svolte per l’indipendenza nazionale occorse per la riunificazione, fra il 1848 ed il 1870.
Infatti, il 20 settembre del 1870, in Roma, si svolge l’episodio, quasi simbolico, di natura belligerante fra le truppe piemontesi e quelle papaline culminato nella “breccia di Porta Pia”: un varco aperto a cannonate nelle antiche mura Aureliane. In tal modo, si viene a chiudere nei fatti la c.d. “questione romana” con questa che può divenire la nuova Capitale del Regno d’Italia, ormai riunificato, segnando la fine dell’epopea risorgimentale. Quindi, era necessario poter affrontare finalmente con effettivo spirito unitario quei gravissimi squilibri territoriali sussistenti, ovvero i  problemi socio economici strutturali dell’Italia ivi compreso il vero ed essenziale “problema nazionale”, ormai plurisecolare.
Quello che rimaneva, come purtroppo rimarrà dopo, e forse ancor oggi, il più essenziale fenomeno negativo del Paese, il vero peso, vincolo e fattore frenante dei tentativi come dei risultati migliorativi concretamente conseguibili ai fini del raggiungimento di un reale, equilibrato, processo di sviluppo della società nazionale: un compito immane che restava da attuare sull’intero territorio statale. Il “problema dei problemi” consistente nella necessaria risoluzione della questione meridionale configurata dagli enormi squilibri socio-economici che affliggevano, da antica epoca, i territori e le popolazioni del sud italiano rispetto alle più organizzate, laboriose e sviluppate aree centro settentrionali. Occorre sottolineare come, proprio all’interno di un tale quadro epocale di sviluppo, strutturalmente assai complesso, si nascondesse un grave pericolo per le sorti dell’Italia.
In effetti il nostro progresso era stato spesso determinato da situazioni di crescita disordinata, non omogenea, restando quelle profonde diversità esistenti nei ben differenziati ambiti territoriali del nostro Paese. Un fattore generale di squilibrio sussistente tra territori e genti che proprio per questa ragione fondamentale veniva a determinare i germi di altre profonde tensioni sociali.   
Laddove, queste ultime si configuravano, assai pericolosamente, in quelle diverse situazioni concrete di scontro causate dalle nuove differenze socio economiche di continuo insorgenti fra le classi meno abbienti delle popolazioni interessate. In altri e più chiari termini, si stava determinando nella società nazionale un sempre più pericoloso terreno di coltura ormai concesso alle formazioni degli estremismi nazionalistici che veniva alimentato dalle situazioni di crescente emarginazione sociale. In effetti, di fronte ad un quadro sociale divenuto più negativo in quanto veniva a colpire duramente settori e strati sempre più ampi della popolazione operaia e suburbana, emarginandoli, fino a configurarsi in vulnus generazionale ricco di germi esplosivi e pronto ad esplodere.
Ovvero, innestando un fertile terreno di pericolosa coltura che poi si configurerà sempre più nei fatti, in concreto prevalenti rispetto ai proclamati contenuti verbali di pretesa idealità post risorgimentale divenuto prodotto “di base” di un pericoloso nazionalismo. Poiché esso si concreterà nelle forme reali di un movimento politico estremista, per sua natura autoritario, negatore di ogni libertà per i non schierati, propagandistico, capace solo di un rovinoso interventismo bellico, senza averne le basi, come tale dimostratosi una volta giunto stabilmente al potere di governo.
Purtroppo, in quei difficili frangenti storici, si stavano in effetti configurando coevi regimi autoritari anche in diversi altri stati europei e se il riferimento è soprattutto rivolto alla Germania, come ad Austria e Ungheria la deriva autoritaria, militaresca e nazionalista belligerante interessava molti altri paesi europei. Si innestava sempre più una situazione altamente pericolosa, quanto socialmente esplosiva. Quella confusa ed inconcludente fase socio politica della storia italiana che purtroppo sarà poi tragicamente conclusa, in quei frangenti e nel peggiore dei modi a causa della infausta determinazione di azione bellica che venne adottata dalla inetta classe politica dirigente del nostro Paese.

II.3.
L’Italia entra purtroppo in guerra.
Il riferimento è rivolto alle irreparabili conseguenze derivate all’Italia a seguito della scelta compiuta con l’intervento belligerante, infine deciso, nella I Grande Guerra. Un evento bellico differito nei tempi ed avvenuto in violazione di patti conclusi il 23 aprile di quell’anno con le cd. potenze centrali che per il nostro Paese ebbe la durata di un solo triennio: durando dal 24 maggio 1915 fino al 4 novembre 1918, data della pretesa “vittoria” comportando però conseguenze socio economiche terrificanti. Infatti, nell’agosto 1914 a seguito del tragico attentato di Zagabria conclusosi con l’uccisione del Granduca d’Austria e della sua consorte ad opera di un attentatore nazionalista serbo, ebbe reale inizio la I guerra mondiale: la “grande guerra”. Un’impresa bellica che realmente doveva, come storicamente sostenuto, essere considerata nefasta per l’Italia che tuttavia per quei marginali riconoscimenti di sovranità territoriale ottenuti venne invece ad essere ampiamente magnificata proprio in quell’immediato dopoguerra.
All’epoca, ampiamente a sproposito, si scrisse addirittura di svolgimento di una IV guerra d’indipendenza, di rivendicazioni territoriali non accolte e quindi di vittoria mutilata e di sovranità incompiuta dell’Italia. Tuttavia, così facendo si utilizzava una propaganda nazional-popolare parossistica per nasconderne le vere, quanto durature e tragiche conseguenze generali che erano il vero portato della guerra.   
Ossia, molto semplicemente, la conseguente rovina economico sociale del Paese per nascondere la quale si arrivò ad essere dipinta di leggenda vittoriosa da parte di molti propagandisti ed aedi di regime. Addirittura essa venne artatamente considerata ed esaltata, almeno a posteriori, quale svolgimento non ancora definitivo ma da ritenere essenziale per la riunificazione dell’Italia: una IV guerra d’indipendenza. Dopo quelle realmente svolte nel 1848/49 (I),1859 (II) passando per l’appendice della cd “spedizione dei mille” di Garibaldi ed infine nel corso del 1866 della III guerra. Tuttavia, nel gennaio del 1861 almeno formalmente si giunge all’unificazione del Regno d’Italia e dopo il 20 settembre del 1870 chiusa forzosamente la “questione romana” con il Papato e la capitale dello Stato monarchico viene trasferita a Roma ove il monarca si stabilisce proprio nel palazzo del Quirinale sede dei Papi.
Storicamente si trattava di una esaltazione certamente fuori luogo, sopratutto  funzionale alla deviante, quanto politicamente strumentale, ma utile, all’epoca, retorica pseudo patriottica ed irredentistica. Poiché, nella realtà dei fatti si trattò, come la storia ha ben dimostrato, di un pluriennale, quanto devastante, conflitto armato mondiale combattuto su scala globale impegnando ogni continente. Quindi configurandosi in un primo drammatico evento bellico di natura planetaria. Infatti, secondo gli analisti e gli studi più accreditati il primo grande conflitto mondiale, 1914/1918, si stima sia complessivamente costato oltre 22 milioni di morti alle nazioni coinvolte.
Quasi un milione di essi erano italiani.
Come tale comportante drammatiche, durature, gravissime, conseguenze sociali ed economiche in aggiunta al numero abnorme dei nostri caduti sui campi di battaglia, laddove caddero intere generazioni delle nostre leve giovanili italiche. Tanto da doversi giungere nell’ultima chiamata alle armi, per la guerra, fino alla improvvisata nostra leva militare della “classe 1899”: quella dei diciassettenni, non addestrati e male armati strappati alla famiglia, agli studi od al lavoro che vennero letteralmente mandati allo sbaraglio, verso la morte. Ciò integrerà una situazione di assenza di classi anagrafiche che sarà poi duramente pagata nel futuro del Paese. Poiché molte di quelle forze giovanili vennero ad essere quasi sterminate creando un vuoto generazionale.
La drammatica situazione del primo dopoguerra.
Una situazione quella del primo dopoguerra che non solo ebbe durevoli e nefaste conseguenze sociali, quanto economiche, con grave riverbero e ricaduta anche sulla nostra già traballante classe politica e quindi sulla democrazia. Visto che poi in stretta successione temporale rispetto alla gravissima crisi nazionale derivatane verrà a sfociare in pochi anni nell’instaurazione della dittatura fascista. Attraverso un movimento ed in particolare il suo facinoroso capo che si atteggiava ad “uomo del destino” richiamandosi ai fasti storici dell’impero Romano che a dire del verbo propagandistico, allora imperante, avrebbe risolto qualsiasi crisi o problema. Anzi finalmente trasformato l’Italia, come storicamente meritava, in una nuova potenza continentale. Si ricorda che attraverso la serrata propaganda del movimento e poi del partito unico fascista, anche di governo, si magnificava l’avvento per l’Italia di Benito Mussolini chiamandolo Duce, Condottiero italico, predestinato, glorioso: “l’uomo del destino” che ricostituirà la grandezza italica di Roma nel mondo.
Comunque, per concludere al peggio l’avventura meno di venti anni dopo, senza evidentemente averne compreso la precedente lezione storica, calando l’Italia in una nuova grande avventura bellica divenuta presto una tragedia nazionale. Pure questa dimostratasi un disastro epocale per gli italiani causato dalla nostra disastrosa partecipazione, durata dal giugno del 1940 fino all’estate del 1945, alla II Guerra mondiale. Infatti, dopo una prima fase di furbo attendismo, l’Italia scese in guerra nel giugno del 1940 al fianco della Germania nazista di Hitler e dei suoi alleati. Schema ripetitivo della prima grande guerra ove inizialmente fummo alleati della cd “triplice intesa” un’alleanza formata da Germania, Austria ed Ungheria, salvo schierarsi poi con gli altri Stati, nel 1917, da co-belligerante per poter concludere il conflitto da Paese vittorioso, fino al  fatidico 4 novembre del 1918 (il giorno della cd vittoria).
Tuttavia, giustamente, le potenze militari effettivamente vincitrici nel conflitto non riconobbero alcun ruolo decisivo per le sorti finali della grande Guerra al nostro Paese, limitando ai minimi termini le concessioni territoriali rivendicate.
Poiché la storia evidentemente non ci aveva insegnato nulla, dimentichi, un analogo schema e scenario iniziale che voleva essere furbamente attendista, con ancora peggiori risultati, si ripeterà in occasione della II guerra mondiale.

II.4.
Il contesto storico politico esistente in Italia. La fondazione de “Il Giornale d’Italia” e la sua prima direzione 81.11.1901 - 9.12.1923).

Per tornare alla trattazione principale della figura del protagonista dell’elaborato, Alberto BERGAMINI, quale soggetto cui è dedicato il presente studio e per meglio farlo, nei fatti, occorre sottolineare il dato storico temporale di riferimento delle sue attività. Infatti, egli opera in quel periodo storico post risorgimentale intercorso fra gli ultimi anni dell’Ottocento ed il primo decennio del Novecento che coincise con gli anni della sua prima grande affermazione personale nell’ambito dell’attività giornalistica. Con questa dapprima svolta, fin da giovanissimo, in sede locale a Bologna vicino al natio san Giovanni in Persiceto, poi rapidamente presso il più qualificato ambito esistente della stampa nazionale ed infine quale fondatore di una nuova testata.
Deve sempre ricordarsi come si trattasse in quell’epoca di un’attività professionale in grande fermento, dato il continuo innovarsi delle tecniche di stampa e diffusione del mezzo scritto, ma pur sempre rara se non pionieristica.
Per il predestinato BERGAMINI la vetrina prestigiosa, nei fatti, avvenne molto presto concretandosi il suo passaggio, come a breve approfondiremo, ad una importante ribalta nazionale della stampa quotidiana.
Infatti, partendo alle origini dall’esperienza redazionale fatta a Bologna presso la sede centrale del quotidiano del capoluogo emiliano “Il Resto del carlino” per poi rapidamente passare alla responsabilità redazionale, operativa e gestionale di un altro giornale locale, organo della provincia di Rovigo, Il Corriere del Polesine, fino alla prestigiosa collaborazione come inviato, da Roma, de il Corriere della Sera. Subito dopo ed altrettanto rapidamente, quando ancora era appena trentenne, con il bagaglio di un decennio di esperienza giornalistica, venne chiamato alla fondazione, direzione e responsabilità gestionale completa con quella che diremmo manageriale, antesignana di future formule quale “socio accomandante”, di una nuova testata giornalistica prevista a tiratura nazionale che venne denominata:
“Il Giornale d’Italia”.    
Si trattava di una innovazione proto – manageriale che era stata inaugurata proprio presso la direzione del “Corriere della sera” con attività qui anche di fondazione della testata, organizzazione redazionale e di completa gestione operativa commerciale, avente una sostanziale natura imprenditoriale, alacremente intervenuta lavorando al nuovo progetto fra il febbraio ed il novembre del 1901: per il debutto in edicola entro il 15 di quel mese. Una fase iniziale conclusasi con la creazione di un nuovo quanto assai ambizioso quotidiano che nasceva a diffusione nazionale laddove rivestiva funzioni operative ed incarico giornalistico di vertice con un impegno che porterà ai più alti livelli. Infatti, con la sua accorta ma innovativa direzione il “Giornale d’Italia” arriverà a vendere oltre 130.000 copie giornaliere, addirittura poi salite fino alle 200 mila ed oltre durante alcuni periodi della Prima guerra mondiale, e occuperà per molti anni il quarto posto nella classifica nazionale dei quotidiani per le vendite in edicola. Una posizione importante che riuscirà a mantenere, anzi consolidandola nel tempo per un lungo periodo durato oltre ventidue anni, ovvero fino al momento del forzato abbandono del suo fondatore dall’incarico direzionale causato dal fascismo.
Identica cosa dovrà fare, meno di tre anni dopo, Luigi Albertini, anch’egli costretto dalla montante protervia dittatoriale a dover lasciare la direzione del “Corriere della sera”. Per entrambi si trattò di un commiato anticipato cui furono costretti a causa dalle crescenti e sempre più concretamente pericolose minacce ricevute dai sicari dell’insorgente dittatura fascista.
Per il B. attuato con un opportuno addio, nei fatti, avvenuto a mezzo dell’editoriale di saluto ed augurio al Giornale del 9 dicembre 1923 dopo aver subito un grave attentato ed essersi miracolosamente salvato. Forse il suo mancato assassino poteva individuarsi proprio in quell’Ambrogio Dumini, il più criminale sicario della famigerata M.v.s.n. la criminale Milizia volontaria per la sicurezza nazionale. Un pericoloso corpo paramilitare armato creato immediatamente dopo l’ascesa al potere dal regime fascista, già il 23 gennaio del 1923 per annientare anche fisicamente gli oppositori. Era la evidente complicità del Ministero dell’interno e degli apparati di polizia e sicurezza i cui appartenenti ormai rispondevano direttamente e solo al Duce, Benito Mussolini, che ne decideva e nominava i vertici  unicamente quando fedeli al partito e non certo allo Stato.
In conseguenza, il nostro venne costretto all’inattività nei suoi anni migliori , quelli della piena maturità professionale privato dell’esercizio del proprio straordinario talento giornalistico, organizzativo e gestionale. Si ritirerà soprattutto nell’amata casa di campagna di Monte Follone, piuttosto che a Roma, si dedicherà a studi bibliografici e ad elaborare progetti editoriali ed associativi per la rappresentanza di una stampa libera, nell’attesa della caduta della dittatura. Mantenne sempre ed al più alto livello, i contatti con gli ambienti liberali antifascisti e con personalità progressiste della cultura ed aspettò di poter ritornare ad una vita normale.
Successivamente, passati quasi venti anni e dopo tanti tragici fatti per l’Italia, un ritorno che potette avvenire grazie all’improvviso ribaltamento del regime fascista, con il provvisorio, quanto temporaneo, ripristino della democrazia ed li governo improvvisato di Roma capitale: quando egli ne rioccuperà la direzione tornandovi, dopo gli eventi del 25 luglio, per rimanervi fino al 13 settembre del 1943.

II.5.
La seconda direzione del Bergamini al Giornale d’Italia (1.08.-13.09.1943).

Il suo ritorno alla direzione avviene immediatamente dopo la prima liberazione di Roma determinatasi provvisoriamente a seguito degli storici fatti del 25 Luglio 1943: quando l’Ordine del giorno di pratico ribaltamento del regime avente quale prima firma quella dell’on.le Dino Grandi, ministro Guardasigilli per la Giustizia, recante la sfiducia al capo, venne accolto a maggioranza in una notte tumultuosa dal Gran Consiglio del fascismo. In tal modo portando alla successiva, immediata, defenestrazione di Mussolini, con l’intervento del Re. Il dittatore destituito venne anzi arrestato e tradotto in prigionia.
Quindi, il ritorno di Alberto BERGAMINI alla direzione durato solo dal 1 agosto - al 13 settembre del 1943 a seguito della firma dell’armistizio, resa, con le forze alleate. Poi seguiti dal suo arresto e la detenzione anche se per i meno di due mesi intercorsi prima della sua fuga rocambolesca, mentre in seguito non tornerà più a dirigere il quotidiano. Infatti, in stretta sequenza, dopo la tragica e sanguinosa restaurazione nazi-fascista a Roma, con le continue retate degli oppositori veri o presunti, le delazioni, i ferimenti, le uccisioni e gli arresti torna ad essere incombente il pericolo di morte. Un fatto concreto che, per lui e gli altri avversari del regime, fa ritornare un dramma che nuovamente prende forma. Segue infatti assai rapidamente il momento del suo arresto, la detenzione in carcere, la fuga e per sua fortuna l’asilo sicuro nel rifugio extraterritoriale concessogli dalle autorità vaticane in San Giovanni in Laterano. Proprio a lui, liberale e sostanzialmente anticlericale. grandezza della Chiesa che molti oppositori del regime riuscì a salvare. Un periodo di molti mesi durato fino al luglio del 1944 quando vi fu effettivo ristabilimento della democrazia, sia pure sotto gli alleati occupanti e con l’avvento del governo provvisorio, della Consulta e poi della Costituente. Una fase di difficile transizione, tesa verso la democrazia repubblicana, che infine si venne a concretare dopo la scelta popolare data, attraverso il primo voto a “suffragio universale” attuato con il Referendum istituzionale, nella fondazione della Repubblica italiana. Un istituto nel quale il B. non credeva, essendo rimasto monarchico, ma rispetto al quale comunque si adeguò lealmente. Quale ultima significativa notazione, più che per curiosità, occorre sottolineare il fatto che il nostro, pur idealmente rimanendo sempre vicino alla sua creatura giornalistica, completamente snaturata in ogni suo contenuto durante il ventennio dittatoriale non tornerà più ad occuparsi di quel quotidiano che aveva fondato per poi dirigerlo complessivamente per quasi ventitre anni. Tanto compromessosi che, dal giugno del 1944, gli alleati ne imposero la chiusura quale “giornale fascista”. Con le pubblicazioni ripresero solo nel 1946 quando uscirà in edicola con la diversa denominazione de: “Il nuovo Giornale d’ Italia”. Egli comunque rimane con un posto di rilievo nella storia della testata e più in generale dell’intero giornalismo italiano, come dell’associazionismo professionale della stampa italiana svolgendo un’attività rappresentativa efficace ed orgogliosa che lo vide protagonista fino all’ultimo giorno di vita quale figura di riferimento.
Inoltre, anche sotto altri aspetti, come meglio dimostreremo nel seguito del presente elaborato, egli resta, più in generale, una figura rilevante della nostra storia nazionale recente

I PARTE
di Federico PALUMBO, con la collaborazione di Giorgio PALUMBO
12-10-2017

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